L'isola del diavolo - Cap. 2
Cap. 2
Prigionieri alla Tortuga
Nel pomeriggio, Moriel e Lafouche poterono finalmente scendere a terra, sulla scia di tutti gli altri prigionieri. Ma anzichè essere chiusi in una prigione, i due furono portati ad una locanda, dove poterono riposarsi un poco in una camera tutta per loro e, soprattutto, concedersi un ottimo bagno caldo, grazie ai servizi di due prosperose sguattere che fornirono continuamente pinte su pinte di acqua calda per alimentare due grosse vasche di rame, frutto evidente di qualche saccheggio marittimo. Moriel e Lafouche si godettero la toeletta inaspettata, anche se, fuori della porta, non mancarono di notare la continua presenza di due minacciosi pirati di guardia.
Alla fine pagarono il conto con il loro denaro che, anche questo inaspettatamente, non era stato loro tolto. Era ormai il tramonto quando i pirati di guardia, con un grugnito, fecero loro cenno che dovevano muoversi e seguirli.
I due furono quindi condotti lungo alcune strette vie che tagliavano l'ammasso di case di pietra e baracche di legno che costituivano l'abitato della Tortuga, per arrivare infine ad un fabbricato più vasto, con un ampio cortile interno circondato da un portico a colonne. Al centro brillava un grande fuoco con due enormi spiedi in azione, mentre tutto intorno, sotto il portico, si trovavano molti pirati seduti a file di tavoli ingombri di cibo e innumerevoli caraffe di vino. Un via vai continuo di camerieri e garzoni alimentava il banchetto tra risa e urla sguaiate.
Al centro del portico più profondo, su una pedana rialzata, si trovava un tavolo più grande e riccamente imbandito con una grande tovaglia rossa ricamata in oro che scendeva fino a terra. Sul tavolo, brillavano al chiarore del fuoco diversi vassoi e zuppiere di argento e innumerevoli bicchieri di cristallo. Al centro troneggiava una grande composizione di fiori di notevole buon gusto, decisamente inaspettata in un luogo del genere. Su grandi sedie rivestite di broccato stavano mollemente seduti Laurent Lamort e altri capitani che discorrevano amabilmente, vuotando grandi bicchieri di vino. Moriel e Lafouche erano evidentemente arrivati alla corte del capo pirata e quello a cui si stavano avvicinando era il suo trono.
Lamort li vide arrivare e fece loro cenno di avvicinarsi. Moriel avanzò senza esitare attraversando il cortile mentre il vociare dei pirati cessava per un istante per poi riprendere con maggior vigore, dedicato proprio all'arrivo dei nuovi venuti.
Studiando il luogo senza darlo troppo a vedere, Moriel notò diversi pirati armati alle spalle del capo, la sua guardia del corpo, e due donne, sedute a lato del tavolo con la tovaglia rossa, che non partecipavano al chiacchiericcio generale e anzi seguivano molto attentamente la scena. Ma il loro volto non era visibile, seminascosto com'era da un ventaglio che ciascuna teneva in mano, e Moriel potè solo intuire che dovevano essere madre e figlia; una di mezza età, più robusta ma con le caratteristiche ancora evidenti di una grande bellezza nei suoi anni migliori, e l'altra notevolmente più giovane, esile e dall'aspetto delicato.
«A nome di tutti, vi do il benvenuto, dottor Moriel! – annunciò con voce tonante Laurent Lamort, spezzando i pensieri di Moriel e zittendo istantaneamente il chiacchiericcio del pubblico di pirati. Poi, voltandosi verso i suoi commensali – Questo è l'uomo che ha salvato la vita del nostro amico Miguel Montega. Vi assicuro che era spacciato e nessuno dei nostri avrebbe potuto fare nulla per lui. Ma quest'uomo ha una grande arte nelle sue mani e ha fatto il miracolo.»
Poi, abbassando la voce e guardando Moriel dritto negli occhi «Grazie!» Concluse.
Moriel era sinceramente commosso e rispose con un lieve inchino a quella pubblica ammissione di gratitudine che certamente non doveva essere usuale in quel mondo di pirati. Per un momento fu assalito dai dubbi, in merito alle certezze che ormai si era costruito nei due anni precedenti. Stava per ribattere, quando Lamort lo interruppe con un cenno della mano. Il capo pirata si alzò poi in piedi sollevando anche l'altro braccio per richiamare l'attenzione della platea di commensali. Quando ebbe ottenuto il silenzio più totale, si rivolse ancora allo scienziato.
