Il portatore dell'aquila - Cap. 9 e 10


Cap. 9
Improvvisare, adattarsi, raggiungere lo scopo.




Avevano appena finito quando Bjorn, alzando gli occhi, sobbalzò stupito vedendo in piedi sopra un grosso ramo d'albero un giovane che lo guardava sorridendo.

«Grazie! - disse il giovane – Ottimo lavoro. Era me che cercavano.»

Bjorn si guardò intorno e poi osservò meglio il giovane sull'albero. Doveva avere circa sedici anni, magro ma ben formato, vestiva abiti molto consumati da contadino. Alla cintura portava una roncola.

«E perché ti cercavano?» rispose Bjorn.

«Perché l'altro ieri ho piantato un forcone in una gamba di uno di loro, dopo che quel cane di Eymund aveva violentato un'altra volta mia sorella. Sono due giorni che mi seguono e oggi quasi riuscivano a prendermi. Poi hanno visto voi che tagliavate gli alberi.»

«Eymund era quello che é morto per primo?»

«Sì – rispose il ragazzo con un ghigno – che bel colpo é stato! Spero che stia già bruciando all'inferno. Era il figlio di Cherek Grosswald, il signore di queste colline... o almeno é quello che vorrebbe lui, perché io ho sempre sentito che il bosco appartiene alla locanda del crocevia.»

Bjorn restò un attimo pensieroso a massaggiarsi il mento. Poi si avvicinò ad un tronco abbattuto, poco più in là, facendo cenno al ragazzo di avvicinarsi.

«Scendi – disse – devi spiegarmi un po' di cose. E poi forse vedrai dei colpi ancora migliori.»

Rapido come uno scoiattolo, il ragazzo scese dall'albero e lo raggiunse sedendosi a cavalcioni del tronco. Visto quello che Bjorn e i suoi uomini avevano fatto ai suoi nemici, non vedeva l'ora di dire tutto quello che sapeva per incitarli a fare anche di meglio.

Il giovanotto si chiamava Gaut ed era figlio di uno dei contadini di Cherek Grosswald. La sua casa si trovava a circa un miglio in una valle tra le colline dove c’erano dei campi coltivati. Grosswald invece viveva in una grande casa fortificata altre tre miglia più avanti, controllando un'ampia porzione di territorio verso sud , sfruttando e terrorizzando gli abitanti che vivevano a stento coltivando la terra e allevando un misero bestiame, perché lui e i suoi sgherri esigevano tasse esagerate sui raccolti. Grosswald manteneva infatti, nel suo covo, una corte di violenti molto numerosa, che gravava interamente sulle spalle dei contadini.

«Mio padre dice che sono più di settanta uomini – concluse Gaut, impressionato – meno quelli che avete ucciso oggi, però. In ogni caso, forti come sono, si permettono ogni cosa. E poi Eymund aveva messo gli occhi addosso a mia sorella, ma di certo non l’avrebbe mai sposata. Da quando l'ha presa con la forza la prima volta, lei piange sempre per la vergogna e io ho giurato di vendicarla.»

Bjorn grugnì, mentre rifletteva, massaggiandosi il mento.

«Settanta uomini per tenere d'occhio pochi contadini? Che tipo é, questo Grosswald?»

«Ha usurpato le terre che appartenevano al vescovo di Kelo. Lui é buono e generoso, ma ha pochi soldati e non vuole combattere. Così Grosswald continua a farla franca. Sta sempre nel suo castello a bere e gozzovigliare, rubando le donne dei villaggi e usandole come schiave, salvo quando va chissà dove con i suoi. E' sempre di notte, sia all'andata che al ritorno, ma io li ho spiati perché volevo uccidere Eymund, così li ho visti.

«Lascia il castello di notte con un gruppo dei suoi – ripeté Bjorn pensoso – e torna ugualmente senza farsi vedere. E quanti vanno con lui?»

«Almeno cinquanta, o anche di più. Non so dove vanno. Non ho un cavallo per seguirli. Ma stanno via molti giorni, anche due o tre settimane. Al castello rimane... rimaneva suo figlio Eymund con gli altri.»

«Quando tornano hanno molti muli carichi?» chiese Bjorn.

«Sì – rispose il ragazzo, sgranando gli occhi – Come fai a saperlo?»

