Il portatore dell'aquila - Cap. 15 e 16
Cap. 15
Il calore di una donna
Bjorn era a letto, disteso sulla schiena e guardava il soffitto. Un solo cero illuminava la stanza. In tutta la locanda i rumori e le voci si erano spenti e le luci affievolite. Ma la stanchezza era passata e anche il sonno, mentre si sentiva in pace con se stesso. La mente cominciava nuovamente a fare progetti per il futuro.
L'indomani avrebbe di nuovo parlato con Huamar, dando un'occhiata più attenta alla mappa sulla pergamena sottile. Aveva già sentito di grandi fiumi che percorrevano quelle vastissime terre da nord a sud, formando vie di transito che permettevano di penetrare quei territori sfruttandone le risorse e trasportarle molto lontano, in paesi dove le genti vivevano più numerose e avevano accumulato grandi ricchezze.
I pochi gruppi che si erano avventurati all'interno e vi avevano tracciato delle piste mantenevano con grande cura i loro segreti perché quelle erano vie per la ricchezza.
Ora parte di quei segreti sarebbero stati anche suoi.
Bjorn trasalì, sentendo armeggiare alla porta. Si voltò a guardare mentre quella si apriva silenziosamente e qualcuno entrava nella stanza in un frusciare di stoffa. Sentì forte il profumo di Mirja mentre la donna, rapida e sinuosa come una gatta, si allungava sul suo letto.
Bjorn si alzò di scatto sui gomiti, trovandosi il viso di lei a pochi centimetri dal suo.
Nella penombra Mirja lo scrutava come se lo vedesse per la prima volta. Respirava ansando, come se le mancasse l'aria. Poi si allungò a baciarlo lentamente sulla guancia, ai lati della bocca, sulla fronte, mentre il respiro si calmava.
«Quello che mi hai detto stasera è una cosa già decisa o solo una richiesta?» – sussurrò, continuando a sfiorarlo con le labbra.
«Noi vichinghi non obblighiamo le nostre donne – rispose Bjorn, rilassandosi e ruotando leggermente il viso per offrirsi meglio alla donna e gustare quei baci – Sono libere di scegliere il loro uomo, e di andarsene quando si stancano di vivere con lui.»
«Le condizioni sono ragionevoli» – ammise lei, e così dicendo ruotò di lato stendendosi sulla schiena, al suo fianco, rilassandosi invitante. Sotto una sottilissima veste di lino era nuda e calda quasi da scottare, la pelle levigata e scintillante, unta di olio profumato. Ma quando lui si mosse per mettersi sopra, lei gli prese i capelli sulla nuca tirandolo all'indietro e costringendolo a fermarsi.
«Sappi che dovrò capire bene se potrò seguire un uomo come te. In fondo, anche se hai colpito il mio cuore più di chiunque altro, non sei che un barbaro!»
Quindi lo tirò a sé, offrendogli la bocca.
Era la notte giusta, nel luogo giusto, al centro dell'Universo. Bjorn non aveva mai avuto una donna così, non in quel modo. Lei non era particolarmente abile o esperta, ma era semplicemente calda, morbida e bellissima e gli si offrì totalmente. E lui, consapevole del valore di quell'offerta, si ritrovò ad agire solamente in funzione del piacere di lei, godendo dei suoi gemiti, del suo contorcersi tra le sue braccia, della sua voglia che pareva inesauribile.
Bjorn si rese conto che Mirja era la sua preda più preziosa, la sua vittoria più sfolgorante.
Molto più tardi, giacevano uno accanto all'altra, nudi e umidi di sudore. Lei si rannicchiò contro di lui, posandogli il viso sul petto e passandogli lentamente una mano sul ventre piatto e muscoloso e impigliando le dita tra i peli del pube.
«Non sei un gran bevitore di birra – disse – alcuni dei tuoi uomini hanno dei barili sulla pancia.»
Lui sorrise . «Hanno mogli brutte e grasse, e suocere terribili. Bevono per dimenticare. Ma così vanno anche volentieri lontano, a combattere!»
«Sai dare molto piacere ad una donna. Ne hai avute molte, prima di me? » continuò lei, senza curarsi di nascondere una punta di gelosia.
«Tutte quelle della tua locanda.» rispose seraficamente Bjorn.
«Me quelle sono puttane, non vale – protestò Mirja – dico altre donne libere, come me.» Così facendo si rizzò sui gomiti, salendo in parte su di lui e posandogli il seno, sodo e rotondo, sul petto vicino al viso, ridendo e provocandolo senza pudore.
«Tutte le ragazze della Svezia e della Norvegia – rispose lui serio, numerando sulle dita – e poi metà della Britannia, perché molte sono brutte o troppo magre. E quasi tutte quelle dell'Irlanda, che sono proprio ben fatte. Vuoi che ti racconti qual'è la loro specialità?»
«Mi prendi in giro – disse lei, sorniona – dici un sacco di sciocchezze. Meglio tapparti la bocca.» E si allungò ancora portando un seno sulla bocca di lui, che cominciò a baciarlo, leccando dolcemente il capezzolo turgido di desiderio.
Lei chiuse gli occhi gemendo di piacere mentre lui continuava a baciarla e allungava le braccia per afferrarla sollevandole il bacino per metterla in ginocchio sopra di lui. Lei si sentì leggera come una bambola nelle sue mani. Fecero nuovamente l'amore , con lei curva su di lui con le braccia ad abbracciargli la testa. Lui si muoveva lentamente, in profondità, e continuava a baciarla assecondando i suoi desideri, indovinando quello che lei preferiva, dove massime erano le sensazioni. Già la prima volta lui l'aveva capita perfettamente e non solo per l'abilità di un amante esperto. Era la generosità dell'amore.
