Il portatore dell'aquila - Cap. 17 e 18
Cap. 17
Una grande attrazione
L'indomani Bjorn era furioso e la testa gli doleva come se dovesse scoppiare. Appena vestito, scese subito dabbasso attraversando a grandi passi il cortile verso la tettoia sotto la quale lavorava Huamar, ed era già pronto ad assalire il povero egiziano urlando di sbrigarsi, quando questi, vedendolo arrivare, gli corse incontro gesticolando entusiasta.
«E' finita! E' finita! - gridava – Sarà uno spettacolo prodigioso. Dobbiamo assolutamente provarla, prima di partire.»
«Provare, cosa? Che altro hai da fare, ancora? Vuoi farmi ammattire anche tu? Dobbiamo partire il più presto possibile. Non c'è più tempo.»
«Ma devo provare la mia colomba gigante, no? Non vorrai partire senza vedere se funziona. Sarà uno spettacolo incredibile, vedrai.»
E così dicendo, Huamar si rivolse verso i suoi garzoni che avevano già cominciato ad accumulare legna da ardere al centro del cortile.
«Accendete il fuoco, presto! E assicuratevi che le corde siano ben fissate alle ancore di pietra.»
Bjorn si fermò ad osservare la scena mentre altre persone, clienti e lavoranti della locanda, si affacciavano sul cortile richiamati dalla strana attività di Huamar e dei suoi aiutanti.
In breve nel cortile si formò un anello di persone che allungavano il collo per vedere. Al piano superiore anche Mirja stava guardando da una finestra, richiamata dagli schiamazzi, con Virgil in piedi accanto a lei, con gli occhioni spalancati.
Il fuoco brillava vivace ora e, mentre Huamar lo controllava con un lungo bastone, preoccupandosi di allargarlo in modo che le fiamme non fossero troppo alte, i due garzoni avevano afferrato una specie di anello di vimini che era fissato alla fine di un lungo tubo di stoffa, che faceva parte del grande involto accumulato a terra alle loro spalle. Ad un cenno di Huamar i due posero l'anello sopra il fuoco, abbastanza in alto perché non bruciasse, ma in modo da intercettarne il calore. Immediatamente l'aria calda che saliva dal fuoco gonfiò il tubo di stoffa che cominciò ad ingrossarsi e irrigidirsi correndo alle spalle dei due fino all'involucro steso a terra.
L'aria calda, correndo lungo il tubo, arrivò dunque nell'involucro più grande, cominciando a gonfiarlo a sua volta. Lentamente questo si alzò, come spinto da qualcuno al suo interno, contorcendosi e spiegandosi, fino a diventare una gigantesca colomba, simile a quella, molto più piccola, che Bjorn e Mirja avevano visto mesi prima nel carrozzone dell'egiziano.
Anche questa aveva le ali, che ora erano ancora flosce, ma tutto era molto più grande e più imponente. Sempre più velocemente il corpo della colomba si gonfiò, superando l'altezza delle persone che stavano intorno, mentre anche le ali, lunghe almeno quattro metri per lato, cominciarono a delinearsi. Huamar aveva lasciato il fuoco e ora stava stringendo le estremità di un'ala dirigendo il flusso di aria calda in modo che questa gonfiasse man mano la tela senza strozzature.
Un mormorio di incredulità e di timore si levò dalla folla dei presenti quando la colomba, ormai quasi del tutto gonfia nel corpo, si staccò da terra cominciando a fluttuare trascinando le due ali ancora parzialmente sgonfie. Il corpo della colomba era avvolto in una sottile trama di fili, simile ad una rete da pesca, che la irrobustiva e, soprattutto, la collegava a delle corde più robuste che si riunivano in basso, ed erano legate a dei grossi blocchi di pietra, destinati a trattenere l'enorme uccello volante. Non c'era dubbio, infatti, che se non ci fossero stati i blocchi di pietra la colomba avrebbe sollevato i due garzoni, ancora impegnati a tenere il cerchio sopra il fuoco per continuare a catturare l'aria calda. I due erano sempre più in difficoltà a tenerlo in posizione e la colomba, ormai torreggiante sopra il cortile, si muoveva ondeggiando sotto la spinta di una leggera prezza che superava le mura. Alla fine Huamar lasciò andare l'ala e anche questa, ormai gonfia, si stese possente, insieme all'altra, completando la figura della colomba che finalmente poté mostrarsi libera di volare nella sua imponenza. Da sottili fessure praticate all'estremità delle ali l'aria calda fuoriusciva a fiotti intermittenti, facendole vibrare come se la colomba le stesse davvero sbattendo per volare.
