Il portatore dell'aquila - Cap. 13 e 14
Cap. 13
Il ritorno di Huamar
Huamar arrivò poco prima del tramonto, insieme ad una grossa carovana formata da un centinaio di muli. Vestiva un mantello unto e lacero e sembrava in tutto e per tutto uno dei conducenti, consumato dalla fatica e dalla polvere della strada, puzzolente di sudore e di sterco.
Non entrò nella locanda, ma restò con gli altri intorno ad uno dei fuochi accesi all'interno del cortile dove c'era molta animazione per gli ultimi arrivi. I garzoni e i conducenti erano impegnati a scaricare le bestie. Si distribuiva fieno e avena, si abbeveravano gli uomini e gli animali. Tra le mura del caravanserraglio era tutto un agitarsi di uomini, bestie e cose, mentre una densa nuvola di polvere avvolgeva tutti. Quando vide una delle sguattere passare poco lontano, Huamar le chiese un po' dell'acqua che stava trasportando e, quando questa gli ebbe porto il secchio e il mestolo per bere, lui glieli restituì facendo cadere nel secchio un plico, pregandola con un sussurro di non farsi notare nel prenderlo e farlo avere alla sua padrona il più presto possibile.
Mirja lo lesse pochi minuti dopo e subito fece chiamare Bjorn. Appena il vichingo arrivò nella sua stanza, gli porse il plico.
«Huamar è arrivato e ci chiede aiuto – disse – si finge un conducente qualsiasi ma teme di essere stato scoperto e seguito da due uomini. Non osa rivolgersi a noi direttamente per non dare indicazioni ai suoi nemici.»
Gli occhi di Bjorn si strinsero, come quelli di una tigre.
«Chi sono quelli che lo seguono? Li ha descritti?»
«Due uomini bruni arrivati con la sua stessa carovana. Alti, vestono mantelli grigi e hanno tre muli con bardature rosse. Teme che abbiano piccioni viaggiatori. Ho già mandato Anita a vedere da vicino. Dovrebbe essere qui a minuti.»
In quel momento, infatti, si sentì un leggero bussare alla porta e, alla risposta di Mirja, Anita entrò con aria di cospirazione, senza guardare Bjorn.
«Non sono entrati in sala. Sono accampati sotto la tettoia vicino alla torre ovest. – disse Anita – Ho chiesto se volevano mangiare, ma non vogliono nulla. Non ho visto armi, ma hanno mantelli molto ampi che potrebbero nasconderle.»
«Va bene, Anita. Vai pure, ora.» rispose Mirja.
Anita uscì in silenzio richiudendo la porta dietro di sé, mentre Mirja lanciò uno sguardo a Bjorn.
«Potrebbe essere un falso allarme, ma non possiamo correre rischi – commentò il vichingo – forse sono rimasti nel cortile proprio per tenere d'occhio Huamar e aspettare il momento buono per prenderlo e farlo parlare. Con la carovana al sicuro nel recinto, stanotte non ci saranno guardie e la notte è buia.»
«Perché dovrebbero attaccarlo proprio qui? - commentò Mirja – Avrebbero potuto prenderlo lungo la strada.»
«Lungo la strada c'era solo la gente della carovana e quelli si sarebbero accorti della scomparsa di Huamar o di un'aggressione durante un bivacco. Qui, invece, c'è molta più gente che pensa ai fatti suoi e un'attacco è senz'altro più facile. Ci sono ubriachi, eventuali testimoni penserebbero ad una rissa e non certo ad un rapimento. No, se vogliono prenderlo lo faranno qui, alla prima occasione propizia.»
«E tu di occasioni propizie te ne intendi, vero?» rispose Mirja con sarcasmo.
«Per questo sono ancora vivo!» rispose Bjorn, asciutto.
Poi se ne andò, raggiungendo un gruppo dei suoi che stavano bevendo ad un tavolo del salone al piano terra. Bjorn si sedette con loro e parlò brevemente, spiegando la situazione. Karl, che era con loro, annuì con un ghigno e si alzò facendo cenno ad altri tre che lo imitarono. Alzandosi anche lui, Bjorn fece cenno ad una delle cameriere, che era apparsa sulla porta, e che si avvicinò prontamente con gli occhi luccicanti. A suo tempo, anche lei era passata nel letto del vichingo e non vedeva l'ora di rendersi nuovamente utile.
Bjorn le sorrise, ma poi tornò serio guardando alle spalle della ragazza che se ne accorse e, sbirciando, vide che anche Mirja era scesa dabbasso e li guardava sospettosa. Così tornò a voltarsi verso Bjorn per ascoltare i suoi ordini. Lui le parlò sottovoce, sorridendole ancora come se fosse uno dei tanti avventori che le facevano la corte.