Bjorn immaginava benissimo dove andavano. Molto probabilmente ad assalire una delle carovane che si fermavano alla Locanda del Crocevia e che le spie di Grosswald avevano individuato tra le più promettenti. Ma quelli erano tempi difficili e anche le carovane meno ricche disponevano di uomini armati per difendersi; oppure più mercanti si mettevano insieme e formavano veri convogli per unire le forze. Per questo Grosswald aveva bisogno di così tanti uomini armati per essere sicuro di riuscire. Una parte di loro doveva bloccare la strada a monte e a valle del luogo prescelto, mentre il resto attaccava la colonna, e dovevano essere molti per colpire, avere presto la meglio e far sparire le tracce altrettanto in fretta.

Probabilmente gli attacchi avvenivano molto lontano dal suo castello, per non creare sospetti, e la merce rubata veniva messa al sicuro in qualche nascondiglio diverso, sempre dando nell'occhio il meno possibile. Ma possibile che nessuno avesse mai dato l'allarme o denunciato qualcosa? Che ne faceva dei mercanti che si arrendevano?

Bjorn si rispose in cuor suo: io li ucciderei tutti – si disse – li ucciderei e li nasconderei sottoterra, e sono sicuro che Grosswald fa lo stesso. Quel furfante aveva trovato un bel modo per arricchirsi e vivere nell'abbondanza: una terra grassa e ricca, contadini inetti e sottomessi, e un traffico di ricchi mercanti a poche leghe dalla sua tana di lupi. Un grande bottino con pochi rischi, e sicuramente era per quello che, nonostante la disputa sui boschi, non aveva ancora messo le mani sulla locanda. Tutti si fidavano di Mirja e da lei passavano tutti senza problemi. Mescolati ai clienti e ai servi, le spie di Grosswald studiavano i viandanti e individuavano quelli più convenienti per poi riferire al loro capo. Evitavano magari quelli più conosciuti o che tornavano spesso perché Mirja ne avrebbe notato la scomparsa. Ma chi avrebbe protestato per la sparizione di una carovana che veniva magari da centinaia di leghe più lontano e passava di là solo una volta o due all'anno?

Grosswald era stato sfortunato – rifletté Bjorn sogghignando dentro di sé – ci voleva un predone per smascherare un altro predone e, purtroppo per lui, Bjorn Rasmussen, il predone più affamato di tutti, si era messo sulla sua strada. E ora ne sarebbe rimasto solo uno.

Bjorn tornò a rivolgersi al ragazzo che aveva atteso le sue riflessioni giocherellando con la corteccia dell'albero su cui era seduto. Gli altri vichinghi attendevano immobili e impassibili, tutti intorno.

«Adesso Grosswald é al suo castello?»

«No – disse Gaut – é andato via per una delle sue spedizioni notturne quasi un mese fa. Al castello c'era suo figlio con una ventina dei suoi. Adesso sono rimasti undici. Io so contare.» concluse con evidente orgoglio il ragazzo.

Bjorn scambiò un'occhiata con i suoi, riconoscendo nei loro occhi la stessa idea.

«La tana é vuota – commentò Karl – si può fare.»

«Dove si trova il castello? Puoi guidarci laggiù?» Bjorn si rivolse nuovamente al ragazzo che rispose con un sorriso. Anche lui voleva la stessa cosa.

«E' a due ore da qui. E' costruito sulla riva rocciosa di un'ansa del fiume. Però verso terra c'é un grande prato scoperto, in salita. Da quella parte c'é una grande palizzata e la porta é sormontata da una torre di legno. Gli uomini di guardia saranno all'erta. Uno dei servi delle cucine é mio amico e mi ha detto che quando Grosswald é lontano é assolutamente proibito bere o fare baldoria. Per arrivare laggiù si prosegue per questo sentiero per poco più di una lega e all'incrocio, dove c'é una grande quercia, si gira a destra. Un altra ora di cammino e si vede il castello a sinistra, dietro una collina con una frana.»

«C'é un posto per nascondersi vicino al castello?»

«Sì, proprio di lato alla frana c'é un vallone pieno di alberi abbattuti. Quello é un buon posto.»

Bjorn fece cenno ai suoi di avvicinarsi. «Karl, hai sentito? Tu resterai qui ad aspettare Svein e gli altri. Poi raggiungeteci tutti dove ha detto il ragazzo, ma senza farvi vedere e portando le armi e i vestiti che abbiamo preso ai morti. Noi andremo avanti e studieremo la zona. Dobbiamo sbrigarci ed essere pronti ad attaccare appena comincerà a far buio.»

