Il portatore dell'aquila - Cap. 11 e 12
Cap. 11
La battaglia
La battaglia
Era una notte ventosa con un quarto di luna e il cielo sereno. Il chiarore era sufficiente per vedere allo scoperto, ma nel folto della foresta il buio era totale. Grosswald però conosceva bene il terreno e guidava la colonna lungo un sentiero nel folto che lo avrebbe portato al castello costeggiando il fiume. Bjorn era appostato sulla torretta sopra il portone e spiava il confine degli alberi, quando avvertì un debole nitrito provenire dal buio. Poco dopo i riflessi degli elmi, alla luce della luna, rivelarono la colonna che stava uscendo dall'ombra del bosco fermandosi proprio al limitare della zona scoperta. Si udì il verso del gufo. Era il segnale rivolto agli uomini del castello. Bjorn fece rispondere tre volte con un verso analogo da uno dei suoi, dando il segnale di risposta convenuto e che gli era stato riferito dal prigioniero bollito, e confermato dal compagno.
Certo che la zona era sicura, Grosswald riprese ad avanzare attraversando la spianata alla luce della luna, mentre il portone sulla palizzata si apriva cigolando. Accucciato dietro alla palizzata sopra il portone, Bjorn contò i cavalli che passavano sotto di lui, mentre Grosswald si fermava al centro del cortile, guardandosi intorno. Era un uomo di mezza età, corpulento e rozzo, con i capelli bianchi raccolti in un codino sotto l'elmo conico e una armatura di cuoio coperta di piastre di ferro. Sulle spalle portava uno spesso mantello di lana grezza e al fianco aveva una grossa spada. I vichinghi, vestiti con gli abiti e le armature che erano state dei suoi uomini, si muovevano con disinvoltura, avvicinandosi ai muli e circondando i cavalieri, stanchi e impolverati. Grosswald si rivolse ad uno di essi, ma quello non rispose, voltandogli le spalle e guardando qualcosa sotto il suo cavallo.
In quel momento quelli che erano entrati erano una ventina. Bjorn fece un segnale e subito i suoi vichinghi travestiti chiusero il portone in faccia a quelli che arrivavano, sbarrandolo con una grossa traversa. Quelli rimasti fuori gridarono dalla sorpresa e anche Grosswald e gli altri all'interno si guardarono intorno stupiti. Finalmente Grosswald intuì l'imboscata e fece per estrarre la spada, ma il vichingo che gli era vicino aveva tranciato di netto la cinghia che fissava la sella alla pancia del cavallo, dando uno spintone alla bestia che scartò di colpo rovesciando a terra il cavaliere come un sacco di patate. Prima che Grosswald potesse districarsi dal mantello e alzarsi, un altro vichingo calò l'ascia su di lui.
Contemporaneamente una scarica di frecce lanciate dai vichinghi appostati sulla sommità della palizzata e sui tetti delle baracche circostanti falciò la maggior parte degli uomini a cavallo mentre gli altri urlavano e agitavano le spade cercando un avversario. Alcuni cavalieri cercarono di tornare al portone per riaprirlo, ma Bjorn in persona e alcuni dei suoi più valorosi lo difesero dall'interno, uccidendo uomini e cavalli fino a formare una barriera di corpi, mentre le frecce di quelli sul camminamento e sopra i tetti continuavano a seminare la morte tra gli avversari. Ben presto lo spazio ristretto, il terreno rapidamente ingombro di cadaveri e i molti cavalli senza cavaliere ostacolarono qualsiasi manovra. Al tempo stesso i cavalli e i muli carichi davano riparo ai vichinghi che, a piedi, ora si avvicinavano nell'oscurità e abbattevano i loro avversari uno dopo l'altro, attaccandoli insieme con picche e asce da più direzioni. In breve Bjorn e i suoi si trovarono padroni della situazione e con il cortile interno pieno dei cadaveri dei loro nemici.
Mentre all'interno infuriava la battaglia, gli uomini all'esterno imprecavano e agitavano le spade, udendo le grida dei loro compagni e il cozzare delle armi oltre la palizzata, cercando di capire cosa stava succedendo.
Inizialmente quelli rimasti fuori pensarono di attaccare il castello e di sfondare il portone, ma bastarono pochi uomini di Bjorn a farli desistere, bersagliandoli di frecce dall'alto della palizzata e dalla torretta sopra il portone.
Quattro o cinque caddero a terra colpiti e quindi gli altri, tra terribili urla di furore, si ritirarono tornando verso gli alberi, trascinandosi dietro i muli ancora carichi. Ma appena arrivati alla fine della discesa, un altro gruppo di vichinghi, stavolta appostati tra gli alberi, tirarono rapidamente diverse salve di frecce colpendoli ancora una volta all'improvviso, urlando come se fossero molti di più, mentre altri dieci, a cavallo, uscirono dal folto dove erano appostati, aggirandoli e attaccandoli alle spalle. Senza più un capo e credendosi circondati da forze molto più numerose, gli uomini di Grosswald persero del tutto la testa agitandosi e muovendosi in modo caotico, intralciandosi a vicenda nell'oscurità, mentre tutti cercavano di capire o dirsi urlando cosa fare. Inoltre mai si sarebbero aspettati di dover combattere quando erano quasi al sicuro nel loro castello e la loro azione era intorpidita dalla stanchezza e dalla sorpresa. Allora, approfittando della confusione, anche i vichinghi al riparo degli alberi si lanciarono in avanti, abbandonando gli archi e colpendo i loro avversari con le lance e le lunghe asce, disarcionandoli e massacrandoli senza pietà.