Ricevute le indicazioni di Bjorn, la ragazza annuì seria e se ne andò verso la cucina, mentre Bjorn la salutava con un'ultima pacca sul sedere. Nel farlo guardò Mirja, che lo stava osservando e gli lanciò uno sguardo di ghiaccio. In risposta Bjorn sorrise anche a lei, quindi uscì dal locale passandole davanti spavaldo, andando a raggiungere i suoi uomini nel buio che intanto era calato nel cortile.
Adesso la situazione intorno alla locanda, dentro e fuori le mura, era molto più calma. Le bestie e le merci erano al sicuro e gli uomini si erano radunati in gruppi intorno ai fuochi dove mangiavano o giocavano a dadi o chiacchieravano rilassandosi dopo le fatiche della giornata. Il cortile era debolmente illuminato da una luna pallida e velata, ancora bassa sull'orizzonte.
La cameriera uscì dal portico portando un cesto con del pane e avvicinandosi a Huamar che era seduto, con altri conducenti, intorno ad uno dei fuochi.
«Ecco la medicina che mi hai chiesto – disse la donna ad alta voce, porgendogli una ampolla di terracotta – il mal di stomaco ti passerà in un giorno o due, ma avrai bisogno spesso della latrina e dovrai bere molto. Vacci subito, visto che è stata appena pulita, perché dopo ci andranno tutti, prima di dormire.
Mentre la cameriera tornava verso la locanda, Huamar brontolò qualche commento con i suoi compagni di bivacco, poi sorseggiò il contenuto dell'ampolla, accompagnato dalle risa sarcastiche degli altri. Pochi minuti dopo fu scosso da un brivido e subito si alzò, mormorando qualche parola di scusa e incamminandosi poi velocemente verso il fondo del cortile, procedendo curvo e tenendosi il ventre come spinto da un bisogno impellente.
Immediatamente i due uomini con il mantello grigio, che erano seduti in disparte poco lontano, si alzarono anche loro e lo seguirono senza fretta. Huamar scomparve nell'oscurità dietro una vasta tettoia che copriva la riserva di fieno e dietro alla quale, nascosti da una bassa parete di giunchi intrecciati, si trovavano la fossa del letame e le latrine. Il posto ideale per un agguato. I due sicari accelerarono il passo mentre da sotto il mantello emerse una lama affilata che rifletteva i bagliori dei fuochi. Uno dietro l'altro superarono un grosso pilastro di pietra infilandosi nel passaggio buio... quando il secondo crollò senza un grido colpito alla nuca da una mazza che scattò improvvisamente dall'oscurità.
Il primo si voltò di scatto, ma le parole gli morirono in gola mentre una presa terribile gli serrava il collo e una morsa gli bloccava il braccio con il pugnale. Il sicario mugolò mentre Bjorn, che lo aveva agguantato da dietro, lo sollevava strozzandolo con il braccio serrato intorno alla gola. Karl, con la mazza in pugno, emerse lentamente dal buio piantandosi davanti a lui e osservandolo con un ghigno. Ma il sicario non poteva vedere più niente: un velo nero gli scese sugli occhi mentre si afflosciava come un sacco vuoto tra le braccia del vichingo.
Bjorn lo trattenne mentre si accasciava, strozzandolo ancora per un po' e tirandolo poi per il collo sotto la tettoia, insieme all'altro che era stato trascinato nel fieno dagli altri vichinghi. Karl si sporse dall'angolo del pilastro per sbirciare verso il cortile, ma nessuno si era accorto di nulla.
«Vai ad avvertire Huamar nella latrina – sussurrò Bjorn a Karl – ma piano, non farlo morire di spavento mostrandogli la tua cicatrice nel buio. Portalo nella locanda senza che nessuno ti veda.»
Mentre Karl spariva nel buio, Bjorn continuò rivolgendosi ad altri due uomini che già stavano spogliando i due cadaveri. Erano alti e abbastanza somiglianti ai due uccisi ed erano stati scelti da Bjorn per sostituirsi a loro e tornare quindi al bivacco al loro posto, indossando i loro vestiti. Se i due sicari che seguivano Huamar si erano inseriti nella carovana al solo scopo di controllare l'egiziano e rapirlo, era probabile che fossero dei perfetti sconosciuti per tutti. Quindi nessuno si sarebbe accorto dello scambio, tantomeno quella notte, dopo una faticosa giornata di cammino.
L'indomani all'alba i due uomini sarebbero partiti con i loro cavalli, staccandosi dalla carovana per prendere un'altra direzione, e tutti li avrebbero visti allontanarsi in pace e in buona salute. Così nessuno avrebbe potuto accusare Mirja e la sua locanda della loro eventuale successiva sparizione.
I loro cadaveri sarebbero marciti nella fossa della latrina e quando, poche miglia più avanti, i due vichinghi avrebbero bruciato anche i loro vestiti per poi tornare dal loro capo, ogni traccia dei due sarebbe svanita per sempre. Huamar poteva finalmente fare il suo rapporto in tutta sicurezza.