Karl annuì sedendosi su un ceppo, disponendosi ad aspettare. Bjorn risalì sul suo cavallo e, allungandosi dalla sella, afferrò con un braccio il polso del ragazzo facendolo salire in sella dietro di sé. Poi si avviò lungo il sentiero, seguito dagli altri che lo seguirono uno dopo l’altro, facendo un cenno di saluto a Karl che restò a guardarli mentre sparivano nel folto.

La piccola colonna avanzò al trotto fino in prossimità dell'incrocio, dove Bjorn si fermò facendo scendere il ragazzo e mandandolo in avanscoperta. I vichinghi restarono nascosti in un folto boschetto di querce. Dopo pochi minuti il ragazzo tornò dicendo che al bivio c'erano alcuni carri di contadini per cui non si poteva passare.

Indicò un viottolo nel bosco di querce dove tutti si infilarono facendo attenzione a non far rumore. Dopo un lungo giro sbucarono sul margine di alcuni campi coltivati e, sempre al coperto di un filare di alberi lungo un fosso, tornarono nuovamente sul sentiero principale. Qui Bjorn lasciò un altro uomo perché indicasse agli altri il pericolo del bivio, facendo da guida per la deviazione, se fosse stato ancora necessario.

Ridotto a tre uomini più il ragazzo il gruppo continuò lungo la stradicciola arrivando dopo circa un'altra ora in vista della frana. Trovarono il vallone con gli alberi abbattuti e qui Bjorn lasciò un vichingo con i cavalli mentre lui e gli altri proseguirono a piedi verso il castello che si stagliava livido e grigio sullo sfondo di una grande collina boscosa. I tre arrivarono dalla parte opposta al fiume dove, come aveva annunciato il ragazzo, c'era un'ampio spazio scoperto e in salita che portava al portone d'ingresso aperto sulla palizzata e protetto da una struttura di legno sporgente e fornita di un tetto. Sopra la palizzata c'era uno stretto camminamento ma adesso non vi si vedeva nessuno. Dall'interno del cortile, però, saliva un filo di fumo e si sentiva il rumore di un martello. Un fabbro al lavoro nella sua fucina.

Il castello non era un vero castello, ma una grande casa di pietra fortificata con varie aggiunte scompagnate, per aumentare il volume abitabile. Torrette sporgenti qua e là davano modo agli arcieri di battere tutti i lati della costruzione. Le latrine aggettavano sulle mura, rigate dalle colate di liquami. La porta di ingresso era sopraelevata al primo piano e vi si accedeva attraverso una rampa di legno che partiva dal cortile e che poteva essere incendiata per creare un ulteriore ostacolo in caso di assedio.

I tetti erano sporgenti e in alcuni punti muniti di caditoie. Le finestre erano strette e protette da imposte di legno che potevano ruotare in alto lasciando varchi per gli arcieri o per lasciar cadere qualcosa. Tutto era trasandato e sporco e su tutta l'area aleggiava un odore penetrante di letame. Gaut disse che erano i porci alloggiati all'interno del recinto. Tuttavia le difese sembravano efficienti; la palizzata era grezza, ma alta almeno cinque metri e senza fessure, e la spianata antistante era ben disboscata in modo che chiunque si avvicinasse potesse essere individuato subito. Il fatto che fosse in salita, poi, avrebbe frenato e reso più difficile l'uso di macchine da assedio.

Insomma, contro una torma di contadini arrabbiati per i soprusi, o i soldati poco motivati di un vescovo, la fortezza di Grosswald sarebbe stata più che sufficiente. Un po' meno contro un attacco ben condotto da un bel gruppo di vichinghi che avrebbero potuto impegnate il nemico su più fronti e costruire un ariete con cui sfondare la palizzata.

Tuttavia Bjorn non voleva fare niente di tutto questo. Aveva pochi uomini e male armati, ma aveva il vantaggio della sorpresa e lo avrebbe sfruttato il più possibile.

Bjorn e gli altri tornarono sui loro passi, fino alla frana dove ritrovarono il loro compagno, e si rintanarono tra l'erba e i cespugli, aspettando.