Al limitare del bosco la battaglia infuriava violentissima, quando i portoni del castello si aprirono e Bjorn e il suo gruppo di uomini, ora montati a cavallo, uscirono di corsa per dare manforte ai loro compagni. All'interno del cortile la lotta era finita e ora, secondo i piani di Bjorn, tutti gli uomini disponibili potevano essere lanciati contro il secondo gruppo di banditi. Così avvenne, infatti, e i nuovi venuti completarono l'accerchiamento dei pochi superstiti.
Alla fine nessuno dei cavalieri di Grosswald riuscì a fuggire e tutti restarono a terra morti o feriti, questi ultimi subito finiti dai vichinghi a colpi di lancia. Dividendo ogni volta gli avversari in gruppi sempre più piccoli e sfruttando al massimo i vantaggi della sorpresa, Bjorn li aveva battuti uno alla volta, fino a distruggerli tutti. La guerra era finita e tra i vichinghi solo un uomo era morto e quattro erano rimasti feriti.
Un pallido sole si levava dietro le colline mentre i vichinghi vagavano per il campo di battaglia, spogliando i cadaveri delle armi, delle armature e dei vestiti. Il bottino formava un grande mucchio all'interno del cortile. Inoltre vi erano i cavalli, due terzi dei quali erano illesi, e i muli carichi dei loro basti che si rivelarono pieni di sale, spezie, ambra, vasellame di argento e rotoli di stoffa. Il bottino della razzia di Grosswald che ora passava ai nuovi padroni.
Gli uomini di Bjorn lavoravano in fretta, aiutandosi con carri e slitte per recuperare i corpi. All'interno della palizzata, in un angolo dove si trovava un piccolo orto, Bjorn aveva già fatto scavare una buca per seppellirci Grosswald e uno dei suoi che indossava una armatura migliore degli altri. Con loro erano state seppellite anche le loro armi e i cavalli. Lo aveva ordinato subito dopo che la battaglia era finita e facendo in modo che nessuno di quelli che non erano vichinghi, e che si trovavano al castello, lo venisse a sapere, neanche Gaut. Il ragazzo era rientrato dal bosco dopo la battaglia e ora stava aiutando all'esterno del recinto.
Quando Bjorn lo raggiunse, osservando verso il bosco nelle prime luci dell'alba, vide qualcosa uscire dal folto. Prima pochi, poi via via sempre di più, apparvero decine di uomini e donne, contadini del luogo, vestiti di stracci e dall'aria macilenta, che si avvicinavano timidamente impugnando vanghe e forconi e allungando il collo per vedere. Ad un grido di Bjorn, i vichinghi abbandonarono quello che stavano facendo per afferrare armi e scudi e prepararsi ad affrontare il nuovo pericolo, ma quando la folla di contadini era ormai arrivata a metà della spianata e Bjorn stava per far chiudere il portone, Gaut si fece avanti con un grido, uscendo dal recinto e correndo incontro ai nuovi venuti. Nella prima fila un uomo alto e magro, con una grande barba nera, si staccò dagli altri e buttò a terra il forcone che impugnava per ricambiare l'abbraccio impetuoso di Gaut. Il ragazzo e suo padre, perché proprio di lui si trattava, ridevano risollevati e la loro allegria si trasferì alla gente alle loro spalle dalla quale si levarono sempre più grida e risate di entusiasmo.
Sorridendo a sua volta e abbassando la spada, Bjorn comprese che non si trattava di nuovi nemici o di un nuovo pericolo, ma solo della manifestazione di sollievo dei contadini nel vedere finalmente sconfitti i loro oppressori. Avevano sentito increduli i rumori della battaglia e dopo un terrore iniziale, avevano compreso che i loro aguzzini erano stati attaccati e avevano raccolto i loro attrezzi per partecipare alla lotta.
Gaut parlò rapidamente a suo padre, indicando Bjorn che intanto era a sua volta uscito dal castello e si avvicinava, accompagnato da tre vichinghi. Il padre di Gaut si staccò dal figlio e gli corse incontro, stringendogli una mano e inginocchiandosi di fronte a lui, parlando velocemente. Bjorn non capiva bene cosa dicesse, ma intuì riconoscenza … e rabbia per le ingiustizie subite e per la miseria che attanagliava gli abitanti di quelle terre. Poi l'uomo scoppiò a piangere e Gaut, lanciando un'occhiata di costernazione a Bjorn, dovette aiutarlo a rialzarsi e riportarlo tra gli altri dove venne accolto da abbracci e mormorii sommessi.