Mentre il piacere montava lentamente, lei pensava che quell'intimità, quella gentilezza, quella forza trattenuta e governata dal sentimento erano quello che aveva sempre cercato e desiderato. Pensava che mai sarebbe stato possibile; chissà se sarebbe durato. Ora che l'aveva provato, dopo tanti dubbi e indecisioni, non voleva più perderlo...
L'onda del piacere salì all'improvviso e lei si contrasse con un lungo gemito su di lui che subito si fermò e poi riprese a muoversi seguendo i suoi ansiti. Lei si contorse ancora e poi si accasciò di lato, continuando a gemere e stringendosi a lui che arrivò al culmine a sua volta. Poi stettero insieme stretti e ansanti.
Di colpo, una profonda malinconia scese su Mirja mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Affondò il viso sulla spalla di Bjorn, per non farsi vedere. Le lacrime si mescolarono al sudore.
«Quando avrai trovato l'oro che cerchi, mi lascerai.» Disse con un filo di voce. Era una affermazione, più che una domanda.
«No, se tu non vorrai.» rispose lui.
«Sei un predone. Prendi quello che vuoi e non ti curi di quello che lasci e hai distrutto. Non voglio soffrire ancora!»
«Ti ho detto di no – ripeté lui – e ho una sola parola. Ormai dovresti conoscermi. Guardami! Ti dico la verità. Sono io che ho più bisogno di te.»
Lui si era staccato per guardarla negli occhi. Lei gli vide nello sguardo la paura di non riuscire a convincerla e si addolcì. Gli sorrise, alzando una mano per spostargli i capelli che gli erano caduti sulla fronte.
«Ti credo - disse – adesso ti credo.» E domani sarà quel che sarà, pensò. Chi può sapere cosa ci riserva il futuro? Noi possiamo solo vivere il presente e fare il possibile per conservare il nostro equilibrio. Io farò il possibile; lui farà il possibile... e così vivremo e vedremo. La vita è appunto questo.
Emise un lungo sospirò e si voltò dando le spalle a Bjorn e raccogliendosi contro di lui, rintanandosi tra le sue braccia. Era serena e totalmente appagata, adesso. Lui la avvolse con il braccio e la tenne stretta a sé, le morbide curve del suo corpo adagiate contro il suo, con un ultimo bacio tra i morbidi capelli sulla nuca. Si addormentarono insieme.
**
La mattina dopo passò nel torpore e nel silenzio. Tutti erano stanchi ed esausti per le fatiche e le ansie dei giorni precedenti e la locanda fu silenziosa e immobile fin quasi a mezzogiorno. Soltanto qualche garzone si occupava delle bestie nelle stalle ma ai piani superiori i rumori arrivavano ovattati o quasi impercettibili.
Bjorn si svegliò ritrovandosi da solo nel letto ma poco dopo, sentendolo muoversi, Mirja, già perfettamente vestita e agghindata, entrò nella stanza e si curvò a baciarlo languidamente, per poi uscire di corsa prima che lui potesse afferrarla e trascinarla nuovamente a letto.
«Muoviti – gli gridò ridendo cristallina – il pranzo è quasi pronto e abbiamo tante cose da decidere.»
Lui si alzò sbuffando e sospirando, guardandosi intorno con un sorriso ebete di soddisfazione. Anita entrò portando una brocca d'acqua, guardandolo con il broncio, ma trattenendo a stento un sorriso di complicità. Lui la fece scappare con uno schiaffo sul sedere.
A pranzo Mirja, Bjorn, Virgil e Huamar mangiarono allo stesso tavolo allestito nello studio di Mirja. Mangiando nessuno parlò di cose serie e tutti gustarono il cibo. La donna e il vichingo, seduti uno di fronte all'altra, si scambiavano lunghe occhiate e sorrisi. Virgil guardava rapito ora l'una ora l'altro, ingenuamente ignaro del perché, ma intensamente felice di quella serenità condivisa. Anche Huamar si godeva la scena, curando con attenzione eccessiva il suo piatto e masticando lentamente ogni boccone. E sospirando troppo spesso a causa dei ricordi che si accavallavano nella sua mente. Ah, quando aveva trent'anni di meno...
Finalmente, dopo il pranzo, Bjorn si voltò verso Huamar chiedendogli con inusuale cortesia di mostragli nuovamente la mappa sulla pergamena. L'egiziano sorrise ed estrasse subito la pergamena dalla tasca, svolgendola con cura come la sera precedente.
Anita liberò rapidamente la tavola, aiutata da Virgil e da Mirja. Poi il ragazzo uscì insieme ad Anita, e Mirja tornò con gli altri, portando anche lei una mappa che aveva estratto da un forziere. Mostrava le principali strade della regione con la locanda al centro e, confrontandola con quella dell'egiziano, avrebbero potuto capire meglio il territorio in cui avrebbero dovuto muoversi.
Bjorn e Huamar parlottarono a lungo per far combaciare le mappe e capire bene il cammino da percorrere. Huamar raccontò le varie tappe percorse alla ricerca di notizie su Virgil e infine la pista per arrivare ad Aluksna, la città di Trekkar. Seguendo dei segni convenzionali scritti sulla stessa pergamena della mappa, Huamar citò dati e informazioni che aveva memorizzato e che Bjorn e Mirja ascoltarono attentamente, senza mai interromperlo.