«Il dottor Moriel è un insigne studioso e ha in corso una importante ricerca: lui sta cercando le origini del Male e forse non è un caso se è arrivato qui, non vi pare?»
Un'esplosione di grasse risate, urla sguaiate e fischi rispose alla domanda di Lamort che fece un nuovo rapido cenno con un braccio per ottenere un nuovo, istantaneo silenzio.
«Bene. Siamo tutti interessati a conoscere la verità. Fate silenzio e ascoltate!»
E così dicendo tornò a sedersi in modo lento e teatrale, facendo poi un cenno interrogativo a Moriel, come per dire che toccava a lui, ora. Al tavolo con la tovaglia rossa tutti lo fissavano, severi e interessati, comprese le due donne che ora muovevano rapidamente i due ventagli di merletto.
Moriel era in piedi al centro della spianata, tra il tavolo-trono di Lamort e il grande falò, il cui calore gli lambiva la schiena. Anche gli altri pirati tacevano e il silenzio era rotto solo dal crepitio del fuoco.
«In qualità di convinto razionalista - esordì Moriel, con voce squillante - io credo che tutte le azioni umane abbiano una spiegazione scientifica. In particolare la cattiveria e la malvagità, che sono state oggetto dei miei studi negli ultimi due anni. Analizzando l'essere umano chiunque di noi può vedere come esso nasca puro, docile e privo di ogni cattiveria. “Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose” dice il grande Rousseau; la stessa Chiesa che ci vorrebbe tutti peccatori per giustificare la sua opera di salvezza, ha dovuto ipotizzare che la malvagità non sia partita dall'uomo, ma portata ad esso dall'influenza del Diavolo, cioè di una entità esterna. Ma, tralasciando le fiabe della Bibbia e dell'Eden e l'opera di improbabili serpenti tentatori, come può essere avvenuto tutto questo? »
Moriel fece una pausa d'effetto e il silenzio che sentì intorno a sè gli fece comprendere che era riuscito nell'intento di catturare l'attenzione di tutti. Fece quindi un profondo sospiro e poi riprese.
«Ebbene, studiando l'opera di Newton e le sue leggi della gravitazione, sono convinto che il Male sia giunto dallo spazio e che periodicamente esso incroci l'orbita della Terra irrorandola dei suoi malefici influssi.
Sì, miei signori, il Male è opera di una cometa cavalcata dal Demonio. Come si spiegherebbe altrimenti la superstizione diffusa su tutta la terra che vuole le comete portatrici di sventura e foriere di grandi calamità? Nel medioevo l'apparizione delle comete era spesso associata allo svilupparsi della peste; Martin Lutero e Paracelso vedevano nelle comete messaggeri di Dio e della Sua collera e vi è persino chi afferma che proprio una cometa, caduta sulla terra in un lontanissimo passato, abbia causato il Diluvio Universale e minacciato l'esistenza stessa dell'uomo.
Questi miti sono troppo radicati e diffusi per non avere un fondamento di verità e noi, uomini di scienza, abbiamo il dovere di trovarlo e spiegarlo razionalmente. Così, i miei studi mi hanno portato alla convinzione che non solo questi miti abbiano un fondamento reale, ma anche che, in tempi relativamente recenti, un frammento di cometa malefica sia caduta sulla terra portando influssi perenni di malvagità in una precisa area del mondo, nota a tutti per le efferatezze che da diversi secoli vi si sono scatenate, non superate in nessun altro luogo. La zona è quella delle Americhe e dei Carabi che ha visto la tragedia dei Maya e degli Inca ad opera dei conquistadores, gli orrori della pirateria e poi della schiavitù. Milioni di persone sono morte o stanno morendo in questa parte del mondo per effetto di tale influsso. Sono sicuro che se oggi nel mondo esiste una fonte del male, è qui che dobbiamo cercarla. E se essa deriva, come io suppongo, da qualcosa venuto dallo spazio, scoprendola e distruggendola potremo migliorare la vita di tutti in questa parte della terra realizzando il sogno illuministico di una città perfetta proprio nel nuovo mondo.»
Moriel tacque di colpo e per pochi secondi ancora il silenzio fu totale, mentre tutti i presenti (troppi purtroppo già inebriati dal vino) cercavano di focalizzare quello che avevano ascoltato.
«E avete qualche idea sul luogo preciso della caduta?» Rispose per primo Laurent Lamort, con una sottile vena di ironia nella voce.