La gente era sbalordita e, davanti al fluttuare del mostro volante, la folla si ritraeva spaventata, sottolineando il movimento con urla e grida, per poi tornare ad avvicinarsi quando la colomba oscillava in direzione opposta. I blocchi di pietra la trattenevano a stento sopra il cortile e ora anche Huamar e i due garzoni si erano aggrappati alle corde. L'egiziano urlava ordini come un forsennato, passando dal terrore al riso più sfrenato. Inoltre strattonava e riannodava il fascio di corde che pendeva dalla colomba, allungandole o acconciandole in modo che il corpo gonfio stesse dritto dove invece pendeva di lato, o la stoffa si spiegasse meglio, quando l'aria calda non riusciva a gonfiarla del tutto. In breve, grazie proprio a questo frenetico lavoro di accordatura, l'enorme corpo della colomba si drizzò in equilibrio perfetto, con il collo arricchito da pieghe e cascami di stoffa a simulare le piume, il becco arancione tenuto dritto e teso da sottili stecche di vimini cucite nella stoffa, e due grandi occhi fissi e spaventosi.
Bjorn era sbalordito. La colomba torreggiava sulla sua testa, il becco appuntito e gli occhi di vernice nera puntati proprio su di lui. Anche lui era arretrato quando la bestia gonfia aveva oscillato minacciando di colpirlo, ma ogni paura era di molto sovrastata dallo stupore e dall'ammirazione per l'opera di Huamar. Quella sì che era una attrazione capace di calamitare lo sguardo di tutti! La gente intorno non riusciva a staccare gli occhi da quella incredibile visione. Molti gesticolavano e gridavano eccitati e la folla intorno comprendeva ormai tutti gli occupanti la locanda. Anche tutti i vichinghi erano accorsi, visto che la colomba aveva superato l'altezza delle mura ed era visibile anche all'esterno del recinto. Alla finestra, Virgil batteva le mani mentre Mirja era senza parole. Huamar aveva superato se stesso.
Il fuoco si stava esaurendo e Huamar, lasciando le corde ai suoi aiutanti, si affrettò a spegnerlo, versandovi sopra una secchiata d'acqua e cancellando ogni traccia di brace. La colomba torreggiava in aria ondeggiando a causa della brezza.
Huamar corse verso una delle corde legate alle ancore di pietra e la tirò a sé, facendo abbassare la colomba da quel lato. Poi mollò la corda di colpo; la colomba si mosse lentamente verso l'alto dando uno strattone ad uno degli aiutanti che si sollevò in aria per una ventina di centimetri. Un brivido percorse la folla.
Huamar rise soddisfatto mentre il suo garzone rimetteva i piedi per terra voltandosi a guardarlo spaventato. Poi l'egiziano afferrò altri due cordini che penzolavano dal fianco della colomba tirandone uno con decisione. Il cordino comandava l'apertura di un lembo di stoffa sulla sommità del gigantesco uccello, facendone uscire l'aria calda. Immediatamente la colomba oscillò pendendo di lato mentre il corpo si afflosciava rapidamente. Huamar continuò a manovrare i due cordini mentre la colomba si sgonfiava sempre di più. Il corpo ormai era tornato a terra, le ali pendevano ancora rigide, ma l'aria calda fuoriusciva in fretta. In breve l'animale tornò ad essere quello che era in realtà: un enorme pezzo di stoffa che si afflosciò lentamente sul terreno schivando di poco il fuoco, che però Huamar aveva ormai ben spento, proprio nel timore che potesse bruciare la sua creazione.
In pochi minuti, velocemente com'era nata, la colomba morì e torno ad essere indistinguibile tra le pieghe della stoffa. La folla emise un lungo mormorio di delusione e poi si disperse, ma tutti continuavano a commentare e a parlare tra loro. Quello spettacolo avrebbe alimentato chiacchiere per anni.
Mentre i suoi inservienti ripiegavano l'involucro di stoffa e le corde, Huamar raggiunse Bjorn, che si era seduto su un barilotto. L'egiziano si sfregava le mani soddisfatto.
«Che ne dici, eh? Hai visto?»
«Un vero prodigio. Complimenti!»