«Dunque questo Trekkar ha molti uomini – disse finalmente Bjorn – e certamente non possiamo sconfiggerlo con un attacco in forze. Senza contare che dovrò lasciare un bel gruppo dei miei qui a difendere la locanda e Virgil, che resterà con loro.»
«Non penserai davvero di attaccarlo! - disse Huamar sbalordito – No, no. Non è questo che dobbiamo fare!»
«Tu cosa pensavi?» intervenne Mirja, rivolta all'egiziano.
«Ho riflettuto molto mentre tornavo qui e la cosa più sensata è portare via il ragazzo e nasconderlo in un luogo più lontano. - rispose Huamar - I vichinghi sanno governare una nave. Dovremmo portarlo a ovest. Navigare lungo la costa fino al regno dei Franchi e forse la Spagna... fino al Mediterraneo, magari, dove vivono moltissime genti e ci sono tante città.
Trekkar non potrebbe arrivare così lontano e se anche lo facesse i suoi sicari non lo troverebbero mai. Lì il ragazzo potrebbe istruirsi e crescere, fino a poter pretendere il trono che gli spetta. Non puoi pensare di sconfiggere Trekkar con i tuoi uomini, per quanto valorosi siano. E' al sicuro nel castello; ha guardie che lo proteggono e ha i suoi poteri magici.»
Le ultime parole, Huamar le aveva detto curvandosi verso Bjorn e parlandogli accorato, ma il vichingo alzò le spalle infastidito.
«Aspettare che cresca? Ma ci vorranno anni! Non abbiamo tutto questo tempo. Dobbiamo agire subito, invece, prima che Trekkar sappia che il ragazzo è con noi e tenti di fermarci.»
«Non hai sentito cos'ha detto Huamar? - intervenne Mirja – Il regno conta ben tre città! Trekkar avrà centinaia di soldati. Penso anch'io che dobbiamo aspettare e proteggere Virgil, innanzitutto.»
Bjorn scosse la testa sorridendo e allungandosi sulla sedia, posando le mani spalancate sul tavolo.
«Possibile che non capiate? - disse – Trekkar è solo e ha paura. Perché se ne starebbe chiuso nel suo castello, altrimenti? E' solo e ha paura dei suoi sudditi, è questo che ci ha raccontato Huamar. E' vero o no?»
Bjorn aveva fissato l'egiziano che fu costretto ad annuire.
«Sì, forse è così... il popolo lo odia e una fazione favorevole al vecchio re sta diventando sempre più forte...»
«Per questo Trekkar ha tentato di uccidere Virgil con l'inganno. Se si fosse sentito forte e invincibile, lo avrebbe fatto alla luce del sole e se ne sarebbe vantato! - insistette Bjorn – Invece ha provato a servirsi di me. Quindi è solo e ha solo il suo castello, come difesa. Non resta che entrare la dentro e colpirlo. E per farlo non servono molti uomini... anzi, molti sarebbero d'impaccio. Serve un gruppo scelto o al limite uno solo!»
«E vorresti farlo tu? » Mirja intervenne alzandosi di scatto e quasi gridando, spaventata da quello che Bjorn stata proponendo. Era una missione suicida e non voleva perderlo proprio adesso. Si fermò di colpo, stringendo i bordi del tavolo con le mani tremanti, incapace di dire altro, ma lanciando al vichingo un'occhiata che diceva più di mille parole. Bjorn si alzò e le prese le braccia mentre gli occhi di lei si bagnavano di lacrime. Le parlò con voce calma.
«Non penserai che io voglia morire come uno stupido! - disse – Anzi, voglio vivere a lungo e godermi insieme a te le ricchezze di quel tiranno. Ma il mio piano è l'unico che ha possibilità di riuscita, a patto che lo prepariamo per bene. Huamar, tu hai visto il castello di Trekkar? Com'è fatto?»
L'egiziano sobbalzò, colto di sorpresa. Stava anche lui pensando alle conseguenze di un comportamento troppo ardito, da parte di Bjorn, ma si riprese in fretta, abbassando lo sguardo sul tavolo e tracciando, a malincuore, un disegno sul retro della pergamena con il manico di un coltello, segnando con la pressione la pelle sottile.
«La città sorge sul ciglio di una scarpata in fondo alla quale scorre un fiume – disse – ma dal ciglio si stacca un'isola di roccia sulla quale è costruito il castello. Solo uno stretto ponte lo unisce alla città, facilmente difendibile dai soldati. Alle spalle del castello c'è il vuoto; sotto e tutto intorno, una valle tormentata e sassosa che porta al fiume. Un attacco da quella parte sarebbe impossibile.»
«E davanti al castello, c'è una spianata, o una piazza?» chiese Bjorn.
«Sì, una spianata che divide le case dal ponte. Nessuno potrebbe avvicinarsi senza essere visto.»
Bjorn annuì soddisfatto.
«Bene! Allora andremo in un un piccolo gruppo e alloggeremo in città con una scusa. Tu, Mirja, dovrai trovare un motivo che giustifichi il viaggio...»
«Voglio aprire un bordello laggiù e devo capire se ne vale la pena.» – disse prontamente Mirja, respingendo le lacrime e ritrovando il suo sangue freddo.
«Ottimo! Sei una ricca donna d'affari e ti muoverai con una scorta adeguata, naturalmente. Diciamo dieci o quindici uomini assoldati per l'occasione e guidati da un uomo esperto. Ti fideresti di uno come me?»
Lei annuì sforzandosi di sorridere.