Circa cinque ore dopo mezzogiorno, arrivarono Karl, Svein e tutti gli altri, richiamati dalla locanda, meno tre che erano rimasti a lavorare all'argine per non creare troppi sospetti. Avevano fatto tutta la strada di corsa, portando le poche armi disponibili, ed erano tutti pronti ad entrare in azione. Ma c'era ancora troppa luce, per i piani di Bjorn, per cui li fece riposare, spiegando a tutti la situazione aggiornata.

Nove uomini, tra cui Bjorn, avrebbero indossato i vestiti e le armature di quelli che avevano ucciso tra gli alberi e sarebbero rientrati al castello fidando nella semioscurità del tramonto per non essere riconosciuti. Svein, che era magro e biondo come Eymund, avrebbe finto di essere il capo del gruppo. Una volta varcato il portone, il gruppo doveva impadronirsi della porta sulla palizzata e di quella sopraelevata del castello, tenendole aperte finché il grosso dei vichinghi, appostato al limitare del bosco, fosse entrato eliminando ogni resistenza. Una volta padroni del castello, avrebbero avuto finalmente armi a sufficienza per attendere e attaccare Grosswald, quando fosse tornato, contando ancora una volta sul fattore sorpresa.

I vichinghi approvarono soddisfatti il piano di Bjorn. Finalmente c'era una buona occasione per menare le mani e guadagnare un po' di bottino. Se Grosswald era un predone, certamente doveva avere accumulato delle ricchezze, che dovevano per forza essere conservate nel castello. Se invece era solo un signorotto avido e violento che aveva usurpato terre altrui, nessuno avrebbe comunque pianto per la sua sconfitta e Bjorn e i suoi uomini avrebbero potuto insediarsi al suo posto. Forse, trattando con il vescovo condizioni a lui più favorevoli avrebbero ottenuto il suo appoggio per il tempo in cui Bjorn e i suoi sarebbero rimasti laggiù, cioè fino al ritorno di Huamar l'egiziano, con le sue informazioni. Per il dopo, Bjorn non aveva fatto programmi; dipendeva da che tipo di informazioni sarebbero arrivate. Nel frattempo, però, nel castello di Grosswald i suoi avrebbero avuto una casa degna di questo nome e provviste assicurate dal favore dei contadini, dai quali l'eliminazione di Grosswald non poteva che essere considerata un regalo dal cielo. Insomma, sarebbe stato un bel modo di trascorrere l'inverno al caldo e con la pancia piena, e ancora una volta i vichinghi avrebbero riconosciuto il valore di un capo che si era occupato di loro nel modo migliore nonostante le avversità subite.

Cominciarono quindi a prepararsi e al tramonto i due gruppi si misero in moto secondo il piano: Bjorn e altri otto salirono sui cavalli e formarono una colonna diretta al passo verso il castello, mentre gli altri, guidati da Gaut, fecero un lungo giro tra gli alberi, per appostarsi al limitare di un bosco, dalla parte del fiume, da cui potevano vedere bene la spianata di accesso.





Cap. 10

Il castello di Grosswald


La colonna di cavalieri avanzava nella sera incipiente a passo lento e gli uomini erano seduti in sella rilassati e ciondolanti, come se fossero stati stanchi per una lunga giornata di vana ricerca. Alcuni avevano una coperta sulle spalle, apparentemente per ripararsi dall'addiaccio, in realtà per nascondere le asce e le altre armi pronte. Bjorn era il secondo della fila e osservava soddisfatto come Svein sembrasse veramente il figlio di Grosswald, magro e dinoccolato nei suoi vestiti con l'insegna del grifone. Quando percorsero la salita che portava al portone, sulla torretta sovrastante comparve un uomo di guardia che gridò un saluto. Svein-Eymund rispose con un cenno del braccio, come per incitarlo ad aprire il portone in fretta, troppo annoiato per parlare.

Nessuno ebbe sospetti e il portone si aprì con un cigolio. Appena entrarono nel cortile un uomo si fece loro incontro per salutare Eymund. Aveva una spada al fianco ed era grasso e dall'aria pericolosa. Quando fu ad un paio di metri, si accorse che qualcosa non andava, ma prima che potesse estrarre la spada, Svein lo urtò con il cavallo spingendolo di lato, mentre Bjorn gli girava alle spalle e lo colpiva dall'alto con la spada sulla testa, spaccandogliela.