«Non precisamente come vorrei.» Rispose piccato Moriel, voltandosi ad osservare Lafouche che, in disparte, si era messo furiosamente a frugare dentro una sottile borsa di cuoio che portava sotto la giubba. Ne estrasse una carta che si affrettò a porgere al suo padrone. Moriel spiegò in parte la carta, mostrandola a Lamort che gli fece cenno di avvicinarsi. Subito, lo scienziato raggiunse il tavolo in pochi passi, spiegando la carta sopra la tovaglia, dove il capo pirata aveva creato un varco tra piatti e bicchieri. La carta era quella tracciata con tanta cura da Lafouche durante il viaggio ed era di fatto un compendio di diverse carte nautiche raccolte da ogni fonte possibile. Mostrava il mare dei Caraibi e l'ampio golfo che riunisce le coste dell'America centrale con al centro la penisola dello Yucatan.
«Ho studiato le orbite di tutte le comete di cui si è avuta notizia – spiegò Moriel con voce eccitata – e credo che una di esse sia caduta proprio in questa zona. Le tracce del cratere devono essere ancora visibili ed è proprio per trovarle che ho intrapreso questo viaggio. Spero che mi lascerete andare al più presto. E' stato un piacere conoscervi, signor Lamort, ma dovete capire che il mio dovere di scienziato mi chiama altrove.»
Laurent Lamort studiò la mappa senza rispondere, massaggiandosi il mento e scrutando con interesse i particolari molto accurati del disegno di Lafouche. Poi si raddrizzò sulla sedia, lanciando un'occhiata ai vicini che lo osservavano, ansiosi di capire come dovevano comportarsi. Poi, di colpo, il capo pirata si aprì in un largo sorriso, tornando a voltarsi verso Moriel e guardandolo con bonaria simpatia.
«In tutta sincerità, credo che siate un ottimo chirurgo e un grande narratore, ma che, come scienziato, stiate sbagliando tutto, amico mio. Il vostro desiderio di eliminare il Male vi fa onore, ma non credo proprio che la sua origine si trovi da queste parti. Noi siamo i fratelli della costa e il Male, se pure ne esiste una entità in qualche modo concentrata, non si trova qui, ma molto più probabilmente nelle capitali delle malvagie nazioni che ci danno la caccia, limitano la nostra libertà e vorrebbero in qualche modo dominarci. Quando ad andarvene da qui, non capisco perchè non vogliate essere nostro ospite, visto che vi abbiamo trattato da amico e desideriamo conoscervi meglio. E' indubbio infatti che le vostre conoscenze sono vaste e profonde e che potreste esserci molto utile. I vostri strumenti chirurgici, per esempio, le vostre pillole per sostenere il respiro, e poi questa carta, molto dettagliata e ben fatta della quale spero proprio mi donerete una copia.
Quindi per il momento rassegnatevi e godetevi la festa. Resterete con noi finchè non deciderò il contrario e se, nel frattempo, il Male che dite continuerà ad esercitare il suo malefico influsso, dimenticatelo o annegatelo nel vino e nella birra come facciamo noi. Alla salute!»
E così dicendo il capo pirata si alzò in piedi sollevando un calice di vino all'indirizzo dell'assemblea dei pirati che, finora, aveva seguito le sue parole con il fiato sospeso. A quell'inequivocabile permesso di baldoria un urlo simile ad un ruggito si levò dalle gole di quei furfanti e subito grida, risate e schiamazzi ripresero con incredibile vigore. Alcuni pirati si alzarono dai tavoli e si misero a ballare intorno al fuoco con versi scomposti e lazzi osceni all'indirizzo di Moriel. Altri estrassero strumenti musicali di vario tipo, chitarre, zufoli, con cui accompagnare la danza o semplici piatti di stagno su cui battere il tempo. Tutto l'ambiente fu in breve sommerso da una gazzarra indescrivibile cui solo Moriel, Lafouche e i commensali della tavola rossa non partecipavano.
Lo scienziato, ritto in piedi, tentò di riprendere la mappa che però fu subito bloccata dalla mano aperta e calata sul tavolo con forza dal capo pirata che lo guardò con tono di sfida. Moriel fu tentato di insistere, ma poi la sua razionalità ebbe il sopravvento e si limitò ad alzare le spalle. Cosa avrebbe potuto fare di fronte a tutti quegli avversari? Così si limitò a voltarsi senza rispondere e ad allontanarsi verso l'ombra del portico, subito seguito dal buon Lafouche e dalle risate e dai lazzi del pubblico.