Bjorn osservò soddisfatto i due vichinghi che avevano indossato gli abito dei sicari e girò loro intorno per un'ultima occhiata. Non c'erano tracce di sangue, o perlomeno non si vedevano al buio e l'aspetto generale era perfetto. Nessuno avrebbe potuto distinguerli dai due uccisi. L'indomani, i due avrebbero indossato dei pesanti mantelli da viaggio e i cappucci ne avrebbero nascosto i lineamenti mentre avrebbero lasciato la locanda sui loro cavalli.
Ad un suo cenno di approvazione, i due vichinghi si avviarono uscendo dall'ombra della tettoia diretti al loro bivacco, attraversando il cortile con passo ciondolante e strascicato. Come previsto, nessuno badò a loro né rivolse loro una parola e i due si stesero accanto al fuoco, per dormire. Nel cortile tutto tornò immobile. Nell'ombra sotto la tettoia, Bjorn sogghignò a Karl, che gli stava vicino, e lo sfregiato rispose con lo stesso ghigno soddisfatto.
«»
Mezz'ora dopo, Bjorn scalpitava impaziente nella stanza di Mirja. Camminava avanti e indietro a grandi passi, osservato con un sorriso ironico dalla donna, comodamente seduta su una panca ricca di cuscini.
«E' una stupida perdita di tempo - tuonò per l'ennesima volta il vichingo – sono mesi che aspettiamo e ogni minuto può essere prezioso. Se Huamar ha rischiato la vita per portarci le sue informazioni, significa che il ragazzo nasconde davvero qualcosa di importante. Non sei curiosa di sapere cos'è?»
«Huamar era stanco e impolverato e proprio perché ha rischiato la vita si merita la nostra considerazione - rispose Mirja, con il tono paziente di chi si rivolge ad un bambino – Voleva presentarsi a me nel suo aspetto migliore per cui l'ho affidato ad Anita per un bagno caldo e un massaggio. Avere un po' di pazienza è il minimo, mi pare. E poi un bagno caldo farebbe bene anche te – concluse più tagliente – ti sei almeno lavato le mani, dopo aver ucciso due uomini?»
Lui si guardò le mani senza riflettere, per poi stringere i pugni sbuffando e fissando Mirja con un moto di rabbia repressa. Quindi uscì dalla stanza chiudendo la porta dietro di sé con un boato.
Tornò dopo dieci minuti, con i capelli bagnati e le mani pulite. Era anche più calmo e si sedette su uno sgabello senza una parola, sbirciando Mirja con espressione risentita.
Mirja decise di essere generosa.
«Anita mi ha riferito di aver quasi finito – disse accomodante – Huamar era veramente ridotto male. Le ultime notti non ha quasi mai dormito per il timore dei sicari e ha camminato giorni e giorni sotto il sole come un conducente qualsiasi. Per uno della sua età è stata una fatica che poteva ucciderlo.»
Bjorn annuì con un grugnito e Mirja si sentì nuovamente piena di rabbia nel vedere la sua indifferenza. Si alzò in piedi di scatto e si mise lei, ora, a camminare per la stanza, per sfogarsi e anche per mascherare la sua apprensione per Huamar che, se ne rendeva conto solo allora, gli era caro come un padre. Il padre che non aveva mai avuto, in fondo. Possibile che invece per Bjorn tutto quello che Huamar aveva fatto fosse così normale e scontato? Decise di fargliela pagare, in qualche modo, così si piantò davanti a lui con le mani sui fianchi, osservandolo severa.
«Tu, piuttosto, sei sicuro che quei due che hai ucciso fossero proprio dei sicari? Come sai che non erano invece due ignari pellegrini? Huamar potrebbe essersi sbagliato.»
«Avevano dei pugnali – rispose Bjorn con noncuranza – Non si va alla latrina con un pugnale pronto a colpire. Sono intervenuto quando sono stato sicuro. Senza di noi, l'egiziano era spacciato.»
Mirja rabbrividì suo malgrado.
«E se avevano dei compagni? Forse nella carovana ci sono altre spie. Continuo a pensare che sei troppo svelto con le tue uccisioni. Ci sono altri modi per fermare la gente.»
Bjorn si alzò in piedi lentamente, rizzandosi torreggiante ed estraendo un pugnale da un fodero che aveva infilato nella cintura, tolto al sicario che aveva ucciso. Era una lama lunga una trentina di centimetri, spessa, levigata e spaventosamente affilata. Avrebbe potuto sfondare facilmente un'armatura avanzando senza fermarsi tra nervi e ossa. Lo mostrò a Mirja facendone baluginare la lama alla luce delle candele. Lei si ritrasse sorpresa.
«E quale, se uno ha in pugno un coltello come questo con cui vorrebbe tagliarti la gola? – chiese canzonatorio – A me non vengono in mente molte gentilezze.»
Lei fu incapace di rispondergli e gli voltò le spalle per nascondere la sua agitazione. Vedere Bjorn che estraeva quell'arma terribile davanti a lei, l'aveva sconvolta più di quanto si aspettasse. L'uomo l'aveva posta di colpo di fronte alla violenza che imperversava, là fuori. All'acciaio che governava il mondo, nonostante tutte le le parole, le leggi e le religioni.