Immediatamente tutti i cavalieri si svegliarono dall'apparente torpore. Quattro di essi si diressero al galoppo verso la porta sopraelevata del castello, percorrendo la rampa di legno e smontando in corsa per entrare nella costruzione. Gli altri cinque, al comando di Bjorn, si sparsero intorno al portone sulla palizzata e si occuparono dell'uomo sulla torretta che cominciò a gridare per dare l'allarme, mettendosi a lanciare loro addosso delle grosse pietre. Due vichinghi armati di ascia salirono di corsa le scale che portavano alla torretta e pochi secondi dopo il corpo della sentinella piombò esanime in basso in mezzo al portone, che Bjorn e gli altri mantenevano aperto facendo larghi cenni al grosso dei vichinghi che era già apparso alla base della salita e stava arrivando di corsa.

Dall'interno del castello, intanto, arrivavano rumori di ferro e grida. I vichinghi irruppero nel cortile come una fiumana e subito Bjorn incitò quelli che erano armati a seguirlo per dare manforte a quelli che combattevano all'interno della costruzione.

Quando arrivarono, però, la battaglia era già finita. All'interno del castello c'erano solo sei soldati che però stavano mangiando completamente rilassati ed erano stati colti di sorpresa. Quattro di essi erano stati uccisi dai vichinghi in pochi minuti, gli altri due erano stati catturati vivi, come in precedenza aveva ordinato Bjorn, e giacevano a terra legati e imbavagliati. I vichinghi si sparsero per le varie stanze spingendo nel salone principale tutti quelli che incontrarono, servi, sguatteri e donne delle cucine. Dopo un rapido controllo furono tutti rinchiusi in un magazzino, fuorché uno dei servi, un ragazzo che aveva l'età di Gaut e che il ragazzo aveva indicato come suo amico.

In poco tempo e ancora una volta senza perdite, come Bjorn aveva sperato, si erano impadroniti del castello con tutto quello che conteneva, compresi diversi altri cavalli e molte armi, provviste e bottino. In una delle stanze private di Grosswald trovarono anche un grosso forziere bordato di ferro che conteneva un piccolo tesoro di pezzi d'oro e d'argento, mentre nei sotterranei trovarono molte balle di stoffe preziose, grossi pacchi di tappeti e molti sacchi di sale, pepe, zenzero e altre spezie; chiaramente parte del bottino depredato alle carovane di mercanti.

Nei due scontri con i vichinghi, diciassette soldati di Grosswald erano morti o prigionieri e quindi il loro avversario, quando fosse tornato, avrebbe avuto a disposizione una cinquantina di uomini, invece dei settanta di cui aveva riferito Gaut.

Lo squilibrio delle forze in campo si era ridotto, rispetto a poche ore prima, inoltre gli uomini di Bjorn, pur ancora in inferiorità numerica, adesso erano ben armati e al sicuro dentro un castello che invece Grosswald ora avrebbe dovuto conquistare. Le parti si erano invertite. Tuttavia Bjorn sapeva che il suo principale vantaggio era ancora una volta la sorpresa, visto che il suo nemico non sapeva ancora cosa l'aspettava.

Durante l'assalto, Bjorn aveva mantenuto alcuni vichinghi al limitare del bosco e questi, controllando gli accessi da lontano, avevano assicurato che nessuno aveva lasciato di nascosto la zona per dare l'allarme. Nessuno sapeva che il castello era occupato e nessuno l'avrebbe saputo fino a che sarebbe stato troppo tardi. Altri vichinghi indossarono gli abiti dei loro nemici e si finsero impegnati nelle normali operazioni che erano state dei suoi precedenti abitanti. Il fumo continuò a levarsi dal cortile e si continuarono a sentire i colpi del martello del fabbro. Mezz'ora dopo la veloce battaglia, tutto era tornato come prima.

Ormai al sicuro, Bjorn chiamò Gaut e il coetaneo amico suo che era impiegato come servitore di Grosswald, per interrogarlo. Il ragazzo si chiamava Edgar ed era spaventatissimo, tanto che Gaut dovette prenderlo per mano e trascinarlo per farlo venire vicino a Bjorn. Il vichingo stava mangiando seduto ad un tavolo, che doveva essere quello degli uomini di guardia al castello e sorpresi poco prima dai vichinghi, e invitò i ragazzi a fare altrettanto. Gaut era affamatissimo e acconsentì subito ingozzandosi di gran lena, mentre Edgar si guardava intorno, preoccupato e incerto sulla sua sorte.