L'udienza presso il re dei pirati era finita e non era andata come lo scienziato sperava.
«»
Più tardi, tornati nella loro stanza alla locanda, Moriel e Lafouche parlarono a lungo di quanto era accaduto, ma, mentre Lafouche era tutto sommato rassegnato all'idea di rimanere prigioniero in quel luogo (in fondo è molto più comodo di una nave, no? Il cibo e la birra sono ottimi, il bagno caldo è stato perfetto e anche la stanza è confortevole), Moriel era come un animale in gabbia e per tutto il tempo aveva camminato avanti e indietro nella stanza, protestando ad alta voce, gesticolando e agitando i pugni.
Solo molto più tardi aveva accettato di sedersi sul letto e di sorseggiare un po' di liquore che Lafouche aveva trovato in una bottiglia.
Bene o male siamo arrivati fin qui – aveva obiettato l'assistente cercando di calmarlo e fargli vedere il lato buono della vicenda – siamo abbastanza vicini al luogo dove volevamo arrivare; siamo in buona salute e i pirati non ci sono del tutto ostili. Anzi, quel Lamort mi sembra un tipo ragionevole, dopotutto. Pensate se ci avesse catturato il feroce Barbanera...
Lafouche si interruppe nell'udire un leggero bussare alla porta. I due si voltarono a guardare insieme, per poi tornare a scambiarsi un'occhiata interrogativa. Poi fu Lafouche il più svelto ad avvicinarsi alla porta aprendola cautamente.
Si era aspettato di trovarsi di fronte i due pirati di guardia, ma questi non c'erano mentre invece dal buio uscì la faccia di un uomo anziano, basso e largo, che vestiva un lungo camicione di tela grezza, legato intorno all'ampia vita da una corda. In testa i radi capelli simili a paglia, definiti da una specie di tonsura e dei sandali ai piedi.
Al collo portava una cordicella con appesa una croce di legno, che in quel momento stava massaggiando tra il pollice e l'indice di una mano.
«Sono padre Francisco – esordì il nuovo venuto, con voce cauta, allungando la testa oltre la soglia e rivolgendosi direttamente a Moriel, ancora seduto sul letto – sono prigioniero dei pirati da sei anni e padre confessore di Lucine Lamort, la moglie di Laurent. Vorrebbe parlare con voi e ho l'incarico di accompagnarvi da lei, se deciderete di accettare la sua richiesta. Lei vi prega umilmente!»
Moriel scambiò una rapida occhiata con Lafouche, alzandosi e avvicinandosi alla porta senza parlare. Lafouche abbassò gli occhi senza dare il suo parere. Era decisamente smarrito. Ma Moriel non ebbe dubbi e, varcata la soglia, uscì nel corridoio guardandosi intorno e fermandosi davanti al prete che approvò la sua scelta con un rapido inchino del capo.
Poi, caracollando sulle corte gambe sotto il corpo tozzo, l'uomo si avviò veloce verso l'uscita della locanda, seguito da Moriel, mentre Lafouche si affrettava a richiudere la porta dietro di loro. Non c'era traccia dei pirati di guardia, evidentemente allontanati dal frate con qualche regalìa. Lucine era potente quasi quanto suo marito, pensò Moriel, o forse di più, come capita sovente alle mogli. Cosa aveva da dirgli?
Ma padre Francisco non diceva una parola mentre camminava veloce davanti a Moriel che lo seguiva di buon passo. I due uscirono all'aperto incamminandosi lungo una delle stradine del borgo, illuminate di tanto in tanto da una lanterna appesa ad una parete o dal chiarore che filtrava da una delle finestra delle case, strette vicine le une alle altre.
A quell'ora non incontrarono nessuno, nonostante che i bagordi della corte dei pirati continuassero, perchè se ne sentiva il clamore in lontananza. Effettuato un largo giro e passando dietro un boschetto di bambù, Moriel ebbe l'impressione che fossero tornati nella stessa casa del falò dove aveva incontrato il capo dei pirati tre ore prima, ma ad un accesso secondario.
Arrivarono infatti ad un cancello di ferro che si aprì cigolando e dietro al quale Moriel vide un uomo di guardia. Padre Francisco gli mormorò qualcosa e questi si ritrasse facendo passare Moriel senza una parola.
