Il portatore dell'aquila - Cap. 19 e 20


Cap. 19
Aluksna, la capitale del regno.



La città era situata sulla riva di un largo fiume che aveva scavato la pianura incidendola con una vasta ferita, dai bordi netti e frastagliati. Lungo il bordo sinistro, rispetto alla corrente, su un vasto tavolato boscoso che dominava il fiume, alte mura di pietra intervallate da torri racchiudevano in un irregolare semicerchio un ammasso di case, strette le une sulle altre. Le mura finivano proprio sul ciglio di una ripida scarpata che scendeva verso il fiume, irta di rocce e rovi, che costituiva il diametro del semicerchio. Altre case e magazzini creavano piccoli borghi all'esterno delle mura, circondati da orti e campi coltivati che si spandevano poi lungo la valle.

Quasi sul centro del semicerchio che formava la città fortificata, una larga piattaforma di terra e di roccia si alzava dal fondo della scarpata ed era collegata al resto della città solo da un esile ponte di legno. Sulla piattaforma si ergeva un poderoso castello che ne occupava tutta la superficie e che era protetto a sua volta da alte mura e grosse torri quadrate con i tetti conici e aguzzi.

Davanti al ponte, dalla parte del paese, si stendeva una vasta spianata che formava l'unica piazza interna alle mura. Da questa partiva una strada che attraversava tutto l'abitato e portava all'unica porta fortificata. A questa porta si diresse la carovana di Bjorn e Mirja, scendendo lungo la pista in discesa.

Era impensabile trovare alloggio per tutti all'interno della città. Bjorn non voleva farsi notare per cui inviò uno dei suoi uomini, disarmato e in abiti riccamente decorati, a presentarsi con solennità al corpo di guardia, annunciando l'arrivo di Mirja, la sua padrona e chiedendo un luogo dove accamparsi degnamente. Gli fu assegnata un'area erbosa ad est delle mura, vicino al ciglio della scarpata che portava al fiume, dove si trovava un corso d'acqua pulita e grandi alberi frondosi. Il vichingo ringraziò con grande deferenza, in cuor suo molto soddisfatto perché da quella posizione potevano studiare accuratamente il fianco del castello e il ponte di accesso. Al tempo stesso chiese per Mirja udienza a Trekkar, preannunciando un interessante accordo commerciale. Per questa seconda richiesta gli fu risposto di attendere. Un inviato dal castello gli avrebbe comunicato la decisione del re.

Ottenuto il permesso di accamparsi, Bjorn e i suoi uomini condussero i carri nell'area prevista, issando un grande e ricco padiglione per Mirja e le sue domestiche. Altre due tende ospitarono tutti gli altri, mentre i carri in cerchio formarono un recinto per gli animali.

Huamar e i suoi carri, invece, già dall'arrivo si erano staccati dalla carovana per andare ad accamparsi in un'area diversa, destinata ai normali pellegrini. Questo per dimostrare che Huamar e Mirja non appartenevano alla stessa carovana ma, come spesso succedeva, avevano viaggiato insieme per ridurre e condividere i rischi del viaggio. Adesso che erano in città, apparentemente ognuno era andato per i fatti suoi. Era bene che Trekkar non sapesse che si conoscevano e operavano con gli stessi scopi.

Ma quella sera, mentre gli uomini sedevano intorno al fuoco cantando e danzando, apparentemente intenti allo svago dopo il lungo viaggio, Huamar aveva raggiunto di nascosto l'accampamento di Mirja, da dove l'egiziano, Bjorn e altri tre vichinghi , indossando abiti scuri e anonimi e dei cappucci in testa che nascondevano loro il volto, scesero cautamente lungo la scarpata che portava al fiume. Mirja rimase con le sue donne accanto al fuoco, per continuare la commedia e ricevere gli emissari del re, se fossero venuti.

Prima di inoltrarsi nella loro esplorazione, Bjorn e i suoi compagni stettero a lungo acquattati dietro un cespuglio, appena scesi oltre il ciglio, controllando il terreno alle loro spalle per verificare che nessuno li avesse visti o li seguisse. Trekkar avrebbe potuto inviare delle spie a controllare ogni nuovo venuto e il vichingo aveva deciso di esser molto prudente. Ma non videro nessuno, per cui continuarono senza perdere altro tempo.

Dal fondo della scarpata salivano fumi che odoravano di cibo mentre diversi falò ardevano tra le rocce e i rovi. Camminando cautamente lungo il sentiero scosceso, illuminato dal chiarore forte della luna piena, Bjorn e gli altri si trovarono ben presto immersi in una cenciosa umanità che aveva fatto degli anfratti lungo la scarpata il luogo dove sopravvivere. Tende e capanne di frasche davano riparo a diverse famiglie che, evidentemente, vivevano ai margini della città sopravvivendo con ogni sorta di traffici, elemosine o con la pesca lungo il fiume. Molte dovevano essere vittime degli abusi e delle spoliazioni dei mercenari di Trekkar, o cittadini rovinati dalle sue tasse. Altri erano ladri o malfattori che dovevano semplicemente nascondersi. Huamar non si sarebbe mai avventurato in quella suburra, soprattutto di notte, ma Bjorn e i suoi uomini erano dei guerrieri temibili e le loro espressioni torve e i grossi coltelli che portavano al fianco erano un valido motivo per tenere tutti alla larga. Grazie al chiarore della luna, Bjorn e i suoi vedevano tutto, mentre dalle mura del castello nessuno avrebbe potuto distinguerli dagli altri che si erano rintanati in quella terra di nessuno.