«Ma un prodigio della geometria, ti ho detto. Conoscenza e studio della natura, non magia. Sono anni che perfeziono i miei calcoli e il risultato è stato superiore alle mie aspettative. Archimede e Ctesibio non mi hanno mai deluso.»
Huamar si sedette anche lui su un grosso legno voltandosi a guardare Mirja che stava avvicinandosi camminando veloce attraverso il cortile, insieme a Virgil. Vedendola, Bjorn si scurì in volto, cosa che non sfuggì all'egiziano, che però fece finta di nulla. Sorrise invece a Mirja alzandosi prontamente e andandole incontro.
«Huamar, sei un vero mago! - esclamò Mirja, eccitata come una ragazzina – Che cosa magnifica. E' come quella che ci hai mostrato sul carro, vero? Ma enormemente più grande. Che magnifico spettacolo. »
La sua espressione però cambiò immediatamente quando si voltò appena a sbirciare Bjorn, senza salutarlo. Lui la fissava impassibile, per distogliere subito lo sguardo appena lei si voltò verso di lui.
«Ctesibio, hai detto? Allora è stato lui a dirti come costruire la colomba?» Riprese il discorso, Bjorn, con una certa ostentazione e ignorando la donna.
«No. Ctesibio è vissuto molte centinaia di anni fa ad Alessandria, proprio dove sono nato anch'io. Ma ho avuto la fortuna di leggere alcuni suoi libri prima che andassero perduti. Studiava l'aria e l'acqua... ed è proprio l'aria che muove la mia colomba.»
«Una colomba! – rispose Bjorn con una smorfia – Potevi far volare un drago. Avrebbe fatto molta più paura, oltre che meraviglia! Sarebbe stata una vera opera del diavolo.»
«Appunto. Molto meglio di no. – rispose Huamar con un sorriso – I vostri amici cristiani sono molto sensibili su queste cose e hanno sviluppato una pericolosa tendenza a bruciare ciò che credono opera del diavolo, compresi quelli che lo creano. Molto meglio una colomba. E' già abbastanza prodigiosa per i loro gusti e io sono un uomo prudente. Per Trekkar andrà benissimo.»
«Bene – rispose Bjorn alzandosi di scatto e lanciando un'ultima veloce occhiata a Mirja – proprio questo stavo venendo a dirti. Se hai finito, partiremo domani. Non voglio perdere un altro giorno di più.
E così dicendo si allontanò a grandi passi, facendo cenno a Virgil di seguirlo.
«Posso andare, Mirja?» chiese Virgil.
«Ma certo, tesoro. Vai.»
Virgil corse via raggiungendo in fretta Bjorn, affiancandosi a lui e Mirja stette a guardarli in silenzio. Huamar aspettò un po' e poi, quando lei tornò a voltarsi verso di lui, con un sospiro, le sorrise comprensivo.
«E così dobbiamo partire.» Constatò delusa.
«Dobbiamo, figlia mia – rispose Huamar, prendendole una mano – continuo a pensare che Bjorn abbia ragione, sai? E tu non devi crucciarti. E' ancora per questo che avete litigato?»
«Lui pensa che io voglia legarlo – rispose lei, tornando a guardare nella direzione in cui Virgil e Bjorn erano spariti – Non è pronto per una moglie. Pensa che io sia un peso.»
«Un peso? Sei qualcosa che lui non riesce a vincere, figlia mia. L'amore è più forte di qualsiasi spada o corazza. E' di questo che ha timore perché dall'amore non c'è difesa. Dagli un po' di tempo.»
«Potremmo non averlo, se morisse nella sua folle impresa.»
«E allora vorrà dire che quello era il suo destino. E il nostro. Ma già quello che abbiamo vissuto é stato un bel regalo, vero?»
«Sì. - Mirja sorrise – E' stato un bel regalo anche conoscere te, Huamar. Sei davvero un caro amico.»
«E tu sei una figlia perfetta, Mirja. La figlia che avrei sempre desiderato avere. Sappi che farò di tutto perché tu sia felice, compreso consolarti nei momenti tristi e difficili come questo. Ma passeranno, vedrai. Bisogna avere fiducia.»
Mirja annuì alzandosi e guardandolo con un altro sorriso. Poi si chinò a baciarlo sulla fronte. Quindi si avviò stancamente per rientrare in casa.
Cap. 18
In viaggio verso il pericolo.