«Un pescatore, sceso verso il fiume prima dell'alba, ha sentito il rumore della battaglia e ha avvertito gli altri – spiegò Gaut, rivolto a Bjorn – così, la voce si é sparsa e i contadini, che stavano per uscire a lavorare nei campi, si sono riuniti e sono venuti qui, decisi a fare la loro parte per distruggere finalmente gli aguzzini che li affliggevano. Ma quando sono arrivati hanno visto che tutto era già finito. Inoltre credevano che voi foste gli uomini del vescovo, ma non hanno riconosciuto nessuna insegna. Per questo erano così timorosi... finché mio padre ha visto me e tutti hanno capito che siete amici.»
«Dì loro che abbiamo conquistato il castello in nome di Mirja, la padrona della Locanda del Crocevia – rispose Bjorn parlando ad alta voce a tutti quelli che gli stavano di fronte – d'ora in poi sarà a lei che dovranno rendere conto, finché non si sarà accordata con il vescovo su cosa fare di queste terre. Nel frattempo non dovrete pagare nessun tributo, ma dovrete fornire cibo per i miei uomini che alloggeranno nel castello... e che vi verrà pagato un giusto prezzo che dovrete concordare con Mirja.»
Un grido di esultanza rispose alle parole di Bjorn. Poi questi si voltò per tornare verso il castello mentre la folla di contadini si mise a seguirlo. Avvicinandosi, tutti videro la montagna di cadaveri degli uomini di Grosswald e i contadini cominciarono ad inveire contro di loro, colpendoli con le vanghe e i forconi. Qualcuno si accorse che mancava il corpo di Grosswald e un brivido di terrore percorse la folla di contadini, ma Bjorn fece cessare ogni commento ordinando che lasciassero in pace i cadaveri e che aiutassero piuttosto a scavare una grande fossa, all’esterno del castello, dove seppellire i corpi.
Era vero che Grosswald non c'era - spiegò Bjorn ad alta voce - ma se era fuggito era sicuramente ferito perché uno dei vichinghi ricordava bene di averlo colpito. Forse era già morto nel buco dov'era andato a nascondersi. In ogni caso aveva perso tutti i suoi uomini e se fosse tornato avrebbe trovato pane per i suoi denti.
Bjorn aveva parlato passando in mezzo a loro, stringendo la spada e osservandoli con occhi di fuoco. Non c'era dubbio su chi era il più forte, adesso. Così i commenti e i brontolii cessarono e tutti si diedero da fare con le vanghe e i carri per trasportare i corpi.
Lasciando Karl e gli altri a controllare il castello, Bjorn e dieci vichinghi salirono sui cavalli e si allontanarono senza dare nessuna spiegazione. Per concludere il lavoro, occorreva occuparsi degli uomini di Grosswald di guardia alla caverna-deposito e non si poteva rimandare, per il pericolo che venissero a sapere cos'era successo al castello. Grazie all'interrogatorio dei due prigionieri nella cucina, Bjorn aveva avuto una descrizione del luogo piuttosto accurata, così non portò con sé neanche Gaut, perché voleva mantenere in segreto con tutti.
Trovarono la capanna dopo circa un'ora. Tutto era silenzioso, e solo un filo di fumo si levava dall'unico camino. Gli uomini all'interno stavano ancora dormendo, come Bjorn aveva sperato. I dintorni erano come gli erano stati descritti. La casa era piazzata a qualche decina di metri da una parete di roccia spaccata da un grande crepaccio verticale la cui base era coperta da una grande macchia di alberi e cespugli che nascondeva qualsiasi accesso. Non si poteva accedere alla base del crepaccio senza passare attraverso il cortile e, mettendo i suoi uomini di guardia nella capanna, Grosswald si era assicurato una cassaforte assolutamente sicura.
Eliminare i cinque che erano all'interno fu poco più che una formalità. All'esterno, vicino ad un letamaio, Bjorn individuò la latrina. I suoi uomini si piazzarono laggiù e quando il primo uomo uscì di casa per isolarsi nella latrina lo eliminarono senza fare rumore. Poco dopo uscì il secondo, tenendosi la pancia e imprecando furioso verso la latrina chiusa urlando al compare di sbrigarsi. Tagliata la gola anche a lui non restò che aspettare il terzo, uscito a vedere cos'era successo ai primi due e, attraverso la porta aperta entrare di slancio ed eliminare gli altri. Come Bjorn aveva previsto i cinque gestivano in modo molto rilassato la loro mansione di custodi e non erano minimamente preparati a combattere. Così morirono senza sapere né da chi, né perché.