Varcato il cancello, entrarono in una porticina, munita però di una porta robusta di quercia rinforzata di ferro. Poi una scala di pietra e infine un corridoio più largo, con il soffitto a volta e le pareti decorate da arazzi di ottima fattura. Dal soffitto pendevano dei lampadari di ferro e ottone in stile moresco, dentro i quali brillavano le fiammelle di molti ceri odorosi.
L'appartamento delle donne – pensò Moriel – ammirando una splendida ottomana con la struttura di legno intarsiato e splendidi cuscini di lana ricamati a colori vivaci. Ma tutto era amalgamato dal tenue chiarore rossastro delle candele e dal tenue fumo dei ceri. Adesso il pavimento era coperto da folti tappeti che attutivano anche il rumore dei passi.
Era un rifugio ovattato, accogliente, separato da tutto e distante dal rumore e dall'odore della violenza, dalla guerra, dalla povertà, dalla paura che imperversavano là fuori.
Alla fine del corridoio, padre Francisco spinse un pesante portone guidando infine Moriel in una stanza riccamente arredata di rosso e oro dove, su un largo divano di damasco, era seduta Lucine Lamort, vestita com'era a tavola, ma con uno scialle dorato sulle spalle e l'onnipresente ventaglio a nasconderle metà del volto. Scambiata una rapida occhiata con Lucine, padre Francisco si defilò in fondo alla stanza, dove l'ombra gli nascondeva il volto. Lì rimase in piedi, le mani intrecciate in grembo, immobile e in silenzio.
Lucine era seduta con la schiena dritta e atteggiamento fiero, una mano ad azionare il ventaglio e l'altra posata sul bracciolo del divano. In piedi accanto a lei, appena dietro al divano, si trovava l'altra donna vista a tavola, che ora Moriel scoprì di una bellezza talmente perfetta da farlo sobbalzare.
Doveva avere circa vent'anni, la pelle era di marmo rosa meravigliosamente abbronzata, l'ovale del viso perfetto, i capelli corvini le scendevano lunghi ai lati del viso, lisci in alto e poi arricciati in mille rivoli neri; gli occhi erano scuri, l'espressione ansiosa e vigile. Una fascia di merletto le incorniciava la fronte fissandole i capelli. Dalle orecchie pendevano due grandi orecchini di filigrana d'argento.
Moriel distolse a fatica gli occhi dalla ragazza, guardando Lucine che si era accorta del suo turbamento e che gli rivolse un leggero sorriso mentre gli porgeva la mano, mollemente raccolta. Moriel rispose stringendola e curvandosi in un inchino fino a sfiorarla con le labbra. Poi Lucine riportò la mano sul bracciolo della poltrona e parlò con voce calda e amichevole, come se conoscesse il giovane scienziato da molto tempo.
«Grazie per aver accolto il mio invito, dottor Moriel. Io sono Lucine Lamort, la moglie di Laurent, e lei – indicando la ragazza alle sue spalle – la nostra figlia Helena, la nostra unica e dolcissima figlia. Le assicuro che siamo ambedue molto liete di conoscerla.»
«L'onore è mio.» Riuscì appena a rispondere il giovane, con la voce strozzata. Lo sguardo fisso e inquisitore di Helena gli provocava un disagio terribile, quale non aveva mai conosciuto nella sua vita. Gli occhi gli saettavano continuamente verso di lei e solo a fatica riusciva a distoglierli. Si sentiva come un bambino colto in fallo.
Con un cenno, Lucine gli indicò il divano accanto al suo e Moriel si affrettò a sedersi rigidamente sull'orlo, le mani sulle ginocchia e proteso in avanti, come pronto a scappare. Ma quando vide Lucine che si abbandonava sui cuscini, rilassandosi e guardandolo con un sorriso compiaciuto, si rilassò un poco anche lui, posando le mani sui cuscini e accettando senza timore l'esame della donna, anzi delle due donne, perchè Helena non aveva smesso di esaminarlo un solo secondo. Alla fine le due si scambiarono una rapida occhiata d'intesa e Lucine parlò.
«Ho ascoltato con molto interesse quello che avete detto alla festa. Mio marito non vi ha dato molta fiducia, ma io vi credo.»
Moriel deglutì senza sapere cosa rispondere. Lo sguardo di Helena, che continuava a sentire su di lui, lo bloccava in uno stato d'animo che non aveva mai provato. Si limitò a sospirare.
«Vi credo perchè voglio credervi! – continuò Lucine – In effetti la vostra teoria mi dà un motivo di speranza nell'angoscia che mi opprime ormai da mesi.»