«Tu invece – ora Bjorn si rivolse a Huamar che lo fissava incantato – tu sei un uomo di teatro e le ricche città sono il palcoscenico ideale per i tuoi spettacoli. Non ne hai in mente uno di grandioso?»
«Sì, sì, potrei... - balbettò Huamar – avevo in mente una cosa che...»
«Che verrà ricordata per sempre! - esclamò Bjorn, agitando i pugni – Qualcosa che possa catturare l'attenzione di tutti, comprese le guardie del castello. E mentre tutti guarderanno il tuo spettacolo sulla spianata di fronte, io e pochi altri scaleremo le mura ed entreremo all'interno. Cercheremo Trekkar e lo prenderemo.»
«Una volta ucciso il tiranno – adesso Bjorn si mise a camminare per la stanza, pensando ad alta voce per se stesso, più che spiegando agli altri – la fazione favorevole a Virgil uscirà allo scoperto e prenderà il potere in attesa del ritorno del ragazzo. Quando il palazzo sarà sicuro il ragazzo tornerà, scortato dai miei uomini, e la cosa sarà fatta.»
«E i mercenari favorevoli a Trekkar? - ribatté Mirja – Chi ti dice che non combatteranno? Se sono molti e ben armati non sarà facile fermarli. E forse avranno l'appoggio anche dei mercanti che pur facevano affari con il palazzo.»
«E chi li pagherà? - rispose Bjorn sogghignando – Morto Trekkar, che interesse avrebbero a combattere? No, se ne andranno di fretta, invece, per non dover rispondere alla popolazione delle angherie di cui sono responsabili.»
«Scalare le mura – insistette Mirja con disperazione – come puoi pensare che sia possibile una cosa simile? Una fortezza si chiama così perché è impenetrabile. Chi ti dice che ci riuscirai?»
«Sono un abile scalatore – rispose Bjorn con tono spavaldo – nella mia terra c'è un fiordo con una grande scogliera a picco sul mare. Io e i miei amici fin da piccoli l'abbiamo scalata per raccogliere le uova dai nidi. Centinaia di volte, sempre più alto e solo due di noi sono caduti.»
«A me pare troppo semplice – commentò Mirja – non sarebbe meglio che tu avvertissi i tuoi vichinghi e ricevessi rinforzi? Avevi due navi, mi hai detto. Forse anche gli altri sono sbarcati da qualche parte e potresti trovarli e chiedere aiuto...»
«Sì, sì, risalire il fiume con le navi – incalzò eccitato Huamar – sarebbe possibile. Lo avete fatto anche altrove.»
«E pensi davvero che potremmo risalire il fiume e cogliere Trekkar di sorpresa? - rispose sarcastico Bjorn – Hai detto che ci sono due città tra lui e la costa. Se è su un castello arroccato su una roccia come hai spiegato, sarebbe impossibile assediarlo anche con il doppio degli uomini. E la popolazione ci aiuterebbe o saremmo considerati dei nuovi invasori? Che garanzia potremmo dare di essere dalla loro parte? Non potremmo certo portare Virgil con noi a testimoniarlo... che ne sarebbe di lui se fossimo sconfitti? No, è impossibile agire in forze, ve l'ho detto. E soprattutto non ne abbiamo il tempo. Non ho tempo di cercare altri uomini, non ho tempo di approntare delle navi... e non possiamo aspettare troppo, perché prima o poi Trekkar saprà che i suoi sicari sono morti e che sta succedendo qualcosa, per cui starà in guardia. E allora sarà tutto più difficile. Dobbiamo muoverci subito e in pochi, per passare inosservati.»
Bjorn rimase in silenzio, guardando gli altri due che non seppero ribattere. Sapevano che aveva ragione; che non era possibile vincere Trekkar allo scoperto, ma pensavano anche che un'azione temeraria come quella prospettata da Bjorn fosse poco meno che una pazzia, un azzardo con pochissime probabilità di successo.
Mirja si accasciò sulla sedia scuotendo la testa e tormentandosi le mani. «Non puoi farcela – gemette piena di angoscia – non possiamo farcela, non dobbiamo! E' assurdo rischiare tutto per... per che cosa, poi? Virgil è al sicuro, qui con noi. Abbiamo una casa sicura, la locanda ci consente di vivere con comodità e abbondanza, non abbiamo bisogno di nuove ricchezze, e Virgil sarà come un figlio, per noi. Può stare qui e nessuno saprà mai chi é. - Mirja si rivolge a Huamar – Diglielo anche tu, Huamar. Convincilo che non è necessario rischiare la vita. Non ora!»
Non ora che stiamo insieme e ho scoperto quanto lo amo e mi è necessario, avrebbe voluto dire Mirja, ma si interruppe, anche se gli altri capirono benissimo.
Huamar le prese una mano guardandola con grande pena.
«Temo che non mi ascolterebbe , figlia mia. E' nella natura di un guerriero combattere e lui è troppo giovane, troppo forte e troppo ambizioso per fermarsi adesso. E poi non sono del tutto sicuro che sarebbe giusto e prudente.»
Bjorn e Mirja lo guardarono sorpresi e Huamar continuò serio, con lo sguardo perso nel vuoto.
«Ho sentito molte brutte cose su Trekkar... soprattutto che é un uomo crudele e vendicativo che ormai sa già troppe cose. Già sa che il villaggio sulla costa è stato attaccato, per esempio, e i suoi uomini non sono tornati a riferire il risultato. O magari aveva altre spie che gli avranno riferito che il ragazzo non si trovava tra i morti ed è stato rapito dai vichinghi. Forse dagli stessi vichinghi che si sono impadroniti del castello di Grosswald e che sono amici di coloro che vivono alla locanda. La notizia avrà già percorso la regione, ormai. Simili imprese non passano inosservate.»