Nascosti i cadaveri in casa e lasciati alcuni uomini di guardia, Bjorn e altri due si inoltrarono verso la parete di roccia superando la cortina di piante che nascondevano l'ingresso della grotta. Spostata una grande grata di legno mascherata con altri rami e foglie, trovarono una stretta apertura e, oltre quella, una vasta grotta in fondo alla quale, su un suolo rialzato e sabbioso, era accatastata una grande quantità di materiale: balle ricoperte di pelle, anfore, sacche e involti di ogni tipo che rivelarono contenere tappeti, stoffe, orci di olio, sacchi di sale, spezie e poi arredi d'argento, armi e oggetti di avorio. Tutto il bottino depredato alle carovane da Grosswald e i suoi uomini ammassato lì in attesa di essere venduto.
I vichinghi non credevano ai loro occhi. Laggiù c'era un vero tesoro che ora era tutto da dividere tra di loro, e Bjorn Rasmussen lo aveva conquistato per la sua gloria e il benessere dei suoi uomini. In tutte le loro razzie non avrebbero mai sperato tanto!
Si congratularono quindi tra di loro ridendo e scambiandosi grandi manate sulle spalle e lo stesso si ripeté quando tornarono fuori della grotta a si riunirono agli altri che a loro volta vollero entrare a vedere. L'entusiasmo era alle stelle e Bjorn era in assoluto il più soddisfatto. Lui e i suoi uomini non avrebbero avuto più bisogno di nulla per i prossimi mesi e anzi avrebbero avuto il loro bel daffare per smistare il bottino senza farsi scoprire dai contadini o dagli uomini del vescovo proprietario di quelle terre. Tutto sommato l'esistenza di quella caverna era utilissima anche a loro e sicuramente sarebbe stato bene nascondere laggiù anche le merci che erano conservate dentro il castello di Grosswald che, altrimenti, gli uomini del vescovo certamente avrebbero scoperto e incamerato. Con calma, poi, e magari con l'aiuto di Mirja, i vichinghi le avrebbero piazzate sui vari mercati della regione o rivendendole ad altri mercanti che frequentavano la locanda.
Mirja! Bjorn faceva fatica ad ammetterlo, ma la sua maggiore soddisfazione derivava dal fatto che, con quella impresa, avrebbe fatto una splendida figura nei confronti di quella donna, dimostrandole con i fatti di essere un guerriero valoroso e capace di cogliere al volo le occasioni favorevoli. Non aveva più bisogno di lei e ora, finalmente, avrebbero potuto discutere su un livello di parità.
Lasciati alcuni uomini di guardia alla capanna vicino alla grotta del bottino, Bjorn e gli altri tornarono al castello. Quando arrivarono i contadini erano già tornati alle loro case e il lavoro di sepoltura dei predoni uccisi era terminato. Secondo gli ordini di Bjorn, la fossa comune era stata scavata poco lontano e sottovento del castello su un dosso prospiciente il fiume. Ricoperta la fossa piena di cadaveri, sopra di questa era stato costruito un recinto all'interno del quale erano stati condotti i maiali che prima erano tenuti all'interno della palizzata. In questo modo l'ambiente del castello ne avrebbe avuto gran giovamento e, al tempo stesso, la porcilaia sarebbe stata la pietra tombale più adatta alla feccia costituita da Grosswald e dai suoi complici.
Non c'era più alcuna traccia di loro e nessuno avrebbe scavato là sotto per cercarli; era come se non fossero mai esistiti.
Su ordine di Bjorn, parte dei viveri ammassati all'interno era stato restituita ai contadini perché la guarnigione di vichinghi che sarebbe rimasta laggiù era molto meno numerosa di prima. Questo aveva guadagnato loro una grande riconoscenza da parte degli abitanti del feudo, prima vessati e logorati dalle tasse, e su questa riconoscenza Bjorn contava per chiedere al vescovo, quando i suoi emissari si fossero fatti vivi, la concessione del feudo per sé. Facendo “fuggire” Grosswald aveva dimostrato di essere forte più di lui e gli avrebbe fatto guadagnare il rispetto del vescovo. Ma mantenendo segreta la morte del suo nemico, il vescovo non poteva essere certo che non sarebbe tornato e Bjorn e i suoi uomini erano gli unici che potevano contrastarlo di nuovo. Così era logico e conveniente che continuassero a presidiare il castello. Ma restando laggiù e trattando meglio i contadini, Bjorn avrebbe anche tranquillizzato il proprietario di quelle terre, rassicurandolo sul fatto che non ci sarebbero state rivolte o distruzioni delle sue proprietà. In fondo anche i servi e i contadini erano una ricchezza e a nessun padrone conveniva che patissero o, peggio, morissero di fame.
Ottenendo così il favore del Vescovo e diventandone feudatario, Bjorn sarebbe diventato un nobile, tra quelle genti, e, promettendo di conservare e amministrare con cura i beni della Chiesa, lui e i suoi vichinghi non sarebbero più stati considerati pericolosi predoni, ma uomini timorati di Dio e rispettosi delle leggi e avrebbero potuto muoversi liberamente ovunque. Ameno fino a che non avessero individuato una nuova preda ancora più ricca, decidendo di tornare ad essere predoni.