Moriel strinse gli occhi per dire che non capiva e Lucine continuò con voce più accorata, rassegnandosi a mostrare tutto il suo turbamento.
«Sapete che le potenze coloniali europee hanno favorito per molti anni la guerra di corsa perchè questa era utile ai loro scopi, soprattutto ai danni della Spagna. Dopo il trattato di Utrecht non è più così e molte lettere di corsa sono state ritirate. Molti marinai rimasti disoccupati si sono dati alla pirateria pura e semplice, ma Francia, Spagna e Inghilterra non sono più disposte a tollerarla.
Le loro marine da guerra hanno cominciato una caccia spietata e prima o poi attaccheranno anche la Tortuga, ne sono sicura. Noi non potremo fuggire per sempre; loro vinceranno prima o poi e mio marito morirà. E io non voglio che accada.»
«Vostro marito mi sembra in grado di badare a se stesso. – rispose Moriel - Nel momento in cui la situazione diventasse insostenibile, certamente fuggirebbe o troverebbe comunque una soluzione.»
«No, ho provato a farlo ragionare, ma sembra impossibile. Lui pensa all'onore, ai suoi uomini, alla vendetta su chi gli ha fatto torto, al biasimo degli altri capitani... c'è sempre qualcosa che gli impedisce di vedere il suo vero interesse e intanto il tempo incalza, lo spazio diventa sempre più stretto e il nemico sempre più vicino. C'è qualcosa che trama contro di noi e vuole la nostra rovina... forse la malvagità di cui avete parlato voi.»
Moriel stava cominciando a capire e si mise più comodo sulla poltrona, massaggiandosi il mento e osservando Lucine con occhi penetranti. La donna continuò febbrilmente.
«Se quello che dite è vero, se la malvagità dei pirati e di Laurent non derivasse da loro stessi, ma da qualcosa di esterno, allora ci sarebbe una possibilità di redimerli, non pensate?»
«Sì, certo. Sarebbe un argomento che avrebbe un certo valore anche davanti ad un giudice.»
«Potremmo fare di meglio. Se trovassimo la sorgente del Male e la distruggessimo, ogni impedimento alla ragione cadrebbe e mio marito troverebbe da solo la soluzione. Prima dell'intervento di qualsiasi giudice; prima che la situazione precipitasse in qualche modo.»
«Sì, è possibile – rispose Moriel – Ma occorrerebbe trovare il cratere. Come dicevo a vostro marito, dovrebbe trovarsi da qualche parte a nord dello Yucatan, ma io non ho mai visitato quella zona. Se una cometa è precipitata laggiù, probabilmente il centro dell'impatto si trova sul fondo del mare, o su un'isola, magari emersa proprio causa dell'impatto e della fusione delle rocce del fondo. Ma non so se...»
«L'isola dei demoni!»
Moriel e Lucine si voltarono verso padre Francisco che era silenziosamente emerso dal buio e si era avvicinato, intervenendo con voce cavernosa.
«Esiste un'isola con questo nome in quella zona – continuò il prete – e da quello che mi dite, non può essere un caso. Ma è un luogo dal quale nessuno è mai tornato. Dicono che chi sbarca laggiù, vi trovi facilmente minerali d'oro e argento ma venga colpito anche dall'avidità e dall'invidia in modo tanto violento da scagliarsi contro i suoi stessi compagni in un impeto di ferocia omicida e suicida irrefrenabili.»
«Questo si accorda con la vostra teoria.» Intervenne Lucine.
«Sì, ma come andare sull'isola e distruggere la fonte del male senza morire voi stesso?»
Era stata Helena, a parlare, per la prima volta e con un'ansia fanciullesca nella voce, sorprendendo tutti. Moriel la fissò balbettando una risposta. In effetti dovette ammettere di non aver alcun piano nell'eventualità che avesse trovato quello che cercava, ma vedendo la delusione negli sguardi dei tre che aveva di fronte, nascose ogni perplessità.
« Studierò il caso e troverò una soluzione – concluse – in fondo sono uno scienziato e sono venuto qui per questo.»
La risposta sembrò tranquillizzare Lucine che emise un lungo sospiro, rilassandosi sui cuscini e lanciando una lunga occhiata alla figlia. Ma Helena continuava a guardare Moriel, visibilmente preoccupata.