Il vichingo si rese conto del suo turbamento e la fissò stupito. Poi la sua espressione si addolcì e rimise il pugnale nel fodero, avvicinandosi a lei e posandole leggermente una mano su una spalla.
«Il mondo è un luogo pericoloso ed è evidente che io e te vediamo la vita in modo diverso – disse Bjorn, con voce pacata – tuttavia neanch'io uccido con la leggerezza che credi. Mi piacerebbe vivere in pace nella mia casa, invece, circondato dalla mia famiglia e dai miei amici. Avere la dispensa piena e la sicurezza di buoni raccolti dai miei campi. E, intorno, nessuno che voglia portarti via tutto questo. Ma non è così.
Nella mia vita, dove ho vissuto io, non è mai stato così e credo che anche per te sia stato lo stesso. La tua locanda ha solide mura, una porta rinforzata di ferro e i tuoi garzoni sono armati... dobbiamo tutti stare in guardia, è vero o no?»
Mirja rispose con un profondo sospiro, piegando la testa all'indietro senza ritrarsi quando lui si mise a massaggiarle le spalle e la schiena alla base del collo. Le dita di lui le premevano forti ma leggere tra le vertebre, provocandole brividi piacevolissimi che allentavano la sua tensione. Mirja chiuse gli occhi abbandonandosi grata a quelle carezze, avendo piena consapevolezza di quelle mani grandi e forti che sapevano dare la morte ed essere al tempo stesso abili nelle cose della vita e protettive anche per una donna forte come lei. Ma era forte davvero come tutti credevano? Nonostante tutto, solo in quelle mani si sentì per un momento al sicuro; solo a quelle mani sentì che avrebbe potuto aggrapparsi per non cadere o per salvarsi da ogni pericolo.
Emerse dal nulla con un altro profondo sospiro e si voltò verso Bjorn che, staccando subito le mani da lei, le rimase di fronte a guardarla, scrutandola pensieroso. Lei ne sostenne lo sguardo, fissandolo a sua volta, come se ognuno volesse guardare nell'anima dell'altro. Quello che videro piacque ad entrambi e Bjorn si mosse per avvicinarsi di più, ma in quel momento qualcuno bussò alla porta.
Mirja si spostò subito di lato, portando le mani alle gote che erano avvampate, e chinandosi sul suo tavolo di lavoro.
«Avanti!» gridò con voce un po' troppo alta.
Anita entrò con lo sguardo basso, come se avesse intuito il turbamento della sua padrona, ma forse scambiandolo per l'ansia del prossimo incontro. Si fece infatti di lato e, con un cenno, lasciò spazio a Huamar che entrò dopo di lei con passo incerto.
Cap. 14
Si intravvede un regno
L'egiziano era cambiato da quando Bjorn l'aveva visto la prima volta. Era rimpicciolito e rinsecchito e la pelle era diventata ancora più scura. Il viso era accuratamente sbarbato. I capelli cortissimi, ridotti ad una peluria bianca ai lati della testa, coperta da un berretto di lana grezza. Vestiva una lunga tunica chiara anch'essa di lana e, sopra di questa, una sopravveste marrone più pesante e decorata di rosso e oro. Ai piedi portava morbide pantofole di pelle di daino con la punta ricurva all'insù. Ora era pulito e profumato, ma appariva ancora sofferente e terribilmente fragile. E tuttavia, nel vedere Mirja, il suo volto si illuminò in un largo sorriso pieno di sollievo e di riconoscenza.
«Mirja, mia regina, che piacere rivederti – disse con voce flebile – davvero non credevo che ci sarei riuscito. Ringrazio gli dei per un altro grande regalo che mi hanno fatto!»
«Huamar, amico mio, come stai? Siamo stati tanto in pena per te. Davvero non pensavo che avresti corso un pericolo così grande.»
«Sì, è stato un grande pericolo – rispose Huamar, stringendo con ambedue le mani la destra di Mirja e osservandola pensoso – ma da quello che ho scoperto ne valeva la pena, te l'assicuro. Anche se ho temuto di non poter tornare a raccontartelo.»
«Siediti e parla! – disse Bjorn con tono minaccioso, indicando la panca imbottita dove, intanto, Mirja si stava sedendo – Abbiamo aspettato anche troppo!»
Sentendo il tono del vichingo, Mirja gli lanciò un'occhiataccia, ma Bjorn non le badò. Huamar si affretto a sedersi, osservando di sottecchi l'enorme guerriero.
«Cosicché anche tu sei stato in pena per me?» Disse l'egiziano con un sorriso di derisione. Ma vedendo che Bjorn aveva tutt'altro che voglia di scherzare, si affrettò a ridiventare serio, rispondendo con un sospiro.