Infine ora i vichinghi avevano tutte le ricchezze e l'oro di Grosswald e avrebbero potuto pagare a Mirja tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno. Ma non avrebbero smesso di lavorare la terra e costruire la casa vicino alla locanda, perché Bjorn non voleva che si impigrissero e un rude lavoro all'aria aperta li avrebbe tenuti in forma per ogni esigenza. Compresa quella di essere comunque pronti a difendere la locanda se gli assassini che miravano a Virgil fossero tornati.
Forte di tutte queste considerazioni, Bjorn tornò dunque alla locanda con gran parte dei suoi uomini, e si preparò ad affrontare Mirja.
Cap. 12
Uccidere o essere ucciso.
«Hai attaccato il castello di Grosswald?! Ma sei impazzito?» Mirja era fuori di sé e continuava a girare per la stanza mentre Bjorn la guardava tranquillo, seduto su un grosso scranno di legno rivestito di cuoio. All'esterno, Anita e altre tre ragazze erano con l'orecchio incollato alla porta per ascoltare, piene di ansiosa curiosità.
«Ecco dove hai trovato quei cavalli!- gridò voltandosi un'altra volta verso Bjorn e puntandogli contro un braccio e un dito accusatore - Quando vi ho visto arrivare, mi sono chiesta dove li avevate rubati! E pensare che ti avevo chiesto di non combinare guai! Cosa faremo adesso? Quell'uomo é un osso troppo duro anche per un pirata come te! Ha quasi cento uomini feroci come lupi e non aspetta altro che attaccare la mia locanda per rubare tutto quello che ho! Anzi, mi sono sempre chiesta perché non lo avesse già fatto, finora, ma adesso ne avrà tutte le ragioni e di certo non avrà pietà.»
«Non attaccherà la locanda – disse Bjorn, alzandosi e parlando con il tono di chi si rivolge ad un bambino – ti ho già detto che se n'é andato. Abbiamo scoperto il suo trucco ed é scappato per non essere impiccato. Rapinare le carovane é troppo anche per un uomo importante come diceva di essere.»
«Come sai che depredava le carovane? Lo hai visto?»
«No, ma nel suo castello c'era un grande bottino che non poteva provenire che dai mercanti che percorrono la pista. E poi ho interrogato i suoi uomini e hanno parlato!»
«Interrogato – Mirja si voltò beffarda – e ti avranno risposto gentilmente, suppongo. Dicendoti solo e tutta la verità.»
«Mi hanno confermato quello che supponevo. Sono sicuro che non mentivano.»
«E ora dove sono, questi uomini così sinceri e chiacchieroni?»
«Sono morti. Io non risparmio chi tenta di uccidermi.»
Mirja lo fissò per alcuni istanti, incapace di ribattere, stralunata. Poi gli voltò le spalle coprendosi il volto con le mani e poi passandosele sui capelli, camminando per la stanza, sconvolta dall'enormità di quello che stava scoprendo. Bjorn aveva portato un terremoto nella sua vita e nelle sue certezze. Possibile che lui non si rendesse conto di quello che poteva succedere?
Poteva perdere la locanda; i suoi genitori e tutti quelli che avevano lavorato con lei l'avevano costruita e resa ricca e famosa e lei, solo lei, grazie alla sua stupida generosità verso uno sconosciuto brigante, l'avrebbe distrutta e persa per sempre.
«Se n'é andato, dici! E come sai che non tornerà? Con che diritto lo hai cacciato? Lui tornerà e vorrà riprendere ciò che é suo. E' troppo forte per essere fermato.»
«L'ho cacciato col diritto di chi si difende per non essere ucciso. I suoi uomini ci hanno attaccato per primi mentre tagliavamo legna nel bosco. Ci siamo solo difesi. Poi dovevo capire chi erano e da dove venivano... così abbiamo scoperto il castello e visto che era custodito solo da una piccola guarnigione. Grosswald era lontano con il grosso dei suoi per compiere una delle sue rapine, così abbiamo approfittato della sorpresa e abbiamo attaccato prendendoci il castello. Quando Grosswald é tornato ha capito che avevamo scoperto tutto ed eravamo padroni del luogo. E' per questo che se n'é andato.»
«Hai parlato con lui? - Mirja era frastornata. Bjorn parlava come se quello che aveva fatto fosse una cosa normale, un fatto di tutti i giorni – Te l'ha detto lui che non sarebbe più tornato?»
«L'ultima volta che l'ho visto ha detto che non si sarebbe più fatto vivo. – rispose Bjorn impassibile, ripensando alla faccia di Grosswald, spaccata dal colpo d'ascia – A me é sembrato sincero.»
Mirja lo fissò per alcuni istanti, sospettosa, ma il viso di Bjorn era assolutamente sereno, quasi allegro. Ma gli occhi erano immobili e lo sguardo del vichingo le fece correre un brivido lungo la schiena.
Di colpo si scosse e si diresse a grandi passi verso la porta della stanza. La aprì di colpo, facendo appena in tempo a vedere Anita e le altre che scappavano spaventate e scendevano le scale. Quindi richiuse la porta con un tonfo e si girò verso Bjorn, sussurrando con la voce strozzata.