«Va bene – concluse Lucine Lamort, tornando a voltarsi verso il giovane – Se troverete il modo di distruggere l'influsso maligno che abita su quell'isola, farò in modo che abbiate una nave e un equipaggio per lasciare Tortuga, all'insaputa di mio marito. Me la vedrò io con lui. »
Moriel restò silenzioso a fissare Lucine e poi Helena, ma non si accorse degli occhi di padre Francisco che stavano brillando di eccitazione.
Più tardi, mentre riaccompagnava Moriel alla sua stanza nella locanda, padre Francisco rimase silenzioso, anche se sembrava molto più nervoso e vivace, tanto che il giovane scienziato quasi faticava a tenerne il passo. Arrivato a destinazione, padre Francisco bussò due volte alla porta della camera e subito Lafouche venne ad aprire, facendo entrare rapidamente Moriel, mentre il prete rimase fuori. Un secondo prima che Moriel richiudesse la porta, il frate gli afferrò un polso e lo fissò in volto con espressione spiritata.
«Pensate alla vostra soluzione – disse - e se non la troverete, chiedete di me, prima di parlarne a Lucine. Forse potrò aiutarvi, ma ad una condizione.»
«Quale?»
«Quando lascerete la Tortuga, se la lascerete e tornerete in Europa, dovrete portarmi con voi. Sono vecchio, ormai, e voglio morire nella mia Spagna, che non vedo da troppo tempo.»
«Va bene.» Rispose Moriel.
Al che il vecchio prete gli lasciò il braccio e sparì velocemente nel buio. Moriel rimase un po' sull'uscio a guardare finchè, dall'ombra oltre l'angolo del corridoio, emerse uno dei pirati di guardia che lo guardò di sbieco tirando una boccata ad una lunga pipa, accendendo la brace nel fornello. Moriel si ritrasse e chiuse la porta.
Ora che erano di nuovo riuniti, Moriel raccontò a Lafouche quanto era accaduto e le implicazioni del suo accordo con Lucine. La stanza era al buio e solo la luce della luna entrava dalla finestra, ma il giovane scienziato continuava a parlare pur sottovoce, camminando avanti e indietro e gesticolando eccitato. Il buon Lafouche ascoltava, seduto sul letto, assonnato, esausto dopo quella incredibile giornata e, ovviamente, totalmente incapace di dare il minimo contributo alla discussione. Moriel se ne accorse e dovette insistere perchè il suo vecchio assistente si spogliasse e si infilasse finalmente a letto. Lo stesso promise di fare lui, per convincere Lafouche, che non voleva lasciarlo da solo a risolvere il terribile dilemma.
Più tardi, mentre Lafouche dormiva profondamente, Moriel era steso sul letto più sveglio che mai, le mani dietro la nuca e lo sguardo al soffitto mentre la testa gli doleva per i mille pensieri che vi si affollavano.
Come raggiungere la fonte del male, innanzitutto? Da buon razionalista Moriel non credeva troppo alla maledizione dell'isola e alla favola del non ritorno. Ma se non ci credeva lui, ci credevano certamente i marinai che dovevano accompagnarlo con la nave e che non avrebbero mai accettato di sbarcare e questo era probabilmente il problema più grosso che avrebbe dovuto risolvere.
Come superare la loro superstizione? E se anche fossero arrivati laggiù, cosa vi avrebbero trovato? Di cosa è fatta una cometa e quale residuo potrebbe avervi lasciato? Una qualche sostanza pericolosa, senza dubbio. Moriel conosceva bene gli effetti del piombo, per esempio, avendo visitato una miniera anni prima e avendo osservato come la lavorazione di quel metallo provocasse gravi malattie ai minatori e agli operai che morivano spesso ancora giovani. Se ne dava colpa ai vapori del metallo fuso che si addensavano nei reni e nell'intestino provocando dolori lancinanti. Se una cometa era una massa di minerale simile alla Terra come ipotizzava Newton, era plausibile pensare che, attraversando lo spazio, essa si consumasse nella sua coda poco a poco, perdendo prima gli elementi più leggeri e concentrandosi quindi sempre di più nei suoi elementi più pesanti, come il piombo, appunto. O qualche materiale ancora più denso e pesante, capace di generare qualche sorta di vapore o raggio anche più nocivo. Chi può dire che non fossero stati appunto quei raggi o vapori a generare allucinazioni o sintomi di pazzia in coloro che erano sbarcati sull'isola?