Nonostante la fretta di Bjorn, partirono tre giorni dopo perché altre incombenze urgenti e una febbre improvvisa ad una delle domestiche, che era incinta, trattennero Mirja alla locanda. Questo provocò una furiosa lite con Bjorn, che però dovette acconsentire all'ulteriore ritardo perché lei non avrebbe mai abbandonato in pericolo una delle sue donne. Quando l'ammalata ebbe superato il periodo più critico, Mirja accettò di affidarla alle altre, quindi, finalmente, arrivò il giorno definitivo della partenza.
Saluti e ultimi preparativi occuparono le prime ore dopo l'alba e la colonna uscì dalla locanda con il sole già alto. Era piena estate, l'aria tersa, con una brezza fresca che spirava da nord e che avrebbe reso il viaggio più agevole.
Bjorn e i sei vichinghi di scorta erano tutti a cavallo, mentre Mirja e Huamar viaggiavano su dei muli tranquilli e robusti. Seguivano diversi carri condotti dagli altri vichinghi: uno da viaggio per Mirja, su cui viaggiavano due ancelle a sua disposizione e che trasportava anche una lettiga smontata e destinata ad un'entrata trionfale ad Aluksna, la città di Trekkar; poi un altro colmo di mercanzie selezionate e uno con i viveri per tutti; poi i due carri di Huamar, affidati a ciascuno dei suoi assistenti; quello da viaggio e quello che trasportava la colomba di stoffa ben impacchettata, insieme ad altri strumenti necessari ai suoi spettacoli; infine altri due carri con le tende, le armi e altre mercanzie e attrezzi, e altri muli di scorta.
Insieme costituivano una lunga fila che si snodava lungo la pista. Grazie alla bella stagione la strada di terra battuta era asciutta e almeno all'inizio poterono viaggiare spediti; in breve la locanda sparì all'orizzonte. La vasta pianura, appena costellata di basse colline boscose, li inghiottì verso est.
Bjorn aveva deciso di essere prudente. Era convinto che Trekkar non sapesse ancora nulla di loro, ma aveva comunque disposto quattro uomini in avanscoperta, a gruppi di due e distanziati tra loro di duecento metri a destra e a sinistra del loro percorso. Se qualcuno avesse preparato un'imboscata, sicari di Trekkar o normali briganti, gli esploratori li avrebbero scoperti e avrebbero dato l'allarme. I vichinghi erano tutti con le armi pronte e, anche se gli scudi nuovi erano tutti imballati tra i bagagli insieme alle sopravvesti decorate e più costose, spade, asce e cotte di maglia erano più che mai pronte ad ogni evenienza.
Mirja cavalcava al passo sul suo mulo, avvolta in uno scialle da viaggio molto colorato e indossando un cappello di paglia a tesa larga per ripararsi dal sole. L'aria piena dei profumi dell'erba e l'eccitazione della partenza avevano acceso il suo viso e appariva più bella che mai. Bjorn l'aveva osservata per un pezzo da lontano, mentre cavalcava muovendosi su e giù per la colonna, finché non seppe più resistere e si avvicinò tornando indietro dopo l'ennesima puntata in avanti per rispondere alle grida degli esploratori.
Anche lui era magnifico agli occhi di Mirja che non aveva potuto evitare un tuffo al cuore nel vederlo cavalcare ritto in sella verso di lei, i lunghi capelli biondi agitati dal vento e un'espressione trionfante in volto. Era nel suo elemento, adesso, ornato delle sue armi, al comando dei suoi uomini, diretto verso una grande impresa. Si rese conto che non avrebbe mai potuto tenerlo a freno, né avrebbe dovuto. Né in fondo lo voleva, perché lo amava e il primo effetto dell'amore é volere il bene dell'altro. Rimpianse di averlo evitato negli ultimi giorni prima di partire e provò una fitta di desiderio che le rimescolò le viscere.
Lui si avvicinò caracollando guardandola dritta negli occhi e, vedendo come lei lo guardava, sorrise.
«Sei ancora convinta che stiamo facendo un errore?»
«No – rispose lei, incapace di non sorridere a sua volta – hai ragione tu. Anche Huamar rifiuta di aiutarmi. Non c'è altro da fare, quindi tanto vale godersi il viaggio e la bella giornata.»
Sentendosi chiamato in causa, Huamar si affrettò a incitare con i calcagni il suo mulo che accelerò portandosi al fianco di Mirja.
«Nel mio caso c'è poco da godere, purtroppo. Questo mulo è più ossuto di me e ondeggia in un modo che non va niente bene per la mia schiena. Sarà un viaggio terribile, già lo sento.»
