Robin & Mary - La Maschera Magica - Cap. 2

Organizzando una vendita di beneficenza, i frati di Colleverde vengono in contatto con una antica maschera africana che era posseduta da Losco Farabutti e da lui ritenuta porta fortuna. Toccando la maschera, Mary scopre di riuscire a percepire la memoria delle cose, rivivendo in prima persona le terribili vicende di cui la maschera è stata testimone, tanti anni fa...

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Ecco dunque che, insieme a Mary, viaggiamo tutti nel tempo e nello spazio, arrivando alla fazenda di Vasco De Amaral, nel golfo di Guinea e nell'anno 1562!

Vasco, che incredibilmente aveva le sembianze del buon Prospero Benfatti, incitava un gruppo di lavoranti indigeni a fare forza con dei grossi tronchi di acajou appena tagliati e stare attenti a non scheggiarli, poiché avrebbero fruttato un bel po' di soldi quando sarebbero arrivati in Europa!

Il buon Vasco De Amaral sorvegliava con bonaria attenzione il lavoro dei numerosi indigeni che arrivavano dalla foresta trascinando, con l’ausilio di lunghe funi e rulli, i grossi tronchi di legno pregiato.

Gli operai erano tutti allegri e robusti e sorridevano ammiccando tra loro quando la dolce Isabella, diletta figlia di Amaral, portava loro dell'acqua e una colazione di focacce dolci.

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Oroko, il gigante nero capo degli indigeni, era socio di Don Amaral e pensava che la vendita del legname avrebbe fruttato bene al villaggio, che avrebbe potuto comprare i tanti bei prodotti che cominciavano ad arrivare dalla terra dei bianchi.

Aratri di ferro, coltelli, asce e altri attrezzi che avrebbero permesso agli indigeni di dissodare altra terra e sfamare molte altre famiglie.

Se gli affari fossero andati bene, Oroko e Vasco De Amaral avrebbero potuto organizzare anche una carovana fino alla lontana Timbuctù e portare da laggiù l'oro e il sale che arrivavano dall'interno.

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Grazie all’onestà e alle conoscenze del buon Vasco De Amaral e all'operosità dei numerosi e prestanti giovani della tribù, il futuro si presentava davvero roseo, pensava Oroko, mentre sorseggiava la bibita portata da Isabella.

Non erano molti i bianchi come Vasco; altrove sembrava che si comportassero da invasori e oppressori; che rubassero tutto quello che trovavano, soprattutto uomini e donne giovani che sparivano nelle loro navi per non tornare mai più.

Ma Don Vasco non era così. Oroko e la sua tribù erano stati fortunati. E per Oroko tale fortuna non poteva derivare che dalla maschera sacra del dio Kubime, creata dal grande sciamano e conservata dalla tribù come potente talismano.

Finché la maschera sacra fosse stata custodita nella capanna dello sciamano al centro del villaggio, non sarebbe accaduto loro nulla di male, pensava Oroko; i bianchi sarebbero stati loro amici, com’era il buon Vasco De Amaral, e gli affari sarebbero andati bene.

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Peccato solamente che il lavoro di tagliare gli alberi e trasportarli fino alla costa fosse così duro: gli spagnoli avevano tentato di importare in Africa i cavalli, per aiutarli nel lavoro, ma la presenza della mosca tse-tse procurava loro una malattia mortale. Né si potevano usare i bufali africani, animali possenti, ma imprevedibili e pericolosi.

Se gli affari fossero andati bene, Don Vasco aveva proposto di importare dei buoi europei, che forse avrebbero sopportato il clima africano e avrebbero potuto aiutare non poco a spostare gli enormi tronchi di azobé e di acajou, in cambio però di fieno, cereali e sale che in quei luoghi erano difficili da procurare.

Occorreva un delicato equilibrio per generare ricchezza impiegando le risorse disponibili, ma Vasco era un commerciante esperto e aveva molti e preziosi contatti tra la gente della sua terra.

Nel frattempo i giovani della tribù, ben nutriti e robusti, si davano da fare con entusiasmo, in attesa di tempi ancora migliori.

Si sentì il suono di un corno, mentre un corteo di canoe scendeva lungo il fiume provenendo dall'interno. Tra i numerosi indigeni si vide un uomo bianco che si avvicinava sorridendo.

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Isabella ebbe un tuffo al cuore. Non erano molti i giovanotti europei che si incontravano in quelle terre lontane. Il giovanotto si presentò con un profondo inchino al señor Amaral che lo accolse amichevolmente.

Quando anche Isabella si fece avanti sul portico, il giovanotto (che si chiamava Robin De Almaviva e che aveva le sembianze del nostro Robin di Colleverde) restò a fissarla imbambolato.

Evidentemente la sorpresa e l'entusiasmo per quell'incontro erano stati reciproci.

Il giovane Robin De Almaviva era proprio l'esploratore europeo che Oroko e De Amaral stavano aspettando per organizzare la spedizione verso Timbuctù.