Lucine...che donna affascinante, e intelligente! Aveva capito subito l'importanza della teoria di Moriel... ed Helena, la sua degna figlia; un vero angelo in terra! Moriel non riusciva a concentrarsi e gli occhi di Helena gli tornavano in mente continuamente... ma come fare a sopraffare la fonte del Male senza caderne vittima? Anche Helena si era posta questa domanda... era preoccupata per se stessa o per la vita di Moriel? No, no, lei lo conosceva appena, come avrebbe potuto essergli già affezionata? Eppure... eppure lui l'aveva già scolpita nella sua mente e nel suo cuore come se l'avesse cercata da sempre e finalmente trovata... e se il residuo della cometa non fosse un minerale, ma qualcosa di sovrannaturale? O meglio, qualcosa che la scienza non era ancora riuscita a spiegare, naturalmente, perchè tutto era spiegabile dal metodo sperimentale e scientifico... ma lui era stato uno stupido a non portare con sè altri strumenti, o a coinvolgere altri studiosi...
Finalmente arrivò il sonno e Moriel affondò in un dormiveglia agitato tanto che, quando il sole che entrava dalla finestra lo svegliò poche ore dopo, era tutto avvolto nelle lenzuola, madide di sudore, e il letto sembrava aver sopportato una lotta senza esclusione di colpi. Il giovane si svegliò faticosamente, annaffiandosi la testa con una caraffa d'acqua presente in un angolo e con la consapevolezza di essere ancora molto lontano dalla soluzione del suo problema. Eppure, notò Moriel senza ormai sorprendersi troppo, non era per la scienza che si dispiaceva, ma soprattutto per la delusione che avrebbe dato ad Helena.
Poco dopo anche Lafouche si svegliò con un lamento gorgogliante. Aveva dormito un sonno profondissimo, lui, ed era ancora pietrificato nella posizione in cui l'aveva posto Moriel a mezzanotte, quando l'aveva obbligato a coricarsi. Il giovane si stupiva sempre del fatto che Lafouche sapesse dormire ovunque e in qualsiasi posizione, mantenendola poi senza la minima variazione per tutta la durata del sonno. Quando il suo assistente fu del tutto sveglio, trovò Moriel seduto sul letto, i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani.
«Avete escogitato qualcosa? - chiese con la voce ancora impastata – Non mi sembrate della vostra forma migliore...»
«La testa mi scoppia e non ho la minima idea di cosa fare – rispose Moriel con la disperazione nella voce – e soprattutto non me ne importa per niente. Sono completamente vuoto, spossato e con la mente altrove!»
«Ieri sera avete mangiato troppo poco – sentenziò Lafouche con molto senso pratico – avete parlato, questo sì, ma mangiato poco. E per fortuna che, mentre vi facevate bello con i pirati, io ho potuto arraffare qualcosa da un vassoio, altrimenti sarei anch'io nella stessa situazione. In una tasca devo avere ancora un pezzo di montone arrosto, se volete... - Moriel alzò gli occhi guardando il suo assistente con una smorfia schifatissima – va bene, va bene, niente montone, allora. Bevete un po' d'acqua, dunque, e riempitevi la pancia con quella. Quanto alla questione di ieri sera, sarete stato sveglio a pensarci tutta la notte, immagino; avete trovato qualcosa? »
«No! - rispose Moriel con un moto di stizza – Non so cosa troveremo sull'isola, quindi non so come distruggerla. Ma il problema più grave è come arrivarci, visto che nessuno oserà accompagnarci se tutti sono convinti di trovarci il diavolo con tutte le sue legioni.»
«Allora direte a Madame Lucine che rinunciate?»
«No. Questo no. O almeno non ancora. »
E così dicendo, Moriel si alzò di scatto andando alla porta, aprendola e uscendo nel corridoio senza esitare. Si trovò subito davanti la massa scura del pirata di guardia, lo stesso di quella notte, la pipa spenta ancora in bocca. Nel corridoio aleggiava un odore penetrante.
«Devo parlare ancora con padre Francisco – disse Moriel con decisione – diteglielo!»
Poi si girò e rientrò in camera richiudendosi la porta alle spalle prima che l'uomo di guardia potesse ribattere qualcosa. Moriel era disgustato dall'odore del tabacco, la testa era trapassata dalle fitte e lo stomaco gli si rivoltava dentro, ma c'era ancora un barlume di speranza cui aggrapparsi.
Padre Francisco sembrava molto sicuro di sè, la sera prima, ed era indubbio che Lucine aveva una sua rete di pirati fedeli che poteva manovrare all'insaputa del marito; come la guardia la fuori, per esempio, che appariva e scompariva quando faceva comodo.
Non restava che avere pazienza e aspettare.
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