«Certo, certo, ammetto che ci ho messo più tempo di quello che avrei voluto – disse, rivolto a Bjorn che si sedette su uno scranno davanti a lui – ma il segreto di quel ragazzo era ben custodito e non è stato facile trovare da dove venisse. E una volta raggiunto quel luogo, vi ho trovato solo bocche cucite dalla paura. Trekkar è un signore molto potente e temuto.»
«Chi é Trekkar?» Abbaiò Bjorn, prima che Mirja potesse precederlo. Il vichingo stringeva i pugni e sedeva sullo scranno teso come un arco pronto a scattare, tanto che Mirja si sentì in dovere di allungarsi dalla panca e posargli una mano sull'avambraccio. A quel gesto, Bjorn sobbalzò, per poi calmarsi subito, con un lungo sospiro.
Huamar assistette alla scena con stupore, guardando prima Bjorn e poi Mirja con curiosità. Dunque così stavano le cose, pensò in cuor suo. E' un bene o un male, per la mia figlia prediletta? E' un bene perché è giovane e bella e merita un uomo altrettanto giovane e vigoroso che possa amarla come merita... ma può essere un male perché lei, come tutte le vere donne, è dolce e generosa e non sarebbe la prima a cadere vittima di un uomo violento che volesse approfittare del suo amore. Huamar avrebbe voluto essere alto, giovane e forte per vigilare su di lei e difenderla, se fosse stato necessario, ma Bjorn sarebbe stato in ogni caso un avversario temibile. E poi lui non era né alto, né giovane, naturalmente... e così dipendevano tutti da quel guerriero che lo stava fissando con sguardo quasi feroce.
«Allora?» Bjorn lo incalzava.
Huamar non rispose ma si mise a rovistare in una tasca interna della sua sopravveste, dalla quale estrasse con cautela un foglio di pergamena accuratamente ripiegato.
Per quanto feroce e violento, Bjorn Rasmussen aveva fama di uomo giusto e leale – continuava a riflettere Huamar – Anche se erano molto lontani dalla sua patria, l'egiziano aveva incontrato dei pellegrini che sapevano di lui e gli avevano raccontato delle sue azioni che gli avevano già procurato una certa fama. Razzie e attacchi feroci, è vero, ma a quanto pareva Bjorn aveva sempre incitato i suoi uomini a seguirlo nella battaglia, mai a precederlo, rischiando sempre la vita prima e più di ogni altro. Inoltre non aveva mai ucciso un uomo disarmato e da quello che se ne sapeva aveva sempre trattato i vinti con magnanimità. In quell'epoca di ferocia e di barbarie non era cosa da poco.
Inoltre, e questa era la cosa più importante, aveva salvato Virgil spinto dalla generosità e dalla compassione per un ragazzo rimasto solo in balia degli eventi e di un pericolo oscuro che poteva essere mortale per lo stesso vichingo. E poi Huamar aveva saputo da Anita l'impresa del castello di Grosswald e del suo straordinario successo, con i conseguenti vantaggi per Mirja e per tutta la regione. Forse Bjorn non era solo ferocia, ma anche lealtà, coraggio e intelligenza. Quindi non era strano che Mirja lo avesse preso in considerazione dopo averlo così fortunosamente salvato.
Anche il loro incontro, così fortuito, ma così denso di successivi sviluppi, era stato forse un segno del destino a cui nessuno di loro avrebbe potuto sottrarsi. Mirja era una donna intelligente e se lo aveva scelto per sé, lui doveva fidarsi del suo giudizio e accettare la situazione.
Huamar concluse i suoi pensieri con un sospiro spiegando la pergamena con cura anche troppo certosina per Bjorn che era sulle spine, ma che era necessaria per l'estrema sottigliezza della pelle sulla quale si vedeva appena una mappa dettagliata.
La mappa era sottilissima proprio per poter essere piegata molte volte e quindi facilmente nascosta. Huamar la distese quindi per bene su un cuscino mentre Bjorn e Mirja si allungavano per vedere.
«Questa mappa mostra la strada per arrivare al regno di Trekkar, attuale signore di Aluksna – spiegò l'egiziano – E' a est, a più di cento leghe da qui, sulla riva di un grande fiume che scorre vicino ad un altro che è invece rivolto a sud-est e che dicono lungo migliaia di leghe, tanto da sfociare in un altro mare. Il regno comprende tre città, una alla foce dove c'è un porto molto trafficato, e altre due lungo il fiume. Quella più interna, a ridosso delle colline da cui nascono i due fiumi, è la più piccola ma la più vicina a ricche miniere di sale e la più facilmente difendibile; e infatti è laggiù che Trekkar ha costruito il suo castello.
Per arrivarci occorre superare delle paludi molto insidiose e per questo il regno è poco conosciuto nelle nostre terre. Ma lungo i due fiumi si svolge un enorme commercio soprattutto con le genti del sud, che sono molto più ricche.