Robin confermò la sua collaborazione. Non solo avrebbe guidato la spedizione, ma sarebbe restato alla fazenda per occuparsi di tutta l'organizzazione.

Gli occhi della dolce Isabella erano un motivo in più per accettare. Quella sera, sul portico e sotto una splendida luna africana, Isabella e Robin si scambiarono confidenze e speranze.


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Lei avrebbe desiderato tanto vedere l'Europa, ma amava anche tanto quella terra selvaggia. Suo padre stava per accontentarla avendole promesso di mandarla a Lisbona con la successiva spedizione, ma adesso che aveva conosciuto Robin, Isabella non era più tanto sicura di voler partire.

Conoscere quel giovanotto aitante e cordiale le aveva procurato un turbamento che non aveva mai conosciuto. E anche lui sperava che la spedizione partisse il più tardi possibile. I due si guardarono negli occhi sospirando...




Il giorno dopo una sorpresa scosse tutti gli abitanti della fazenda: nella baia era comparsa una nave che doppiò veloce il promontorio e gettò l'ancora a poca distanza dalla costa.

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Don Vasco aspettava una nave, che avrebbe dovuto caricare i tronchi da spedire in Europa, ma quella non era una nave mercantile. Lo scafo era più stretto e, soprattutto, lungo la fiancata correva una serie di portelli che erano aperti e dai quali spuntavano le bocche di diversi cannoni, pronti a tutto.

Vedendo che da terra non c’erano minacce, dalla nave si staccarono delle scialuppe piene di uomini armati. Dalla prima di esse, arrivata a riva, scese un uomo gigantesco, con un elmo in testa e il petto coperto da una armatura di ferro e dall'aria minacciosa: era Aguirre Farabudos, comandante della nave e trafficante di schiavi!

Prima che Vasco De Amaral potesse reagire, gli uomini di Aguirre, armati di spadoni e archibugi, si sparsero per i fabbricati della fazenda, catturando i giovani indigeni che erano già arrivati per il lavoro e ammassandoli sulla spiaggia e subito legandoli con corde e catene.

Sarebbero stati presto caricati sulla nave e portati in Sudamerica dove avrebbero fruttato un buon profitto, venduti come schiavi.

Contemporaneamente, altri uomini di Farabudos partirono per l'interno diretti ai villaggi più vicini, come quello di Oroko, dove si trovavano tanti altri giovani vigorosi.

L’azione dei negrieri si era svolta talmente di sorpresa che gli indigeni non ebbero il tempo di reagire.

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Solo Robin ebbe la possibilità di fare qualcosa quando, essendo nel bosco vicino, impegnato a selezionare i tronchi, aveva sentito Isabella gridare a causa di un marinaio che l’aveva catturata insieme ad altre donne.

Robin era corso verso la casa e, vedendo la nave ancorata nella baia, aveva subito intuito cosa stava succedendo. Entrò in casa come una furia colpendo i negrieri con un grosso bastone e mettendone subito due fuori combattimento.

Ma non aveva armi con sé e i banditi erano troppi e ben abituati a fronteggiare resistenze come quella.

In breve il combattimento si spostò nel portico e poi nel cortile dove diversi negrieri circondarono Robin e infine lo abbatterono con un colpo alla testa che lo fece svenire. Quando si svegliò, Robin era legato come gli altri e assolutamente alla mercé di quei furfanti.

Vasco De Amaral era fuori di sé e affrontò coraggiosamente Farabudos. Gli chiese come potesse fare una cosa simile, poiché gli indigeni che aveva catturato e che stava già trasportando alle navi, erano uomini liberi e non aveva alcun diritto di prenderli come se fossero degli oggetti. Inoltre erano tutti giovani e forti, il meglio dell'Africa.

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Vasco gridava con tutta la furia che aveva in corpo: Come avrebbero potuto i neri migliorare la loro condizione e avere un progresso come il resto del mondo, se bianchi avidi e violenti come lui avessero tolto a quel paese la parte migliore delle nuove generazioni? Rubando la loro gioventù avrebbero condannato l'Africa per tutti gli anni a venire.

Ma Farabudos non intendeva ragione.
Solo i più giovani e forti erano capaci di sopportare le privazioni del viaggio fino alle piantagioni del Brasile. Non poteva certo proporre ai suoi clienti merce scarsa e gracile.

- Smettetela di gridare e toglietevi di mezzo! - concluse Farabudos minaccioso verso Vasco De Amaral - Sono un uomo d’affari e rispetto la legge del Re: non torcerò un capello a voi portoghesi. Ma questi selvaggi per me sono solo merce da caricare e vendere al miglior offerente, esattamente come i vostri tronchi d’albero.

Così, per togliersi di mezzo le proteste del commerciante senza violare la legge sui cittadini europei, Farabudos ordinò semplicemente ai suoi uomini di rinchiudere Don Vasco, Robin e Isabella all’interno della casa, lasciando la strada libera ai suoi sgherri per razziare il villaggio.

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