Robin & Mary - La Maschera Magica - Cap. 3

Rivivendo la memoria dei tragici avvenimenti legati alla Maschera Magica, Robin, Mary-Isabella e suo padre Don Vasco De Amaral sono rinchiusi in casa prigionieri mentre i negrieri di Aguirre Farabudos fanno razzia degli abitanti della zona per venderli come schiavi. 

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Proprio mentre Robin, Isabella e Vasco De Amaral venivano spinti in casa per esservi rinchiusi,  risuonarono delle grida. Arrivò un gruppo di uomini di Farabudos, di cui alcuni feriti. Era successo che, al contrario della maggioranza degli indigeni che venivano sopraffatti perché colti di sorpresa, gli abitanti del villaggio vicino, già avvertiti dai pochi scampati alla prima razzia, avevano reagito con forza all'attacco dei negrieri che erano stati respinti.

Un luogotenente di Farabudos dichiarò lamentoso che gli indigeni combattevano come furie convinti di essere sotto la protezione di un loro talismano, una specie di maschera che il loro sciamano conservava nella sua capanna, e che non sarebbe stato facile prenderli. Ma Farabudos non ammetteva ostacoli e decise di partire personalmente a capo dei suoi.

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Nella stanza dov’erano rinchiusi Robin, Vasco De Amaral e la figlia Isabella, la porta era robusta e, soprattutto, era controllata dall’esterno da tre banditi armati. Medicato da Isabella, preoccupatissima, ma abile con bende e sali, Robin si era ripreso e aveva assistito attraverso la finestra munita di robuste sbarre alla partenza della grossa banda di negrieri verso il villaggio, nel folto della foresta.

Il giovane era furioso per non aver modo di fare nulla. Gli indigeni avevano armi rudimentali e non avrebbero potuto opporsi a lungo agli archibugi e alla crudele efficienza di Farabudos che, da come si era comportato finora, non era certamente alla sua prima spedizione.

Robin De Almaviva aveva già sentito parlare di lui e sapeva che non avrebbe rinunciato facilmente alla sua miserabile impresa. Nel Nuovo Mondo le febbri e il vaiolo arrivati dall'Europa avevano fatto strage: intere popolazioni di indigeni erano svanite nel giro di pochi anni e i pochi rimasti non reggevano il lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero.

I coloni in America disperavano e chiedevano braccia forti a qualsiasi prezzo. Per mercanti spietati come Farabudos, l'Africa era diventata l'unica serra da cui strappare uomini giovani e sani per inviarli al di là dell'oceano, alimentando un mercato d'oro e di sangue.

Oroko e i suoi compagni di tribù correvano il rischio terribile di essere deportati e di non tornare mai più.

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Robin fissò il pavimento di legno. La grande casa padronale sorgeva su palafitte, essendo molto vicina al fiume (usato per il trasporto del legname) che però, durante la stagione invernale, spesso straripava invadendo le terre intorno. Così per mantenerla asciutta, la casa era costruita su pali saldamente piantati nel terreno e alti poco meno di un metro. Sotto la casa c’era quindi un'intercapedine di altezza variabile. Robin si mise subito a schiodare una delle tavole, che era già sconnessa, aprendo un varco verso il basso. Purtroppo la tavola era robusta e ci vollero più di due ore prima di riuscire nell’intento. Immediatamente si infilò per calarsi sotto la casa, seguito da Isabella, che nonostante le proteste di Vasco e di Robin stesso, non volle sentire ragioni: avrebbe seguito Robin a qualsiasi costo!

I due dunque si calarono nell’intercapedine tra il terreno e il pavimento, non prima di aver raccomandato a Vasco di continuare a parlare ad alta voce come se i tre stessero continuando una discussione, ingannando i negrieri.

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Il trucco funzionò e in breve Robin e Isabella furono all’esterno, sul retro della casa, e riuscirono a guadagnare la foresta, dirigendosi a tutta velocità verso il villaggio di Oroko.

La foresta era battuta dagli sgherri di Farabudos, per cui dovettero stare molto attenti e fermarsi ad ogni rumore sospetto, decidendo poi, per evitare sorprese, di fare un lungo giro.