Così il regno è prospero e per questo è molto ambito. Trekkar era solo un mago, prima, molto potente, ma al servizio del nobile Sifrund di Koogard, la cui casata reggeva il regno da secoli. Si dice che l'antenato di Sifrund che ha fondato il regno fosse un generale romano di origine barbara distaccato in una delle province orientali. Con il disgregarsi dell'impero, quel generale radunò le sue truppe, quasi tutte originarie della sua stessa tribù, tornando nella sua terra d'origine per impadronirsi facilmente delle vaste e fertili terre intorno al fiume. Grazie alla disciplina, alle armi e alle tattiche dei romani che lui e i suoi suoi uomini avevano imparato così bene, nessuno poté fermarli e in breve il regno di Koogard divenne realtà. Gli accampamenti costruiti alla maniera romana divennero città di pietra e cinte da mura insuperabili e il porto e il fiume diventarono ben presto la strada che unì le ricchezze del nord e dell'interno.
Sotto le colline sono stati trovati importanti giacimenti di sale, indispensabile per conservare il pesce che si pescava a nord e la carne che si allevava a sud . Così il commercio si è sviluppato enormemente e il paese è diventato ricchissimo.»
«E Trekkar, cosa c'entra?» insistette Bjorn, sempre più impaziente.
«Sifrund si ammalò e Trekkar, che era il medico e mago di corte, riuscì a trovare una cura che però era difficile e dolorosa e, soprattutto, non risolutiva. Un poco alla volta il re divenne sempre più debole e incapace di occuparsi del regno, per cui fu sostituito da Trekkar, che prima si limitava a riferire ai nobili le decisioni del re e poi divenne di fatto il nuovo governante.
Molti non erano d'accordo con questa situazione. Alcuni sospettavano che la malattia del re fosse stata in realtà provocata dallo stesso Trekkar che, non dimentichiamolo, era un abile mago e alchimista. Trekkar reagì ai sospetti in modo feroce e implacabile: i nobili più fedeli al re furono giustiziati con false accuse di cospirazione, altri furono comprati col denaro o con privilegi e nuove terre. In breve Trekkar rimase senza rivali.»
«E Sifrund lasciò fare senza opporsi?» intervenne Mirja.
«Alla fine Sifrund aveva capito come stavano le cose, ma ormai Trekkar aveva il controllo di tutto e lui era prigioniero nel suo letto. Ma aveva un figlio ancora giovanissimo ed era di lui che doveva preoccuparsi, soprattutto. Re Sifrund lo aveva avuto avanti con gli anni, perché non aveva voluto ripudiare la moglie nonostante che lei non gli avesse dato eredi vivi. Sifrund la amava moltissimo e non l'avrebbe mai lasciata, ma lei era morta alla fine dell'ennesima gravidanza finita male. Quella volta morì insieme col bambino. »
«Uhm... Trekkar era già arrivato? Forse c'entrava lui anche in quello! » considerò Bjorn.
Huamar lo guardò pensoso. «Può darsi - disse – in effetti non ci avevo pensato, ma potrebbe essere. Però Sifrund non si era ancora ammalato e dopo pochi mesi sposò Vitigilla, la cugina della moglie, che gli diede finalmente un figlio: Virgil, anzi Helfred, perché è questo il suo vero nome. Ma anche la madre di Helfred morì, dandolo alla luce. Tuttavia adesso Sifrund aveva un erede. Che però era indifeso, quando il re suo padre cadde in preda alla malattia. All'inizio Sifrund si fidava ciecamente di Trekkar, ma poi dovette sospettare qualcosa perché un giorno il bambino, che già viveva da mesi lontano dalla reggia accudito da una balia, sparì, apparentemente rapito, e lui, nonostante le insistenze di Trekkar, non fece nulla per cercarlo. Lo cercò Trekkar, naturalmente, di nascosto ma con molto impegno, sguinzagliando le sue spie per tutto il regno e anche nelle terre vicine, ma non riuscì a trovarlo.
Nonostante la sua debolezza, Sifrund lo aveva giocato mettendo al sicuro la sua discendenza. Adesso sappiamo che lo aveva affidato a quel vecchio, forse un servo rimastogli fedele, che aveva portato il ragazzo sulla costa, nascondendolo tra la gente e facendolo vivere come un figlio di pescatori, ma pronto a rivendicare il suo regno, quando il re fosse morto.»
«Non era un servo – commentò scuro in volto Bjorn – ha scelto il villaggio con molta cura. Vicino alla costa, con facili vie di fuga, e ha approntato i sosia per confondere i sicari... era un guerriero molto valoroso che ha scelto di vivere in esilio e in povertà per servire il suo re.»
«Quanti anni aveva Virgil... Helfred, quando fu portato via?» chiese Mirja.