Poi, allungandosi verso Mirja «Ma mi fa piacere vedervi sorridere, finalmente. Siete giovani e belli; il tempo è caldo e sereno e la strada agevole, per ora. Il mondo è vostro.»
Bjorn si mise al fianco di Mirja e la guardò senza parlare. Lei rispose allo sguardo, tenendosi il cappello che l'aria fresca rischiava di farle volare via. Lui continuava a guardarla, percorrendo il suo corpo con lo sguardo. Quello che pensava era inequivocabile. Lei rise divertita, piegando la testa all'indietro.
Anche lei era inequivocabile. Erano tornati quelli di prima, ma naturalmente non potevano dimostrarlo troppo apertamente perché Bjorn non voleva creare imbarazzi o invidie tra i suoi uomini. Così si limitarono a cavalcare al passo vicini, chiacchierando. Viaggiarono per diverse ore, percorrendo molte miglia.
«Huamar, parlami della tua colomba – disse Mirja, voltandosi allegra verso l'egiziano – quello che abbiamo visto qualche giorno fa è stato davvero uno spettacolo incredibile. Ecco dov'è finita tutta la stoffa fine e preziosa che mi avevi chiesto. E io che pensavo fosse un regalo per il tuo harem!»
«Harem? Gli dei mi guardino da una sola moglie – rispose Huamar – figuriamoci da un harem. E ce ne sarebbe uno anche di suocere! Brrr... da buttarsi subito giù da una rupe. No, no... la stoffa era per la colomba, ovviamente. Una stoffa fine, leggera e soprattutto tessuta molto fitta. Quella che mi hai procurato era perfetta, a quanto hai visto, anche se ho dovuto lavorarla ancora a lungo.»
«Perché tessuta fitta? » intervenne Bjorn.
Huamar allungò il collo per guardare Bjorn che era all'altro fianco di Mirja. Sorrise, vedendo che il vichingo era sinceramente interessato.
«Perché non deve far passare troppo l'aria calda – rispose – In effetti è quella che fa sollevare la colomba, grazie al principio di Archimede. Ne hai mai sentito parlare?»
Bjorn scosse il capo con una smorfia. «Forse – disse – ma non ricordo bene...»
«Hai ragione – si affrettò rispondere Huamar – te ne ho parlato nel mio carro la prima volta che ci siamo visti. Te lo ricordi adesso? Archimede, che grandissimo genio! Il più grande di tutti … insieme a Euclide, naturalmente. L'inventore della Geometria, la dea più potente del mondo.»
«Anche di questo Euclide, ci hai già parlato, vero? - intervenne, Mirja con un sorriso – Mi hai dato uno dei suoi libri che dovevo tenere al sicuro.»
«Sì, è vero, mio tesoro. Continua a conservarlo per me, ti prego. Ma quelli di Archimede sono andati tutti perduti, purtroppo, anche se i suoi principi sono stati copiati da altri e così sono arrivati fino a noi. Quello che fa volare la colomba, prima di tutto.»
Vedendo una infantile curiosità nei volti di Bjorn e di Mirja, Huamar sorrise compiaciuto. Gli capitava di rado, anzi mai, di avere allievi attenti alle sue spiegazioni scientifiche per cui si affrettò ad approfittarne, gesticolando con le mani ossute e assumendo l'aria di di chi sta per rivelare un importante segreto.
«Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l'alto pari, in intensità, al peso del fluido che ha spostato. Semplice, vero? E' per questo che i corpi galleggiano.»
«I corpi non galleggiano. – rispose Bjorn con una smorfia – Un uomo che non sa nuotare va a fondo e annega, soprattutto se indossa l'armatura. Questo tuo Archimede era un idiota.»
Huamar fissò Bjorn sbalordito, ma, vedendo che anche Mirja lo fissava senza dire nulla, allargò le braccia sforzandosi di rispondere gentilmente.
«Ma... non si tratta di nuotare. E' un principio fisico… l'uomo galleggerebbe, se spostasse un volume d'acqua maggiore del suo peso. Aggrappandosi ad un otre pieno d'aria, per esempio. Comprendi?»
Bjorn strinse gli occhi osservando l'egiziano in modo per niente rassicurante.
«E poi non si tratta di corpi nel senso di uomini - si affrettò a continuare Huamar – ma di oggetti qualsiasi, a patto che siano più leggeri del volume d'acqua che riuscirebbero a spostare immergendosi. Un otre pieno d'aria e ben tappato, come ti dicevo… o un'anfora piena d'olio... o una nave con la stiva ben chiusa. Tu sei pratico di navi, no?»