Ma, visto che Bjorn non gli badava più di tanto, cominciò a sbocconcellare anche lui un pezzo di pane, per poi passare ai pezzi di carne arrostita mangiandone di gusto e in gran quantità. Come sguattero al castello, non doveva essergli capitata spesso una tale occasione.

Bjorn attese che i due giovani ripulissero il piatto, poi servì loro un bicchiere di birra e infine si rilassò sulla panca ruttando sonoramente, com'era uso tra i vichinghi. Gaut fece subito lo stesso, per sottolineare che lui e Bjorn erano amici, e quando anche Edgar ci riuscì, sforzandosi non poco, era evidente per lui che era stato accettato tra quei feroci guerrieri e quindi doveva qualcosa in cambio. E cosa, se non le informazioni che servivano a Bjorn?

«Sai nulla di dove sia andato Grosswald e quando possa tornare? » buttò lì Bjorn, con noncuranza.

«Non so dove sia andato, ma dev'essere molto lontano perché non é mai stato via così a lungo – rispose Edgar senza alcuna esitazione - in ogni caso deve tornare entro la settimana, perché domenica c'é la fiera in riva al fiume e lui partecipa ogni anno. Deve amministrare la giustizia e ricevere le tasse di primavera.» concluse, rabbuiandosi nel ricordare che anche suo padre doveva versare parte della sudata scorta di grano e di frutti del bosco.

«Quanti uomini sono con lui?»

«Tanti. Tutti quelli che non sono rimasti al castello.» rispose Edgar, cavandosi egregiamente d'impaccio, visto che non sapeva contare.

Bjorn annuì senza dire nulla. Era molto soddisfatto perché avrebbe dovuto aspettare al massimo quattro giorni. Ma occorreva prepararsi, sia perché ogni giorno era buono e Grosswald avrebbe potuto tornare anche quella stessa notte; sia perché i cinquanta uomini che gli erano rimasti erano certamente i migliori, visto che li aveva portati con sé per l'ennesima rapina, e di certo erano esperti e ben armati. Tuttavia il piano che Bjorn aveva in mente era rischioso, ma abbastanza facile da mettere in atto.

Lasciò quindi che i due ragazzi se ne andassero a riposare e chiamò i suoi luogotenenti per spiegare cosa aveva in mente. Prima di tutto, però, mandò Svein alla locanda del crocevia con il suo cavallo, dove aveva l'incarico di parlare ad Anita e raccontargli che Bjorn e i suoi uomini erano spariti perché andati tutti lungo la costa, sul luogo dov'era naufragata la nave.

La bugia era che uno di loro, rimasto di sentinella sul luogo del naufragio, aveva visto il relitto riemergere dalla sabbia e li aveva avvertiti pensando che forse potesse essere recuperato. Così erano partiti numerosi e in tutta fretta per tentare l'impresa prima che la sabbia lo inghiottisse di nuovo. Sarebbero stati via per qualche settimana. In questo modo Mirja non si sarebbe insospettita vedendo che erano spariti tutti e Bjorn e i suoi avrebbero potuto sbrigare la faccenda di Grosswald in tutta tranquillità.

Passarono così tutta la notte e la giornata seguente, durante le quali Bjorn e i suoi uomini si riposarono, prepararono le armi e studiarono nei dettagli il piano per sorprendere Grosswald. Inoltre fecero sparire tutti i cadaveri dei nemici uccisi seppellendoli in una buca profonda nel folto della foresta. Anche il figlio di Grosswald e gli altri uccisi nel primo scontro furono recuperati e seppelliti, in modo che nessuno potesse in nessun modo scoprire cos'era successo.

Interrogando ancora Edgar, Bjorn aveva saputo altri dettagli sul suo nemico: quanti erano gli uomini veramente pericolosi e com'erano armati. Purtroppo il ragazzo non sapeva nulla su come si comportavano di solito quando rientravano dalle loro scorribande notturne, avvenendo questo sempre di notte e al riparo da occhi indiscreti, e nessun altro dei servi sapeva qualcosa in proposito. Così Bjorn decise di interrogare i due prigionieri, anche se sapeva di non potersi fidare troppo delle loro risposte.

I due erano tipi duri e si rifiutarono di rispondere alle domande del vichingo restando impassibili, nonostante che Karl e gli altri minacciassero di sgozzarli con i coltelli della cucina. L'interrogatorio, infatti, si stava svolgendo proprio in quella stanza, al piano terra del castello.

«Allora, proprio non vuoi parlare» disse Bjorn rivolgendosi rassegnato ad uno dei due.