«Pensi che sappia che Virgil è qui? I due che ti seguivano sono stati eliminati...» disse Mirja, allarmata, alzando lo sguardo su Bjorn che però non disse niente, scuro in volto.
«Sì, ma potrebbero arrivarne degli altri. - rispose Huamar – Forse Trekkar non sa ancora tutto, ma sa da che parte cercare. Io stesso ero stato individuato nonostante mi fossi travestito e mi sia comportato con molta prudenza. Ho trovato un amico, nella città di Trekkar, un mercante con cui avevo fatto affari molti anni fa. E' stato lui a fornirmi la maggior parte delle informazioni. Sono sicurissimo che non mi ha tradito, eppure quando sono ripartito per tornare qui, quei due mi hanno seguito e avevano deciso di prendermi anche solo per un sospetto. Sono certo, infatti, di non aver lasciato alcuna prova. Solo l'intervento di Bjorn mi ha salvato. Vuol dire che le spie di Trekkar sono molto abili e non hanno alcun scrupolo di catturare o torturare un innocente pur di raggiungere il loro scopo. Questo mi fa temere che molte altre partecipino alla caccia e prima o poi arriveranno anche qui. E allora l'intera locanda sarà in pericolo. Quindi Bjorn ha ragione a dire che dobbiamo attaccare per primi e mantenere il vantaggio. La partita è cominciata quando Bjorn ha incontrato Virgil e lo ha salvato. Adesso non è più possibile ritirarsi. Con Trekkar non è possibile patteggiare; dobbiamo solo combattere e vincere, per Virgil, ma anche per noi stessi.»
L'egiziano conclude con un lungo sospiro, alzando a malincuore lo sguardo su Mirja che lo guardava delusa, trattenendo le lacrime.
Lui si limitò a stringerle nuovamente una mano.
«Bene, allora è deciso!» - esclamò Bjorn, alzandosi in piedi e avvicinandosi a Mirja. Anche lei si alzò, con la morte nel cuore, evitando di guardarlo. Ma lui la prese tra le braccia accarezzandole il viso con una mano e costringendola a guardarlo.
«Saremo prudenti - disse - non faremo pazzie. Studieremo per bene un piano che funzioni e lo metteremo in pratica solo se, arrivati laggiù, quello che troveremo ci darà buone probabilità di riuscita. Dobbiamo preoccuparci anche di Virgil e se fallissimo lui resterebbe solo e in pericolo, nonostante i miei uomini. Quindi non dobbiamo osare troppo, né sbagliare. Sei d'accordo?»
Lei annuì, rasserenandosi un po'.
«Ho bisogno di te e di Huamar – ribadì Bjorn, con decisione – Se mi aiuterai dovrai farlo senza avere più dubbi. Lo farai per me e per Virgil?»
«Sì - disse lei con un sospiro – mi rendo conto che hai ragione. Conta su di me.»
Bjorn annuì soddisfatto staccandosi da lei e tornando a rivolgersi a Huamar che era rimasto seduto a guardarli.
«Allora è deciso – ripeté – Dobbiamo partire prima possibile. Quanti giorni ti servono per prepararti a dovere?»
«Attendo i miei garzoni entro qualche giorno. – rispose l'egiziano – Mentre ero via li ho messi al sicuro con il mio carro in un un villaggio poco lontano da qui e li ho avvisati di raggiungermi. Ma non sono stati in ozio. Li ho fatti lavorare a quella cosa che avevo in mente e quando saranno qui sarà quasi pronta. Mi serviranno due settimane, al massimo.»
«Anch'io ho bisogno di un po' di tempo – intervenne Mirja, mentre Bjorn si voltava verso di lei – Devo sistemare delle cose alla locanda; scegliere le donne che mi accompagneranno e preparare delle merci che voglio portare con me. Se dovremo sembrare dei mercanti, dovremo essere credibili e al giusto livello per essere ricevuti da Trekkar. Le due settimane saranno utili anche a me.»
«Vi do dieci giorni. – rispose Bjorn, pensoso – Dieci giorni e poi partiremo. Non possiamo aspettare di più.»
Huamar si alzò annuendo, e poi uscì velocemente dalla stanza senza dire più nulla, camminando curvo e preoccupato. Mirja e Bjorn rimasero soli. Lei si avvicinò guardando Bjorn senza parlare, poi lo baciò stringendosi a lui. Un bacio lungo, appassionato, come se dovesse essere l'ultimo.
Cap. 16
Dubbi e incomprensioni.
I giorni seguenti furono densi di attività: Bjorn avvertì i suoi uomini del piano e subito tutti si offrirono volontari per partecipare alla scorta, per cui fu necessario estrarre a sorte i quattordici che Bjorn aveva deciso sarebbero stati necessari. Karl fu messo a capo del gruppo che sarebbe rimasto alla locanda, con l'incarico di difendere i suoi abitanti e soprattutto vigilare su Virgil, che sarebbe rimasto laggiù.
Fra il bottino conquistato a Grosswald vennero scelti gli abiti e le armi migliori, in modo da creare un gruppo il più possibile omogeneo. Una specie di uniforme, per indicare che Mirja era abbastanza ricca e importante da avere al suo servizio una scorta permanente.