«Le navi galleggiano perché sono di legno - ribatté puntiglioso Bjorn - Archimede non c'entra nulla.»
«Oh, per gli dei! – sbottò esasperato Huamar – Tu confonderesti Archimede stesso facendolo balbettare come un porcaio analfabeta! Io sto parlando di fisica e geometria. Davvero non riesci a capire?»
«Perdonaci, Huamar, ma evidentemente non siamo geni come Archimede. Forse dovresti spiegarcelo con parole più semplici.» disse Mirja sorridendo.
Huamar sospirò, subito raddolcito.
«Hai ragione, mia principessa. Che stupido che sono! Dimentico sempre che io sogno queste cose anche di notte, mentre il resto del mondo ha ben altri problemi da risolvere. Ti chiedo scusa, Mirja, dolcissima figlia mia... e scusami anche tu, Bjorn, nobile guerriero. E chiedo scusa anche ad Archimede, naturalmente; chi sono io per sparlare a sproposito delle sue geniali intuizioni e dei suoi meravigliosi principi?»
«Però la tua colomba gigante ha volato in modo prodigioso, caro Huamar – lo interruppe Mirja con dolcezza – quindi non sei tanto male se quei principi li sai applicare così abilmente.
Forse devi solo spiegarti meglio.»
«Ah, gioia mia, che sollievo la tua voce e le tue parole. Sì, hai ragione. Anch'io ho qualche merito e in effetti la colomba funziona meglio di quanto sperassi. Devo spiegarmi meglio, sì... dunque, da dove potrei cominciare? Ecco... la colomba è piena di aria calda – sussurrò Huamar curvandosi sulla sella e disegnando con le mani aperte la forma di una sfera – che é prodigiosamente meno densa e più leggera del volume di aria esterna più fredda che sposta con il suo involucro.
La differenza di peso tra l'aria fredda spostata e quella più calda all'interno della tela, è la spinta verso l'alto che fa volare la colomba. Sono stato più chiaro, adesso?»
Huamar fissò speranzoso i due che gli stavano a fianco.
Bjorn rispose al suo sguardo, restando però impassibile, mentre Mirja rispose perplessa, toccandosi il mento.
«Fammi pensare – disse – ecco perché hai voluto una stoffa fitta fitta: se l'aria calda all'interno della colomba uscisse, questa si sgonfierebbe diminuendo di volume...»
«... E quindi spostando un volume minore di pesante aria fredda! - concluse trionfante, Huamar – lo sapevo che avresti capito. Brava!»
Ambedue si voltarono a guardare Bjorn che però, in quel momento, stava accuratamente spolverandosi il braccio sinistro dalla polvere della strada, ostentando una suprema noncuranza. Sentendosi osservato, si scosse con sussiego, gonfiando il petto e aspirando rumorosamente.
«La colomba ha volato, no? E' questo che conta. Tutto il resto sono sciocchezze» disse, sollevando le sopracciglia.
Mirja esplose in una risata cristallina, mentre Huamar lo fissava senza riuscire ad obiettare nulla. Poi, vedendo l'imbarazzo dell'egiziano:
«Ora mi ricordo... mia madre mi aveva parlato di cose come queste, ecco perché mi sono più familiari. Usava lo stesso principio per pesare gli oggetti di metallo, mi pare, quando sospettava qualche frode... ma ero giovane e conti e calcoli non mi interessavano così non l'ho mai capita bene...
«Sì, certo. La bilancia idrostatica. E' di questo che si tratta – annuì Huamar, e poi, di fronte allo sguardo interrogativo di Mirja che adesso, evidentemente, era molto più interessata di quando era bambina, continuò – E' una interessante applicazione dello stesso principio. Posso raccontarvi una storia su questo, se volete.»
«Vuoi ascoltarla, vero, Bjorn?»
Mirja si era voltata verso il vichingo e gli aveva parlato allungando una mano posandogliela su un braccio e osservandolo con un sorriso. Bjorn aveva annuito, cacciando indietro la sua impazienza. Aveva altro da fare che ascoltare storie, adesso, ma se a Mirja piaceva... Huamar prese al volo l'occasione.