«Adesso Helfred ha quasi dodici anni – rispose Huamar – é rimasto col padre fino a sette e ha fatto in tempo a farsi conoscere come un bambino cordiale, molto intelligente e con doti non comuni. Alcuni dicevano che la sua sola presenza aveva il potere di guarire le malattie e che Trekkar lo odiava perché poteva diventare uno stregone più potente di lui. Quando sparì molti accusarono Trekkar di averlo ucciso, ma nessuno poté provarlo e d'altra parte, come ho detto, Trekkar si dette un gran daffare per cercarlo. La sua ansia era sincera, anche se lui agiva per eliminarlo sul serio e non certo per riportarlo a suo padre.
Sifrund morì alcuni mesi dopo la scomparsa del bambino e allora ci fu un periodo di grande incertezza. La popolazione fu vicina ad una rivolta perché i più non volevano che lo stregone succedesse al re. Ma il suo potere era troppo grande, ormai; molti nobili e mercanti erano con lui e soprattutto era dalla sua parte una soldataglia di mercenari che lui ripagava con l'oro o lasciandoli fare quello che volevano con la popolazione, soprattutto con quelli che cercavano di ribellarsi.
Il commercio lo ha reso molto ricco e poi ci sono i suoi misteriosi poteri di mago dedito alle arti oscure: si dice che incanti le persone; che le renda come fantocci, schiavi del suo volere... e che sappia evocare i demoni e bestie mostruose. Le sue vittime muoiono urlando di terrore.
Così, dopo la morte di Sifrund, Trekkar divenne re al suo posto. Per qualche anno nessuno osò ribellarsi ma poi le prepotenze dei suoi uomini divennero sempre più insopportabili e le tasse più arbitrarie e assillanti. Qualcuno ricominciò a parlare di Helfred e a dire che era vivo e nascosto da qualche parte, nell'attesa di diventare adulto e pretendere il regno come erede legittimo. I suoi poteri, la sua intelligenza e generosità avrebbero riportato il regno al suo antico splendore. Trekkar riprese a cercarlo, inseguendo proprio quelle voci. Ma il ragazzo era nascosto troppo bene anche se ad un certo punto emerse una traccia che portava a quel villaggio sulla costa.
Nel frattempo però era cresciuta anche l'opposizione e forse il vecchio servitore aveva creato qualche contatto facendo nascere forti speranze. Se Trekkar avesse ucciso il ragazzo apertamente l'indignazione popolare sarebbe esplosa forse in modo irrefrenabile.
Il despota non poteva rischiare. Così credo proprio che sia accaduto ciò che sospettiamo: Trekkar fece filtrare false informazioni tra i vichinghi, che organizzarono una scorreria per depredare il villaggio credendolo sede di una ricca abbazia. E durante l'incursione i suoi uomini, infiltrati tra i predoni, avrebbero dovuto uccidere Helfred facendo ricadere la colpa su Bjorn. Solo il caso ha voluto che ciò non accadesse... il caso, o forse la magia che davvero protegge quel ragazzo e che ti ha spinto a salvargli la vita due volte.»
Huamar tacque fissando il vichingo e per un momento anche Mirja e Bjorn stettero in silenzio, ripensando alle sue parole. Poi Bjorn si scosse, stringendo la mascella e protendendosi verso l'egiziano, contratto da una furia che cresceva a vista d'occhio.
«Oro, hai detto! Allora questo tiranno, Trekkar, è molto ricco!»
«E' anche molto avaro e quindi le sue ricchezze sono leggendarie. Ma tutto l'oro è protetto nel suo castello, che è inespugnabile. » rispose Huamar.
Bjorn strinse gli occhi come un lupo che ha avvistato un agnello.
«Allora ucciderò questo Trekkar e prenderò tutto il suo oro! – esclamò Bjorn – Metterò il ragazzo sul trono che gli spetta. I suoi sudditi mi saranno riconoscenti e mi pagheranno un grande tributo. Poi - voltandosi verso Mirja – prenderò te come mia sposa e tornerò tra la mia gente rispettato e invidiato da tutti, come deve essere un capo!»
Dicendo questo, Bjorn aveva estratto il pugnale, e quindi concluse con un urlo piantandolo con forza su un tavolino accanto alla panca su cui erano seduti Huamar e Mirja, che trasalirono spaventati. Il pugnale trapassò lo spesso ripiano di legno da parte a parte.
Poi Bjorn si alzò di scatto e uscì dalla stanza in gran velocità, richiudendo la porta alle sue spalle con un tonfo. Mirja e l'egiziano restarono a fissarla, sbalorditi.
«»
Bjorn aveva sentito il bisogno irrefrenabile di raggiungere i suoi uomini, che in quel momento erano nella lunga casa che avevano costruito nel recinto esterno, a ridosso delle mura della locanda. Era tarda sera, ormai, ma i vichinghi erano seduti intorno al fuoco, acceso al centro della casa, bevendo birra e ancora commentando la piccola battaglia di poche ore prima nel cortile, intorno alla latrina.
Bjorn spalancò la porta di slancio entrando a grandi passi nell'ambiente fumoso, per poi fermarsi davanti ai suoi alzando le braccia e stringendo i pugni.