Robin non conosceva la posizione del villaggio di Oroko e dovette affidarsi alla memoria di Isabella che, però, aveva sempre percorso la strada principale a bordo di un carro.

Persero dunque molto tempo e quando arrivarono finalmente al villaggio, ebbero l’amara sorpresa di scoprire che la tragedia era ormai conclusa: diverse capanne bruciavano e un denso fumo si levava da tutta la zona. A terra giacevano diversi corpi mentre la maggior parte degli uomini e delle donne più giovani erano radunati al centro del villaggio, legati tra di loro e a dei grossi pali fissati sulle spalle, pronti per essere portati via. Poco lontano si vedeva Farabudos che teneva stretta sogghignando una grande maschera di legno intagliato: era la maschera talismano che proteggeva la tribù.

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- Non è possibile che Farabudos abbia vinto così in fretta - commentò Robin allibito - Il villaggio ha molti guerrieri giovani e validi. Ero sicuro che avrebbero combattuto a lungo! Com’è possibile che si siano arresi in questo modo?

Robin e Isabella assistevano alla scena da dietro un albero caduto, quando sentirono una voce alle loro spalle.

Era un vecchio sdentato che era riuscito a sfuggire alla razzia e a nascondersi tra le radici. Se i negrieri lo avessero visto lo avrebbero ucciso perché non era abbastanza forte per diventare uno schiavo.

Poteva parlare, però, e infatti, sollecitato da Robin e Isabella, raccontò con un filo di voce cos’era accaduto e perché i pur validissimi guerrieri di Oroko avevano ceduto ai negrieri in così poco tempo.

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Farabudos aveva fatto prima di tutto un'incursione con pochi uomini per penetrare di nascosto nella capanna, costruita sopra un terrapieno nella zona sacra del villaggio, per impadronirsi della maschera che era custodita lì dentro.

Solo dopo aveva attaccato il villaggio in forze.

Vedendosi privati del loro talismano gli indigeni si erano demoralizzati e per i bianchi era stato facile sopraffarli.

Con sgomento Robin e Isabella videro i negrieri trasportare i prigionieri fino alla costa e imbarcarli a decine sulla loro nave ancorata in mezzo alla baia.

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Si stava preparando una tempesta e Farabudos avrebbe dovuto salpare al più presto per non essere sorpreso sotto costa dalla marea sfavorevole e spinto sugli scogli.
Quelle poche ore prima della marea avrebbero fornito l'unica occasione per Robin e Isabella di fare qualcosa.

Poco più tardi, dunque, mentre le nubi coprivano la luna, Robin e Isabella si avvicinarono alla riva da dove si poteva vedere la nave più da vicino. I negrieri stavano ormai assicurando le ultime merci e si apprestavano a salpare.Il mare era già mosso per la tempesta imminente.

Robin si immerse in acqua e si mise a nuotare con grande cautela per non farsi vedere dalle sentinelle di Farabudos. Il suo piano era salire sulla nave negriera e liberare i prigionieri, in modo che, tutti insieme, avrebbero potuto combattere contro i negrieri.

Robin contava di salire a bordo attraverso uno dei portelli dei cannoni. Era un piano disperato, ma era l’unico possibile e lui non aveva nessuna intenzione di arrendersi.

Anche Isabella era disperata perché era consapevole che Robin correva un rischio altissimo e non voleva assolutamente perderlo.

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Rendendosi conto che Robin aveva poche possibilità, agendo da solo, Isabella salì su una barca e, vogando con vigore, arrivò fin sotto la nave dei negrieri gridando di voler partire con loro per andare in Europa, stanca di vivere in quella terra ormai desolata e in aperto disaccordo con suo padre.

Farabudos sghignazzò entusiasta di quel fuoriprogramma. In effetti aveva messo gli occhi addosso a quella giovane così affascinante e si era pentito di non averle dedicato una maggiore attenzione. Lui e i suoi uomini si affollarono sulla murata per aiutare Isabella a salire sulla nave, incitandola con grida e schiamazzi.

Ma il mare era agitato e Isabella non riusciva ad avvicinarsi abbastanza (e lei non faceva niente per aiutare la barca). Tutte le sagole e i rampini che i negrieri lanciavano o agitavano per agganciare la barca, non arrivavano a prenderla o cadevano irrimediabilmente in acqua mentre la ragazza, evidentemente poco abile con la voga, sembrava sempre più in balìa delle onde.