In particolare furono preparati scudi tutti uguali, ridipinti per l'occasione con una araldica che derivava dal vescovo di Kelo, per indicare che lui aveva dato la sua benedizione. Tuttavia solo sei vichinghi avrebbero indossato l'uniforme, mentre gli altri avrebbero condotto i carri, simulando quindi di essere normali conducenti. Una scorta armata troppo numerosa avrebbe allarmato le spie di Trekkar.
Due giorni dopo, come previsto da Huamar, i suoi assistenti arrivarono alla locanda con due carri. Uno era quello che gli serviva da abitazione, nei suoi spostamenti, mentre l'altro era pieno dei suoi bagagli e, in particolare, di un grande involto di tela che, a quanto spiegò l'egiziano, era una una nuova attrazione per i suoi spettacoli. Non era ancora completata, per cui lui e i suoi assistenti si misero subito al lavoro sotto una tettoia all'estremità del cortile, lontani da sguardi indiscreti. Secondo quanto rivelò Huamar, stavolta molto parco di parole, doveva essere una versione molto ingrandita della colomba volante, il cui modello egli aveva già mostrato a Mirja e a Bjorn nel suo carro, molto tempo prima.
Sarebbe stata la sorpresa destinata ad attirare l'attenzione degli uomini di Trekkar e a distrarli, mentre Bjorn avrebbe tentato la sua missione.
Anche Mirja aveva molto da fare: prevedendo una lunga assenza dalla locanda doveva istruire Anita e le altre delle incombenze previste per quella parte della stagione. Anita, che l'avrebbe sostituita nella conduzione della locanda, era già molto esperta ma c'erano comunque molti particolari da concordare, di conseguenza ci furono anche molti incontri tra Anita e Karl che, come comandante dei vichinghi che sarebbero rimasti di guardia, dovevano accordarsi sul proseguo dei lavori sui campi e al recinto esterno. Karl non era giovane e bello come Bjorn e la cicatrice deturpava non poco il suo viso, ma era comunque un uomo notevole, abile, intelligente e che rispettava e ammirava le donne, soprattutto quelle procaci come Anita. Lei non era indifferente e, visto che Bjorn non era più disponibile, si capiva che i due avrebbero potuto intendersi anche in altre cose.
Bjorn e Mirja continuarono a dormire insieme, facendo l'amore ogni notte con una intensità che stupì Bjorn e costituì per il vichingo una piacevolissima sorpresa. Lei si abbandonava totalmente nelle braccia del vichingo, assecondando tutti i suoi desideri con passione inesauribile. E dopo quegli appassionati amplessi, spesso parlavano a lungo, sottovoce, raccontandosi l'un l'altra, conoscendosi via via più profondamente.
Fu così che una notte Mirja rispose alle domande che Bjorn aveva sempre evitato di farle, e che non le fece neanche quella volta; fu lei a iniziare il discorso, da sola e senza un motivo particolare. Semplicemente aveva sentito che allora avrebbe potuto farlo e condividere, senza soffrire troppo, vecchie vicende che avrebbe preferito dimenticare per sempre.
«Ricordo poco di mio padre – cominciò con un filo di voce, stretta ad un braccio di Bjorn e con lo sguardo fisso nella penombra – era un guerriero che aveva subito una grave ferita e dovette ritirarsi perché non poteva più combattere. Ma aveva accumulato un buon bottino, grazie alle sue battaglie, e con quello costruì la locanda, visto che si trovava in una posizione favorevole. In realtà comprò un vecchio caravanserraglio quasi in rovina e con pochi uomini lo rimise in grado di svolgere nuovamente il suo servizio. Lui aveva già un figlio di circa sei anni, che si chiamava Mihkel, e una moglie, mentre quella che sarebbe diventata mia madre, allora molto giovane, era una contadina che lui aveva salvato dalla fame offrendole un lavoro da domestica. Quando la prima moglie morì nel secondo parto, insieme col bambino, lui la sposò e poco tempo dopo nacqui io.
Mia madre gli era grata, prima di ogni cosa, ma ne era anche innamorata e lo aiutò con grande impegno, allevando il figlio di lui e anche occupandosi della locanda, visto che lui, a causa della sua ferita mai guarita del tutto, era diventato sempre più debole e dipendente da una droga, l'unica che riusciva a lenire i suoi dolori. Era mia madre stessa a prepararla e proprio i suoi continui tentativi di trovare qualcosa che potesse guarirlo la resero esperta in quell'arte che cominciò ad esercitare anche verso gli avventori della locanda. In breve fu considerata un'abile guaritrice, da alcuni una strega.
Finché un giorno anche mio padre morì a causa della sua malattia e la locanda passò interamente nelle mani di mia madre che dovette anche allevare me e il mio fratellastro. Era abile e gli affari prosperavano, per cui molti erano invidiosi e dicevano che lei ingannava la gente grazie alle sue arti magiche. Le voci si facevano sempre più cattive e pericolose finché un gruppo di fanatici assalì la locanda e mia madre riuscì a salvarla solo grazie all'intervento di un mercante che la frequentava spesso e che era stato amico di mio padre. Si chiamava Marek e aveva un figlio di cinque anni maggiore di me, chiamato Kalju. Grazie a lui e ai suoi uomini l'aggressione fu fermata e i fanatici dispersi.