Il prigioniero sputò a terra platealmente, scambiando poi un'occhiata risoluta con il compagno, che annuì con un ghigno.

Bjorn non si scompose e fece un cenno ai suoi che staccarono dal soffitto una enorme pentola di rame posandola sul braciere all'interno dell'enorme camino che occupava una delle pareti. La pentola era talmente grande che avrebbe potuto agevolmente contenere un uomo e infatti proprio questo fecero i vichinghi: dopo avere legato più strettamente i due prigionieri con lacci intorno ai polsi, ai gomiti e alle ginocchia e aver loro tappato la bocca con stretti bavagli, presero uno dei due e lo misero nella pentola senza tanti complimenti, mentre l'altro assisteva alla scena sbigottito, seduto su una panca.

Karl e un altro vichingo versarono diverse secchiate d'acqua nella pentola, finché il liquido arrivò al petto dell'uomo. Nello stesso tempo, un altro accese il fuoco sotto di essa, mentre uno dei vichinghi, tra risate generali, arrivò perfino a buttare due carote e delle cipolle. Senza una parola Bjorn si sedette sulla panca, accanto all'altro prigioniero, sorridendo cordiale a tutti e due e accingendosi a godersi lo spettacolo insieme ai suoi.

I due prigionieri erano atterriti, soprattutto quello nella pentola. A diretto contatto col fuoco il fondo di questa cominciò subito a scottare mentre anche l'acqua si scaldava. L'uomo cominciò a mugolare e ad agitarsi come un ossesso, ma raggomitolato e legato com'era, non poteva fare altro che ruotare all'interno del contenitore di rame cercando di toccare parti meno bollenti. Ad un certo punto finì sott'acqua con la testa e rischiò di annegare nell'acqua ormai caldissima. Riuscì a ruotare ancora una volta, emergendo con mugolii disperati mentre il colorito si faceva cianotico per il terrore e il calore. Dall'acqua si levavano già dense nuvole di vapore.

«Adesso vorresti per caso dirmi qualcosa? » chiese Bjorn, cordiale.

L'uomo fece disperatamente di sì con la testa e lo stesso fece il suo compare, seduto sulla panca e con gli occhi ormai fuori dalle orbite. Pur legato com'era, sarebbe fuggito saltellando con il sedere se Karl, alle sue spalle, non lo avesse tenuto per il collo con una fune.

Immediatamente due vichinghi infilarono un bastone sotto le ascelle dell'uomo nella pentola e lo sollevarono dall'acqua, abbattendolo poi a terra al centro della stanza come uno straccio bagnato. La sua pelle era rossa come le creste di un gallo e respirava a fatica, ma era ancora vivo.

Bjorn si curvò a togliergli il bavaglio e da quel momento in poi l'uomo rispose a tutte le domande con sollecitudine e buona volontà, ripetendo le risposte anche cinque o sei volte, se gli era richiesto, o anche se non lo era, aggiungendo per di più ogni sorta di dettagli. E lo stesso fece il suo compare, interrogato poi con le stesse domande in un'altra stanza, per confrontare le risposte, dimostrandosi più che ansioso di essere utile e sincero. Da loro Bjorn ebbe la conferma che le vittime di Grosswald erano proprio le carovane che passavano per la Locanda di Mirja e che una grotta a circa tre miglia dal castello, profonda e ben mascherata, era il deposito principale del bottino, mentre il castello conservava le prede più facilmente trasportabili.

La grotta era guardata da cinque uomini che si fingevano contadini e abitavano in una capanna vicina. I due diedero molti altri particolari e avrebbero continuato fino alla sfinimento di tutti i vichinghi se il buon Karl, per farli tacere, non avesse finalmente tagliato loro la gola.

Saputo tutto quello che gli serviva, Bjorn diede le ultime disposizioni ai suoi uomini e rinforzò le vedette, tra le quali volle anche Gaut, lungo le probabili strade di accesso al castello, per avvertirlo se avessero avvistato qualcuno.

Proprio uno di queste, alla mezzanotte del terzo giorno, tornò di corsa per avvisare che aveva avvistato la soldataglia di Grosswald mentre si avvicinava formando una lunga fila e con un notevole numero di muli carichi. Bjorn e i suoi avevano circa mezz'ora per prepararsi alla battaglia. All'ordine di Bjorn tutti presero le armi e si appostarono nei luoghi convenuti.



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