«Li hai uccisi tutti! E' così? Dimmelo... per questo sei così sicuro. Li hai uccisi e seppelliti chissà dove, per rubare tutto quello che avevano. Farai lo stesso anche a me, prima o poi, vero? Dimmelo che farai lo stesso anche a me!»
Le ultime parole Mirja le aveva gridate e avrebbe continuato se Bjorn non l'avesse presa per le braccia scuotendola e gridandole in faccia. Lei ammutolì all'istante.
«Basta! - disse il vichingo, digrignando i denti – Basta! Solo il nemico morto non ti colpisce di nuovo alle spalle, te l'ho già detto, no? Li ho uccisi tutti, certo, perché andava fatto. Tutti! Non ne é rimasto uno solo, quindi puoi stare tranquilla. Gli uomini di Grosswald hanno tentato di ucciderci, e invece noi abbiamo ucciso loro. E' quello che può succedere quando si decide per la guerra e si incontra un avversario che hai sottovalutato; o fai uno sbaglio che non é possibile rimediare. Lo sappiamo tutti e lo sapeva anche Grosswald; che ha sbagliato e quindi se lo é ampiamente meritato.»
Bjorn lasciò Mirja, aspettandosi che rispondesse qualcosa. Ma lei rimase immobile, con le braccia lungo il corpo, evitando di guardarlo. Lui ebbe un moto di stizza e poi continuò gridando a sua volta, puntandole contro un dito con aria di rimprovero.
«E ti ho già detto che da me non hai nulla da temere! Mi hai salvato la vita e questo un vichingo non lo dimentica. Bjorn Rasmussen meno di tutti! Non devi preoccuparti di nulla. Nessuno deve più preoccuparsi!»
Il vichingo emise un grosso sospiro e con quello l'ira svanì istantaneamente. Voltò le spalle a Mirja e si mise a passeggiare per la stanza, guardandosi intorno come se la vedesse per la prima volta. Fuori era una bella giornata e il sole entrava dalle finestre, spezzato dalle doghe di legno e diffuso dalle ampie tende. Nell'aria danzava un pulviscolo d'oro che la rendeva viva.
«Pensiamo alla nuova situazione, piuttosto! Grazie al tesoro di Grosswald io e i miei uomini non ti saremo più di peso. Anzi, sarà un grosso guadagno per te. Pagheremo tutto quello che ci serve e poi dovrai aiutarmi a vendere le mercanzie che quel brigante aveva accumulato. Solo tu puoi conoscere i migliori acquirenti e agire in modo da non destare sospetti.»
Bjorn si interruppe, voltandosi ad osservare Mirja. Lei si era seduta su uno scranno e ascoltava quasi assente, le braccia rigide e le mani sulle ginocchia. Sembrava una bambina indifesa. Una cosa inusuale per lei che aveva dimostrato in più occasioni più carattere di dieci uomini. Aveva ascoltato Bjorn, ma la sua mente vagava altrove. Ci sono cascata un'altra volta – le diceva una voce – ci dev'essere qualcosa che non va, in me. Credevo di essere scaltra e forte, di prevedere tutto, di conoscere gli uomini, di avere imparato, e invece...
Bjorn le si avvicinò silenzioso e le si accucciò vicino, toccandole una spalla. Lei si scosse e voltò la testa guardandolo assente.
Lui la scrutò sorpreso.
«Stai bene?» disse, e la sua mano indugiò sulla spalla.
Lei rispose di sì con la testa, guardandolo senza vederlo. Poi di colpo si scosse e si rialzò di scatto, ritrovando il suo sguardo e la sua solita determinazione. Fece il giro della stanza passandosi le mani sui fianchi, per poi fermarsi davanti a Bjorn che si era alzato, guardandolo dritto negli occhi. Era tornata la Mirja che lui conosceva.
«Voglio il trenta per cento – disse decisa – e un inventario preciso delle merci. Se riuscirò a risalire ai legittimi proprietari, dovrai dare un altro venti per cento alle vedove e un altro venti lo metterò io. Perché, se quel Grosswald era un lupo come sei tu, anche lui li avrà uccisi tutti, non é vero? E' così che si fa.»
«Il cinquanta per cento? E' assurdo!» gridò lui, indignato.
«No, non é assurdo – rispose lei tenendogli testa – é solamente onesto! Quelle merci non sono tue e dovresti restituirle tutte. Ma la metà é un giusto premio per il pericolo che hai corso per recuperarle. Se vuoi stare qui e fare affari con me, devi smetterla di agire come un ladro. Puoi tenerti il tesoro di Grosswald, quello ti aspetta di diritto, ma per il resto dovrai almeno fingere di essere generoso. Ma sta tranquillo, sarà difficile risalire alle carovane e non potrò certo dire ai quattro venti cos'é accaduto. Alla fine é probabile che ti terrai tutto.»
«Ci, terremo tutto – rispose lui stizzito – anche il tuo trenta per cento é troppo.»