Con la scusa di dover difendere la locanda, Marek la fece diventare la sua casa. All'inizio le cose andarono bene e io e mia madre ci affezionammo a lui e a suo figlio che apparivano gentili e rispettosi. Io arrivai perfino ad innamorarmi di Kalju, che era un bel giovane vigoroso, anche se già troppo amante del sidro. Un giorno che era ubriaco mi trascinò in un fienile e cercò di violentarmi. Io riuscii a scappare e a raccontare la cosa a mia madre e a Marek. Lui si infuriò moltissimo e colpì suo figlio come una furia, quasi accoppandolo di botte. L'incidente sembrava chiuso e imputabile solo all'alcool, ma da quel giorno l'atteggiamento di Marek cambiò completamente. Da quel giorno non fu più tanto gentile e cominciò ad interessarsi sempre con maggiore insistenza degli affari della locanda. Mia madre protestò ma fu tutto inutile e ci accorgemmo ben presto che, più che i difensori della locanda, Marek e suo figlio erano degli invasori che ormai la consideravano propria. Erano diventati anche violenti. Marek batteva spesso mia madre fino a farla svenire e, con la minaccia di colpire anche me, che allora avevo sedici anni, impediva che lei si ribellasse. Il mio fratellastro Mihkel aveva cercato di difenderci, ma era troppo ottuso e inesperto... e un giorno morì colpito dal calcio di un cavallo. O almeno così disse Kalju che era andato a caccia con lui. Di fatto io e mia madre restammo in balia di quei due esseri perversi e arrivammo a pensare che proprio loro avessero organizzato l'aggressione alla locanda, per poter intervenire ed ergersi come nostri difensori; in realtà per derubarci di tutto, anche della nostra dignità.»
Mirja tacque, soffocata da un groppo in gola. Bjorn ascoltava, dietro di lei, tenendola tra le braccia. Sentendola tremare, la strinse un poco baciandola sul collo.
«Ti hanno fatto del male?» chiese.
«Kalju riuscì a violentarmi, finalmente. Disse che voleva sposarmi, per ereditare legalmente la locanda, ma a quel punto il loro gioco era chiaro e potevano agire senza mentire. Perché dunque aspettare per prendere quello che lui già da tempo considerava suo? Ricordo ancora come se fosse oggi... tutte le volte. Se ne vantò anche con mia madre e forse fu anche per questo che lei si ammalò. Una malattia terribile, dolorosa, che le divorò il ventre giorno dopo giorno. Grazie alla sua arte avrebbe potuto facilmente uccidersi e porre fine alle sue sofferenze ma non voleva morire perché mi avrebbe lasciata sola, vittima di quei mostri. Ma non poté durare a lungo.»
Mirja tacque. Sembrava che la commozione le impedisse di continuare. Lui non la forzò e attese in silenzio. Dopo un lungo sospiro, lei riprese.
«In uno dei suoi ultimi giorni di vita, convocò tutti nella sua stanza, Marek, suo figlio Kalju, ma anche le altre domestiche e i servi, e con voce disperata accusò i due malvagi di essere la causa della sua rovina e della sua malattia. Poi lanciò contro di loro una maledizione: disse che entro un mese ambedue sarebbero morti e che non avrebbero potuto fare nulla per impedirlo.
Marek e Kalju ascoltarono sprezzanti e le voltarono le spalle con una risata, ma gli altri testimoni erano terrorizzati e, conoscendo le voci più sinistre sulla fama di mia madre, erano convinti che la maledizione fosse vera.
Mia madre morì pochi giorni dopo. Marek e suo figlio non si degnarono neanche di assistere alla sua sepoltura e mentre io seppellivo mia madre, loro si divertivano con le prostitute della locanda.
Posso dire però che mia madre conosceva bene l'animo degli uomini e aveva previsto perfettamente come potesse essere il loro. Anche se non volevano ammetterlo quei due maledetti avevano paura e i giorni che seguirono li vissero nel terrore che la maledizione di mia madre potesse realizzarsi davvero. Mi tennero segregata in casa e, poiché aiutavo in cucina , tutto quello che mangiavano doveva essere prima assaggiato da me, per evitare un eventuale veleno.
Al compimento del primo mese dalla morte della loro accusatrice, quando portai loro da mangiare mi fecero assaggiare abbondantemente il loro cibo, come al solito, e vedendo che lo mangiavo tranquillamente, si abbuffarono senza timore e senza freno, ridendo e scherzando sull'ultimo giorno della maledizione, che avrebbero passato al sicuro nella locanda, dove nessuno avrebbe potuto far loro nulla.
Ma si sbagliavano. Mezz'ora dopo aver mangiato, mentre erano mezzi ubriachi per i brindisi allo scampato pericolo, cominciarono a sudare e ad ansimare e poi, dopo essersi strappati gli abiti di dosso, urlando e balbettando, stramazzarono a terra tremando in preda alle convulsioni. Dieci minuti dopo erano entrambi morti, sotto gli occhi della servitù, terrorizzata, e di fronte a me che, pur sconvolta, restai a guardarli impassibile.
La maledizione di mia madre si era compiuta! Non poteva essere stato veleno visto che io, che pur avevo mangiato le stesse pietanze, stavo bene. Nessuno poteva accusarmi di nulla e nessuno avrebbe potuto vendicarsi. Inoltre questa era la prova che mia madre era veramente una strega, che certamente mi avrebbe protetto anche da morta come aveva dimostrato di poter fare. Quindi nessuno osò parlare, né osare qualcosa contro di me.
La locanda tornava mia, avrei potuto farne quello che volevo e tutti mi avrebbero rispettata e temuta. Mia madre aveva fatto davvero la sua ultima magia!»
Mirja tacque. Bjorn la tenne stretta mentre lei era scossa dai singhiozzi. Il vichingo stette a lungo in silenzio, aspettando che si calmasse. Poi la accarezzò sulla spalla, baciandole la pelle calda.
«E dopo cos'hai fatto? Raccontami.»