«Ce l'abbiamo fatta! Avevo ragione! - disse trionfante, mentre tutti si voltavano a guardarlo a bocca aperta – Avremo la battaglia che cercavamo e prenderemo il regno che ci renderà ricchi!»
I vichinghi esplosero tutti insieme in un boato e tutti si alzarono per stringersi intorno a Bjorn, toccarlo, menargli pacche sulle spalle e complimentarsi con lui. Anche chi stava tentando di dormire e si era già coricato in un angolo, si alzò e venne a partecipare alla festa, ridendo ancora imbambolato. Non volevano sapere altro. Si fidavano del loro capo e della nuova avventura in cui li avrebbe guidati. Karl gli porse un boccale di birra.
«Virgil? - disse – E' quel ragazzo, allora?»
«Sì – rispose Bjorn prendendo il boccale – Odino ci stava guardando quando l'ho salvato in quel villaggio. E stavolta le ricchezze di Grosswald sembreranno un'elemosina.»
Karl si limitò ad annuire sogghignando soddisfatto, con un cenno di approvazione. Poi si voltò per riempirsi anche lui la coppa mentre altri si accalcavano intorno al tavolo per prendere la loro parte di un nuovo brindisi. Bjorn fece un passo indietro per togliersi di mezzo e, mentre vuotava in parte il suo boccale, guardava i suoi brindare e vociare allegri, come se li vedesse sempre più da lontano. Sentì fisicamente la tensione di quei mesi scivolargli dalle spalle come un fardello che, ora se ne rendeva conto, l'aveva oppresso fino a fargli dolere i muscoli e le ossa. Sentì lo stomaco allentarsi e risuonare dei battiti del cuore mentre riviveva i suoi dubbi, i suoi errori, i suoi timori di non essere all'altezza, di aver fallito. Una nave perduta, l'altra chissà dove. Le ferite che l'avevano quasi ucciso. Guerrieri e compagni morti, fatiche e risorse sprecate e altre usate per inseguire una sensazione, un'intuizione simile ad un fantasma. Ma adesso tutte le sue scelte si rivelavano giuste. Il favore degli dei e della fortuna appariva evidente. Le speranze diventavano reali possibilità, che dipendevano ancora una volta solo dalle sue forze. Ora il cammino era chiaro.
E ora c'era Mirja...
Si sentì improvvisamente esausto e un velo di sonno gli scese sugli occhi appesantendogli le palpebre. Finì il bicchiere e lo posò vuoto sul tavolo, barcollando. Con le orecchie che ronzavano, non sentì le parole di Karl, mentre gli toccava una spalla per accomiatarsi, né degli altri, mentre li salutava e stringeva loro i polsi. Uscì dal calore denso e umido della casa e si ritrovò nella fresca oscurità della notte, respirando profondamente per snebbiarsi la mente.
Si riprese un poco e, girando intorno alle mura, rientrò nella locanda, mettendoci molto più tempo del necessario per fare quelle poche decine di metri.
Nonostante l'ora ormai tarda, nel salone principale c'era ancora diversa gente. Vide Mirja seduta ad uno dei tavoli, mentre discorreva con un gruppo di uomini vestiti in modo ricercato. Mercanti della carovana arrivata nel pomeriggio. Mirja alzò gli occhi e, vedendo che lui la guardava fermo sulla soglia, accennò ad un sorriso.
Lui abbassò la testa con un cenno, sorridendole a sua volta. Poi salì le scale fino al piano di sopra, dove c'era la camera di Virgil.
Arrivò davanti alla sua porta mentre ne stava uscendo Anita. La donna gli sorrise e gli cedette il passo, portando l'indice al naso avvertendolo di fare silenzio. All'interno, Virgil era a letto, sotto una coperta, e su una sedia accanto al letto era seduto Huamar che lo stava salutando per la notte accarezzandogli la testa. Su una mensola accanto al letto brillava una candela accesa. Virgil era assonnato e non si accorse di Bjorn che si fermò sorpreso, nell'ombra.
Poi, per non disturbare oltre il ragazzo, arretrò e tornò in corridoio mentre anche Huamar usciva con lui. L'egiziano chiuse lentamente la porta lanciandogli un'occhiata interrogativa.
«Avevi già visto il ragazzo, no?» disse Bjorn, sottovoce.
«Si. L’avevo osservato per ricordare il suo viso, ma non l’avevo veramente conosciuto. Ma ora abbiamo fatto amicizia in fretta – disse Huamar – E' un bravo giovane, ben educato e molto intelligente. Merita di essere aiutato.»
Bjorn parlò abbassando lo sguardo, bilanciandosi sulle gambe, imbarazzato. «Sono stato brusco con te e volevo ringraziarti – disse – hai fatto un buon lavoro. Utile e pericoloso. Non è stata una cosa da poco.»
L'egiziano lo guardò sorpreso. Poi scosse la testa a dire sì, con un debole sorriso. Salutò con un cenno della mano e si allontanò ciabattando curvo, verso le scale, continuando a dire di sì.
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