«E' la tariffa quando la merce é pericolosa. – rispose lei, che ormai si stava divertendo a infierire su di lui – Puoi rivendere il bottino da solo, se vuoi. Ma in tal caso dovrai dare molte spiegazioni, soprattutto quando verranno a saperlo gli uomini del vescovo.»
Bjorn si rabbuiò. «Ho sentito che é debole. Tu lo conosci?»
«Molto bene. E' un uomo giusto e con pochi soldati, se é questo che intendi, ma la chiesa che rappresenta é forte. A volte troppo forte anche per i re.»
«Devi fare in modo che lasci a me il castello e le terre che erano di Grosswald. Sarebbero una buona base per i miei uomini. Lui non sa che Grosswald é morto e questo deve restare un segreto. Se penserà che potrebbe tornare, avrà bisogno di me e dei miei guerrieri. Se parlerà con te devi convincerlo, o dovrò uccidere anche lui.»
Lei lo fissò piegando la testa, sbalordita. Poi si scosse, ridendo sinceramente divertita.
«E' incredibile! Sei davvero convinto che potresti farlo! Vorresti metterti contro la Chiesa?»
«Monasteri e abbazie sono piene di bottino. – rispose lui – Perché no? Raccontano fiabe ai poveri e li derubano per accumulare calici e ciondoli d'oro per il loro dio. Sono peggio di quelli come Grosswald. Almeno lui cavalcava in testa ai suoi uomini! I preti sanno solo inginocchiarsi, pregare e fregarti la borsa alle spalle.»
Mirja sospirò rassegnata. « Va bene, parlerò con lui, se me lo chiederà. Credo che potrete restare al castello. In fondo hai ragione, meglio te che Grosswald. Se non altro i contadini avranno meno bocche da mantenere. Allora tu e i tuoi lascerete la locanda?»
Mirja non riuscì a nascondere, nelle sue ultime parole, una vena di delusione e sperò che lui non se ne accorgesse.
«No. - rispose lui – Lascerò solo una piccola guarnigione, mentre il grosso degli uomini resterà qui a lavorare sui campi e al recinto. Voglio che restino in esercizio.»
Il vichingo fece una pausa fissando Mirja, che però distolse lo sguardo, voltandogli le spalle.
«Io vorrei restare qui, nella stanza che mi hai dato - continuò più lentamente - vicino a Virgil, per la sua sicurezza.»
Lei respirò profondamente, con un intimo sollievo. Ma ancora una volta reagì al timore di tradirsi. «Per poter frequentare le mie donne!» disse sarcastica. Ma non era per la gelosia che il cuore le batteva così in fretta.
«Nessuno di loro é sposata - rispose Bjorn, impassibile - e tutte sono venute da me perché lo hanno voluto. E neanch'io ho una moglie.»
«Giusto! - rispose lei stizzita – Fai dunque ciò che vuoi. Ammetto che mi hai fatto un favore eliminando Grosswald. Era una spina nel fianco che mi dava molte preoccupazioni. Inoltre non sapevo che saccheggiasse i miei clienti. Pensavo che fosse un brigante, ma non immaginavo fino a che punto. Anch'io quindi ti devo riconoscenza, per cui mantieni pure la tua stanza e sollazzati con le mie puttane! Ora scusami, ma ho molte altre cose da fare.»
E così dicendo uscì in fretta dalla stanza, senza voltarsi e chiudendo con forza la porta alle sue spalle, lasciando Bjorn di stucco. Ma la sorpresa durò poco e il vichingo sorrise, sedendosi su un grosso cuscino e afferrando una mela lucente da un vassoio sul tavolo. Aveva vinto tutte le sue battaglie e meritava un premio. La ammirò per qualche istante e poi la addentò masticando di gusto. Era dolce e succosa come piaceva a lui. Come doveva essere Mirja.
Durante le settimane seguenti Bjorn ebbe tanto da fare da dimenticare Huamar e le notizie che avrebbe dovuto portare. I vichinghi lavorarono con grande impegno sui campi intorno alla locanda scavando il canale previsto sul bordo della palude che fece egregiamente in suo lavoro fin dall'inizio, drenando gran parte dell'acqua in eccesso e confinandola in uno stagno che sarebbe stato utilissimo per gli animali. Al tempo stesso le terre rese più asciutte erano ricche di sostanze nutrienti che avrebbero dato ricchi raccolti, mentre ora era più facile liberarle dai cespugli e dalle pietre. Il padre di Gaut era un abile contadino che conosceva bene i terreni del luogo cosicché dette molti buoni consigli su come comportarsi e alcuni contadini vennero a lavorare sui campi, generosamente pagati da Bjorn. Il denaro ormai non mancava. L'appezzamento più adatto fu subito adibito ad orto e alcuni vichinghi vi si dedicarono con grande impegno e passione, ritrovando in quell'attività il ricordo della loro casa.