«Ho vissuto - rispose Mirja, sforzandosi di parlare con voce ferma – diventai adulta quel giorno e promisi a me stessa che non sarei più stata succube o vittima di nessuno.
Mi occupai con grande impegno della locanda. Scelsi le donne migliori e i garzoni più esperti e più forti e li trattai con generosità, come tutti quelli che lavoravano con me. Ingrandii la locanda facendo costruire nuove mura e rendendola più sicura, così gli affari aumentarono. Mettendo in pratica quello che ho imparato ho esercitato le arti di guaritrice e la fama di mia madre si é riversata su di me, dandomi un'aura di magia. E' molto utile per gli affari, sai? - Mirja sorrideva più serena, adesso, e si voltò per gustarsi meglio i baci che Bjorn continuava a darle sul collo e sulle spalle – Soprattutto sono stata attenta a scegliermi gli stalloni più dotati, ma anche più sciocchi, in modo da cacciarli facilmente quando mi hanno stancato.»
«Mmh... farai lo stesso anche con me?» chiese Bjorn continuando a baciarla.
«Forse sì, ma non adesso – rise e gemette lei – adesso continua, ti prego.»
Così fecero l'amore ancora una volta e ancora, alla fine, si addormentarono con lei stretta al corpo muscoloso dell'uomo, accarezzandolo con le sue morbide curve tanto che lui, durante il giorno, si ritrovava sempre più spesso a ricordare quelle splendide sensazioni, ritrovandosi ansioso di rivederla e di tornare al più presto a stringerla tra le braccia.
Ma non era quello che Bjorn voleva, dopotutto. Huamar era sempre impegnato nella costruzione della sua attrazione; i vichinghi avevano preparato le armi della scorta; Mirja aveva scelto stoffe e merci preziose tra quelle trovate nel deposito di Grosswald, ma c'era sempre qualcosa da finire, che non era perfetto, che occorreva rifare e Bjorn era sempre più inquieto. Oltre al desiderio di Mirja, sentiva farsi strada anche una sottile inquietudine.
Una notte, dopo l'ennesimo gioco appassionato tra i cuscini, lei si era addormentata esausta, per risvegliarsi all'improvviso nel cuore della notte. Aprendo gli occhi rimase stupita nel vedere Bjorn che, steso accanto a lei, era anche lui sveglio e intento a guardarla nella penombra, truce e pensieroso.
«Cos'hai?» gli chiese, con voce languida.
«Le donne rendono l'uomo debole » rispose lui, con furia, alzandosi di scatto e mettendosi a camminare nudo per la stanza.
«Quando ci facciamo prendere nella loro rete, tutto quello che facciamo dipende da loro. Ci annebbiano il cervello, ci prendono tutte le nostre energie. Dovevo immaginarlo che c'era sotto qualcosa!»
«Cosa vuoi dire? - rispose lei allarmata – ti riferisci a me, per caso?»
«E chi, se no? Tu vuoi distogliermi dalla mia impresa, ecco la verità. Tutte queste moine, questa passione... vuoi trattenermi nel tuo letto sprecando la mia forza e distogliendomi dal mio obiettivo. Vuoi forse che i miei uomini ridano di me?»
«I tuoi uomini... – rispose lei stizzita, cominciando a capire – io rido di te, sentendoti dire queste sciocchezze! Credi che sia un trucco? Io ti amo veramente e di certo non vengo a letto con te per farti fare qualcosa.»
«Invece lo fai, eccome – rispose lui fissandola furioso – occupi tutti i miei pensieri. Mi distrai, mentre tutta la mia mente e le mie energie dovrebbero essere rivolte a Trekkar e a come prevedere le sue mosse. Tu non hai rinunciato ad ostacolarmi, solo che lo stai facendo per altra via, usando il tuo corpo di donna, il tuo calore per farmi preferire l'ozio e la vita tranquilla... ma io sono un guerriero e devo prima di tutto percorrere la mia strada. E' quello che devo fare e quello che i miei uomini si aspettano da me.»
Bjorn si mise a camminare furioso per la stanza, gonfiando i muscoli e battendosi il pugno nella mano, per sfogare l'energia repressa, incapace di dire tutto quello che voleva.
Lei lo intuì e decise, nonostante tutto, di aiutarlo. «Quindi cosa devo fare? - chiese rassegnata – Vuoi che smettiamo di stare insieme? E' questo che vuoi?»
Lui si voltò, fissandola. «Sì. - disse – Dobbiamo tornare ad essere quelli che eravamo. Dedicarci all'impresa con tutte le nostre forze e compierla. Poi, quando avremo conquistato il tesoro di Trekkar e distrutto la sua minaccia, allora faremo come vorrai tu.»
«Potrebbe non interessarmi più. – rispose Mirja, ostile – Chi ti dice che sarò disposta ad aspettarti?»
«Farai quello che vorrai. – disse lui, tornando a sedersi sul letto e voltandole le spalle – Ti ho detto che le nostre donne sono libere di decidere.»
Lei lo guardò delusa, mentre lacrime brucianti le salivano agli occhi. Represse il groppo in gola, quindi, con un sospiro, si alzò e raccolse le sue cose, uscendo in fretta dalla stanza e sbattendo la porta.
Bjorn rimase seduto sul letto, poi, con un profondo sospiro, si stese chiudendo rabbiosamente gli occhi per dormire. Mirja gli mancava già, ma decise che doveva resistere.
Si girò e rigirò nel letto tutta la notte.
Commenti
Posta un commento
Mi aspetto commenti rispettosi delle buone maniere e delle opinioni di tutti. Grazie.