Quel che i banditi non sapevano, però, era che nel frattempo Robin aveva aggirato la nave a nuoto e, approfittando del fatto che l’attenzione dei marinai era tutta rivolta verso Isabella, sull’altro lato della nave, era salito a bordo sulla murata opposta, infilandosi in una cannoniera e raggiungendo la stiva dove erano legati gli schiavi.

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Sistemate le due guardie (anch'esse distratte dalla presenza di Isabella), Robin liberò gli schiavi che, uno alla volta e nel massimo silenzio, si gettarono fuoribordo dai portelli dei cannoni.
Un altro marinaio discese nella stiva per prelevare qualcosa, ma il possente Oroko si occupò di lui con grande efficienza.
Poco dopo, dall'altra parte della nave, Isabella sentì un fischio come segnale. Isabella si rivolse sorridente all'ormai esasperato Farabudos.

- Sapete che vi dico? Il mare non fa per me per cui non parto più. Ho cambiato idea!

Poi voltò la barca e si diresse veloce verso terra, stavolta vogando benissimo, osservata dai negrieri sbalorditi.
Farabudos era furioso e lanciò un ruggito di rabbia vedendo la ragazza allontanarsi. Stava per mandare qualche marinaio a prenderla, ma si udì un grido: uno dei negrieri aveva scoperto la guardia svenuta e la stiva vuota.

Urlando di furore, Farabudos vide la schiuma sollevata dalle decine di neri in fuga a nuoto ormai lontani dalla nave e impegnati a raggiungere la riva.

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Lui avrebbe voluto inseguirli, ma i suoi uomini protestarono atterriti. La tempesta si avvicinava e la marea stava cambiando. Era il momento di salpare e di mettersi in salvo in mare aperto.

A Farabudos non restò che accontentarli, levando le ancore e abbandonando quella terra e i suoi profitti, ma portando con sé la maschera talismano di Oroko. Prima di partire, però, fece sparare diverse cannonate verso la casa di Vasco De Amaral, provocando un violento incendio che la distrusse. Fu la sua ultima feroce vendetta.

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Sulla spiaggia Robin e gli ex prigionieri avevano raggiunto la riva e si dispersero.

Poiché la fazenda era distrutta e il loro talismano rubato, gli indigeni erano disperati e sfiduciati. La minaccia dei mercanti di schiavi era arrivata anche nella loro terra, un tempo felice, e le cose non sarebbero mai più state come prima.

Oroko e Robin si abbracciarono come fratelli. Il capo indigeno avrebbe portato i suoi fratelli nel folto della foresta dove avrebbero costruito un nuovo villaggio, ma i tempi del lavoro e della speranza di riscatto erano finiti e chissà quando sarebbero tornati. Senza contare che la tribù non poteva neanche più contare sulla protezione della maschera del dio Kubime.

Mentre gli indigeni sparivano nella foresta, arrivò anche Isabella che corse incontro a Robin, risollevata di vederlo sano e salvo.

Ma poi la ragazza piombò nella disperazione: gli affari di suo padre erano rovinati per sempre; la fazenda era distrutta e gli indigeni del buon Oroko dispersi nella foresta. Che ne sarebbe stato di loro?

Robin si fece avanti e la abbracciò tenero e protettivo. Lui era un grande esploratore e quella terra era così grande. Avrebbero trovato un altro luogo dove andare e dove vivere tutti insieme. Gli occhi di Robin contenevano una promessa a cui Isabella si abbandonò molto volentieri e i due si baciarono appassionatamente…

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Nella biblioteca del convento Fra Tenaglia chiese a Mary come stesse, perché sospirasse e cosa vedesse ancora.

Mary aprì gli occhi di colpo ritrovandosi stupita nella vecchia biblioteca di Colleverde.

Fra Tenaglia, Fra Mirtillo e Robin la scrutavano preoccupati, chiedendole se andasse tutto bene. Mary rispose di sì, che stava benissimo, ma che era un peccato che la ricostruzione fosse cessata proprio nel momento più emozionante...




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