Alternandosi al lavoro sui campi, che era molto faticoso, i vichinghi proseguirono anche la costruzione della grande casa di legno all'esterno delle mura, anch'essa protetta dal nuovo recinto, costituito da un vallo di terra sormontato da una palizzata, davanti alla quale correva un fossato che fu riempito con l'acqua proveniente dallo stagno. Un ponte di legno portava all'ingresso, chiuso da un grande cancello. Appena concluso, il recinto fu subito popolato da pollame, pecore, capre e qualche bovino per avere uova, carne e latticini. Nella grande casa comune i vichinghi ricostruirono le usanze della loro terra e tutte le sere si riunivano in una cena comune, che proseguiva con canti , ballate e grandi bevute di birra, fornita sempre in abbondanza da Mirja, ma che l'anno seguente, con i primi raccolti di orzo e grano, avrebbero potuto produrre da soli.
La donna ostentava ancora freddezza nei confronti di Bjorn, ma non come prima e comunque saliva spesso su una delle torri della locanda per osservare il progresso dei lavori. Faceva in modo di non essere vista dai vichinghi, ma a Virgil la cosa non era sfuggita e lo aveva riferito a Bjorn che aveva annuito in silenzio, dentro di sé molto compiaciuto.
In effetti Mirja era sempre più impressionata dall'abilità e l'efficienza con cui Bjorn guidava i suoi uomini. Nella vicenda di Grosswald aveva dimostrato una incredibile capacità di sfruttare la situazione a suo vantaggio, prendendo una decisione difficile dopo l'altra, adattandosi al mutare degli eventi e portando a termine i suoi piani con grande determinazione. Anche il vescovo, quando Mirja e Bjorn l'avevano incontrato, si era dimostrato molto impressionato dalla forza e dal carattere del vichingo e si era molto congratulato con Mirja per aver trovato un così valido alleato. Era certamente molto meglio averlo amico che nemico e il suo ruolo di nuovo vassallo a custodia del castello che era stato di Grosswald fu confermato molto volentieri.
Ma Bjorn si era dimostrato ugualmente abile anche nei lavori alla nuova fattoria, al di fuori del campo militare, sempre pronto a dare spiegazioni e direttive e organizzando rapide consultazioni di gruppo quando il problema era più complesso. In tal caso ognuno forniva le proprie idee e quando il gruppo, sottilmente guidato da Bjorn, arrivava ad una soluzione condivisa, ognuno si sentiva responsabile e meritevole per aver contribuito, cosicché tutti lavoravano con maggiore lena e convinzione.
Mirja era stupita di questo. Nelle sua esperienza i capi si consultavano raramente con i loro uomini, imponendo i loro ordini in forza del loro potere che dichiaravano voluto da Dio e che non dividevano con nessuno. Ma Dio non li consigliava sempre nel modo giusto o loro non ascoltavano i Suoi consigli, cosicché spesso costoro sbagliavano e le conseguenze ricadevano gravemente sui loro sudditi.
Presso i vichinghi, invece, il capo era tale perché riconosciuto dagli altri in virtù dei suoi meriti, politici o militari, e veniva rapidamente spodestato se questi meriti non continuavano ad essere evidenti o se le sue ricchezze non potevano garantire una adeguata sussistenza ai suoi uomini.
Così, in quell'era governata dalla violenza e dal disordine, la società vichinga era in definitiva quella che garantiva la maggiore partecipazione al potere e forse proprio questa era la ragione della terribile efficienza di quei guerrieri che, da quando erano apparsi a bordo delle loro navi, avevano seminato il terrore in tutta quella parte del mondo.
Alla fine Mirja si era convinta che con simili alleati la sua locanda era sicura come non lo era mai stata e anche le piccole controversie, che non mancavano mai con i componenti delle carovane che si fermavano laggiù, erano quasi cessate del tutto perché, ogni volta che scoppiava qualche tafferuglio o qualche violento tentava di imporre le sue prepotenze, bastava l'apparizione di Bjorn con qualcuno dei suoi guerrieri per raffreddare subito qualsiasi ardore.
Questo accrebbe la fama di Mirja presso i suoi clienti, che la ammiravano per avere al suo servizio uomini tanto potenti e valorosi, ma la donna sapeva benissimo che non era così. Lei non avrebbe mai potuto farsi ubbidire da Bjorn se lui non avesse voluto. Il vichingo si considerava pari a lei in tutto. Tuttavia, di fronte agli altri, riconosceva sempre il potere di Mirja sulla Locanda senza mai contraddirla e apparendo sempre pacato e ubbidiente alle sue regole.
Tuttavia, in privato, questo non avveniva del tutto. Anita e le sue compagne avevano ripreso a frequentare la camera di Bjorn, anche se con grande discrezione e con minore frequenza di quanto Mirja avesse temuto. Anzi, col passare del tempo, questi incontri si diradarono sempre di più fino a cessare del tutto, tanto che la stessa Anita si rivolse preoccupata alla sua padrona chiedendole se Bjorn si fosse lamentato di qualche loro mancanza, o incapacità.
Ma prima che Mirja riuscisse a spiegare il mistero, accadde il fatto che tutti aspettavano da tempo e che rimescolò le carte ancora una volta: ritornò Huamar l'egiziano, che recava con sé importanti notizie.
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