Dalle tende e dalle tettoie di frasche gli occhi bianchi di bambini cenciosi, donne ammiccanti e uomini diffidenti li guardavano passare in silenzio. L'aria era ammorbata dai rifiuti sparsi ovunque. In molti tratti il terreno era fangoso e cosparso di pozze d'acqua maleodorante. Diversi orti erano recintati da steccati rudimentali di rovi intrecciati e canne mezze marce. Era chiaro che, durante le piene primaverili, il livello del fiume doveva crescere di molto arrivando forse a sommergere anche la zona abitata da quei miserabili.

Muovendosi cautamente il gruppo arrivò quasi in riva al fiume, dove diverse barche molto malridotte erano tirate all'asciutto sulla riva fangosa. Reti e nasse erano affastellate su una selva di pali, ad asciugare. Da quel punto il castello di Trekkar, torreggiante sullo sperone roccioso, si vedeva da dietro e anche da lì appariva altissimo e inespugnabile, circondato totalmente da un alto muro che era tutt'uno con la roccia sottostante e interrotto solo da strette aperture ad uso degli arcieri. Solo le torri che si ergevano tra le mura avevano in alto finestre più grandi e da queste Trekkar doveva avere una visione incredibilmente vasta di tutta la valle, del fiume, del porto che si intravvedeva poco più avanti lungo la riva. Da quella parte nessuno avrebbe potuto sorprenderlo, mentre sul lato opposto solo lo stretto ponte dava accesso al castello, ovviamente sorvegliatissimo e ben difeso da portoni e pesanti grate di ferro.

Bjorn continuò ad avanzare girando intorno alla base rocciosa che sorreggeva la possente costruzione, lasciando la riva del fiume e tornando ad inerpicarsi lungo il pendio che adesso era più tormentato e cosparso di grossi massi ricchi di muschio che spuntavano dalla terra come i denti guasti di un gigante. Da quella parte casupole e bivacchi erano meno frequenti e una lunga massa scura tagliava l'orizzonte. Huamar capì che era una strada rialzata che univa la città al porto in riva al fiume e che percorreva la scarpata con numerosi tornanti, fino ad arrivare al molo di pietra che ora era proprio sotto di loro. Diverse grosse barche erano ormeggiate lungo di esso, che a quell'ora era scuro e silenzioso. Probabilmente al porto c'era un corpo di guardia, ma la strada era completamente deserta. Verso la scarpata era sostenuta da lunghi muraglioni di pietra ed era senza parapetto proprio per essere completamente esposta agli uomini sul castello. Chiunque l'avesse percorsa, dopo uno sbarco sul molo, sarebbe stato bersaglio di frecce e baliste per molte centinaia di metri prima di arrivare in cima alla salita, né avrebbe potuto lasciarla senza cadere nella scarpata ai lati, tra rocce e rovi che ne avrebbero impedito qualsiasi movimento. Avvicinandosi cautamente Bjorn raggiunse la sommità di uno dei muri di sostegno sporgendosi a guardare oltre: la strada era pavimentata da grosse pietre squadrate e levigate dall'uso che brillavano alla luce della luna e si perdeva sullo sfondo, oltre l'ennesimo tornante.

Bjorn tornò sui suoi passi abbandonando la strada e continuando a girare intorno alla base rocciosa del castello. La zona era più buia perché la massa delle torri nascondeva la luna. Da quella parte però si affacciava il lato sud del castello, quello più abitabile, e infatti la facciata era costellata più in alto da numerose finestre molte delle quali erano debolmente illuminate. Tutta l'ala era più ricca e decorata. Il muro perimetrale, che altrove era intervallato dalle torri e ospitava un camminamento protetto da merlature, qui si annullava compenetrandosi al fabbricato principale che doveva essere il corpo della reggia vera e propria. Il bordo dei tetti era decorato da sculture di legno e si scorgevano logge e balconi aggettanti e sostenuti da grosse mensole di pietra. Più in basso, quasi a livello delle fondamenta, una fila di strette finestre erano probabilmente quelle delle cucine perché a lato di vedevano correre verso l'alto numerose canne fumarie che salivano fino al tetto.

L'unico problema era la liscia parete di roccia che sosteneva il castello in quel punto. Mentre altrove la base della collina era frastagliata e cosparsa di crepacci e cespugli, su quel lato era una massa compatta di roccia levigata che si ergeva per una quindicina di metri apparentemente senza nessun appiglio. Sarebbe stato davvero arduo scalarla senza fare rumore, appesantiti dalle armi e per di più con poca luce.