«Un giorno Gerone, re di Siracusa, aveva commissionato ad un orafo una nuova corona d'oro, consegnandogli una precisa quantità del prezioso metallo. L'artigiano costruì la corona, ma quando la consegnò, benché la corona pesasse esattamente quanto l'oro che il re gli aveva consegnato per costruirla, questi volle essere sicuro di non essere stato ingannato. C'era sempre la possibilità, infatti, che l'artigiano avesse sostituito l'oro con una certa quantità di rame o di metallo più vile e quindi di minor valore.
La corona era stata consacrata e non si poteva certo tagliarla o rovinarla per verificare. Il re dunque diede l'incarico ad Archimede di risolvere il problema che appariva veramente insolubile. Ebbene, Archimede lo risolse proprio mentre faceva il bagno in una vasca, osservando come, immergendosi nell'acqua, egli ne facesse fuoriuscire una certa quantità, spostata proprio dal volume del suo corpo. Fu allora che, secondo la leggenda, egli gridò il famoso “eureka!” che in greco – spiegò Huamar, allungando il collo verso Bjorn - vuol dire “ho trovato”.»
«E cosa aveva trovato?» grugnì Bjorn.
«Il modo per risolvere il quesito postogli dal re – spiegò pazientemente Huamar – e lo aveva fatto proprio notando l'acqua che era uscita dalla vasca quando lui vi era entrato. Un corpo immerso in un liquido ne sposta in quantità pari al suo volume, ricevendo una spinta verso l'alto pari al peso del volume d'acqua spostato.
Archimede pose la corona su un braccio di una bilancia, mettendo sull'altro uno stesso peso in oro sicuramente puro. Ovviamente i due bracci della bilancia erano in equilibrio. Allora ai due lati fece salire due recipienti uguali pieni d'acqua fino a immergere completamente i piatti della bilancia, la corona e il peso in oro. Ambedue spostarono il relativo volume d'acqua ma si vide il piatto della corona salire di un poco rispetto all'altro, rivelando che esso aveva ricevuto una spinta dal basso verso l'alto leggermente superiore a quella del peso d'oro: cioè la corona aveva un volume maggiore e quindi spostava più acqua.
Ma se il volume era maggiore, a parità di peso, significava che la sua densità era minore di quella dell'oro puro nell'altro piatto e quindi essa doveva contenere del metallo in più, forzatamente meno denso dell'oro puro e quindi di minor valore. L'inganno dell'orefice disonesto era svelato.»
Mirja rise di gusto battendo le mani eccitata, alla fine del racconto di Huamar, mentre Bjorn restò a guardarla in silenzio, compiaciuto nel guardare lei, più che della conclusione della storia.
«Ora ho capito, finalmente – disse Mirja, eccitata – e pensare che mia madre me lo aveva spiegato più volte. Aveva usato anche lei lo stesso sistema, proprio per svelare la truffa di qualche mercante disonesto e anche con questo si era guadagnata la sua fama. Ero bambina e sciocca, una volta, ma adesso farò tesoro del tuo insegnamento.»
«Questo mi riempie di gioia, figlia mia – disse Huamar chinando il capo, sinceramente commosso – io e la mia scienza siamo a tua disposizione, sempre.»
«Hai parlato di acqua, bilance e vasche da bagno – intervenne Bjorn sarcastico – ma cosa c'entrano con le colombe?»
«Ah, sì... sembrano entrarci poco, in effetti – rispose Huamar – ma in realtà é lo stesso discorso. Ho parlato di corpo immerso in un fluido, come l'acqua, certo, ma anche l'aria lo é, anche se meno denso. Il principio di Archimede vale anche in questo caso, dove la colomba, piena di aria calda, é come una nave immersa in un mare di aria più fredda.
Ebbene, il volume di aria fredda spostato pesa di più dello stesso volume di aria calda all'interno della colomba e quindi essa riceve una spinta verso l'alto pari alla differenza di peso. Così la colomba sale verso l'alto, cioè vola »
«Fino a che tu, azionando l'apertura sul dorso, hai fatto uscire l'aria calda, che mescolandosi con quella fredda, ha ripristinato l'equilibrio» rispose Bjorn.
«Esatto! Proprio così. - Fu Huamar adesso a stupirsi, gesticolando come un ragazzino – Hai capito perfettamente! Proprio così.»
«Sei davvero un bravo maestro, Huamar» disse ridendo Mirja.
«E forse io sono meno stupido di quello che pensate» concluse con un ghigno Bjorn.
«Giusto anche questo - annuì Huamar lanciando un'occhiata a Mirja che sorrideva, coprendosi la bocca con una mano – no, decisamente non sei stupido, mio feroce guerriero. Non l'ho mai pensato, in verità. E tuttavia sappi che la stoffa a trama fitta non bastava e ho dovuto penare non poco per trovare il modo di renderla impenetrabile dall'aria calda senza appesantirla troppo. Alla fine ho usato una mistura calda di cera e olio di lino che finalmente ha funzionato, come hai visto.
Adesso la mia colomba è perfetta – concluse. E poi, con un ghigno pieno di furbizia - … e sappiamo tutti come funziona, ma non lo direte a nessuno, vero?»
«Stai tranquillo, Huamar – rispose ridendo Mirja – il tuo segreto sarà al sicuro. Vero Bjorn?»
«Certo - rispose il vichingo – io non costruirò mai colombe o draghi. Mi basterà per divertirmi tutto l'oro di Trekkar.»
E così dicendo Bjorn spronò il cavallo, sopravanzando gli altri e puntando deciso verso una delle avanguardie che, sulla sommità di una collina sullo sfondo, agitava un braccio per richiamare la sua attenzione.
Le necessità e i potenziali pericoli del viaggio tornarono immediatamente presenti nell'animo di Mirja e Huamar e ambedue tornarono seri seguendo con apprensione i movimenti di Bjorn che, in breve, aveva raggiunto l'esploratore sulla collina. Ma non c'era di che allarmarsi: si avvicinava il tramonto e l'esploratore aveva semplicemente trovato un buon posto per accamparsi in un avvallamento riparato dal vento e vicino ad una sorgente. Così tutta la colonna lasciò il sentiero principale, dirigendosi tra il cigolio dei carri nella nuova direzione.
Quella sera, come poi tutte le altre, si accamparono con i carri in circolo e con una grande tenda stesa tra essi per ripararsi dall'umidità della notte. Bjorn aveva organizzato turni di guardia tra gli uomini della scorta, ai quali partecipava anche lui, senza privilegi rispetto agli altri. Inoltre dormiva insieme a loro lasciando a Mirja e alle donne l'intimità di uno dei carri. In definitiva il viaggio fu tranquillo e facile, favorito dal tempo che si mantenne quasi sempre favorevole.
L'unica insidia fu attraversare ampie paludi che si presentarono loro davanti quando, lasciata la pista più battuta, dovettero deviare per valicare alcune basse colline e dirigersi verso la città di Aluksna. In quel caso fu molto utile la mappa di Huamar che guidò sempre con sicurezza la spedizione ai guadi più sicuri. Entrati nel territorio di Trekkar, in uno dei villaggi incontrati lungo la strada assoldarono delle guide che resero il resto del viaggio più facile. Solo in una occasione incontrarono forze ostili, prontamente segnalate dagli esploratori che precedevano la colonna: una banda di uomini armati che erano apparsi all'improvviso sul crinale di una collina che sovrastava la pista.
Bjorn andò loro incontro armato e accompagnato da cinque dei suoi, ma senza mostrare particolare animosità, cosicché si accordò per passare pagando un modesto pedaggio in argento e viveri a quelli che si rivelarono solamente dei briganti un po' malandati in cerca di bottino. Tornato alla colonna, Mirja e Huamar si stupirono dell'arrendevolezza del vichingo, in altre occasioni molto più intransigente e aggressivo. Ma Bjorn aveva le sue ragioni:
«Non siamo guerrieri, ma solamente mercanti in viaggio d'affari – spiegò – combattiamo solo per difenderci e mostrandoci arrendevoli e pacifici daremo a Trekkar l'immagine che più si addice a quello che vogliamo sembrare. Non sono sicuro che quelli fossero solamente briganti da strada. E comunque tra loro potrebbero esserci delle spie pronte a riferire al tiranno cosa succede lungo le piste che portano alla sua città. Meglio essere prudenti e non dare nell'occhio.»
Mirja e Huamar non poterono che approvare e una volta di più considerare quanto Bjorn fosse capace di adattarsi ad ogni occasione, assumendo di volta il volta l'atteggiamento più favorevole. Vedendo che il suo uomo era tutt'altro che impulsivo e sconsiderato, Mirja mise da parte definitivamente le sue inquietudini e decise di concentrarsi con grande volontà e determinazione a fare la sua parte della missione.
Proprio mentre era impegnata in queste riflessioni, la pista superò un lieve dosso e, davanti a loro, apparve la valle dove si trovava Aluksna, la capitale del regno di Trekkar.
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