Bjorn la studiò a lungo, per quanto potesse farlo al chiarore della luna, fino a che gli sembrò di individuare una via percorribile a lato, dove però sarebbe stato visibile a chi si trovava sulle banchine del porto. Superata la parte difficile, gli assalitori avrebbero dovuto percorrere un tratto orizzontale, dove le fondamenta del castello incontravano la roccia offrendo probabilmente una serie di piccoli appigli, per poi proseguire la salita lungo le mura nella zona più defilata. Infine le mura erano costituite da grosse pietre sbozzate grossolanamente e legate con malta variamente corrosa, che lasciavano vedere profonde fessure tra di loro e che offrivano facili appigli ad una scalata. Il muro, in definitiva, non presentava difficoltà insormontabili. La parte veramente difficile era quella rocciosa in basso, liscia e senza appigli.

Bjorn si acquattò tra le rocce mentre gli altri lo imitarono radunandosi intorno a lui.

«Questo lato è meno difeso, anche se la prima parte è decisamente insidiosa – commentò parlando sottovoce – Trekkar si fida della difesa data dalla strada, ma per pochi uomini decisi potrebbe essere il punto migliore per cercare di arrampicarsi e penetrare all'interno, viste le numerose finestre e l'assenza del camminamento sulla sommità. Inoltre qui intorno non c'è nessuno che possa dare l'allarme perché siamo abbastanza lontani dal fiume. Dobbiamo occupare il posto e tenercelo per il momento buono.»

«Kal – Bjorn si rivolse ad uno dei suoi uomini - tu e Jorda resterete qui e costruirete una tettoia di frasche come se foste dei pescatori. Siete una razza diversa e non volete mescolarvi agli altri. Nascondete le armi e parte degli abiti. Vi voglio poco più che straccioni affamati e inoffensivi. Ma fate in modo che nessun altro si avvicini o costruisca ripari qui intorno.

Quando agiremo non ci dovrà essere nessuno che possa infastidirci o dare l'allarme. Inoltre la tettoia impedirà che dal castello vi vedano qui sotto. Io e gli altri torneremo al nostro campo cercando una strada diversa da quella fatta finora. Così nessuno vedrà che ci siamo divisi, né vedranno da dove veniamo. Domani vi manderò qualcuno con del cibo e nuovi ordini.»

Kal annuì e subito si alzò in piedi mettendosi a cercare rami e arbusti per la tettoia. Jorda lo imitò subito mentre Bjorn si avviò facendo cenno all'egiziano e all'altro vichingo di seguirlo. Huamar non se lo fece dire due volte.

I tre completarono il giro del castello per risalire poi verso la città lungo un sentiero tra le rocce, arrivando poco dopo in una zona ricca di orti recintati e poi sotto le fondamenta di alte mura costruite proprio sull'orlo della scarpata che portava al fiume. Erano le mura che chiudevano in parte il lato rettilineo del pianoro dove si trovava la città, verso il fiume. Il sentiero diventò una scalinata di pietra, per girare poi intorno ad una torre e arrivare su una spianata sabbiosa ricca di steccati e tettoie per il bestiame, ora vuoti. Sullo sfondo si scorgeva una fila di casupole e alcuni fabbricati più grandi che erano evidentemente magazzini al servizio del porto. Poco più avanti videro una specie di portale di pietra illuminato da alcune torce, con una massiccia costruzione a lato, davanti alla quale si vedevano un paio di sentinelle. Il castelletto a difesa del portone di accesso alla strada lastricata che portava al fiume, senza dubbio. Ora il portone era chiuso da una pesante cancellata e da un ponte levatoio rialzato. Nessuno poteva arrivare dal fiume se Trekkar non voleva e soprattutto senza pagare i dazi o i vari tributi che certamente erano previsti per i mercanti e i cittadini. 
Bjorn e suoi compagni svicolarono tra i recinti allontanandosi; non volevano certo farsi vedere e subire domande imbarazzanti. Non c'era nessuno in giro e Huamar suggerì che Trekkar avesse imposto una specie di coprifuoco per evitare movimenti incontrollati dei suoi sudditi. In ogni caso le sue guardie non sembravano troppo volonterose e, forse perché si trovavano all'esterno delle mura , Bjorn e i suoi compagni non ne incontrarono nessuna.

Dopo un'altra mezz'ora completarono il giro della città e tornarono finalmente al loro accampamento dove il fuoco si era molto attenuato, ma i suoi uomini erano ancora pronti e vigili in attesa del suo ritorno.

Solo quando lo videro arrivare e lui fece loro cenno che tutto andava bene, si disposero a passare la notte. Tutti, fuorché tre vichinghi di guardia, che Bjorn volle comunque sul perimetro del campo.

Mentre anche Huamar lo salutava prima di tornare ai suoi carri e andare a dormire, Bjorn si recò alla tenda di Mirja, grattando leggermente sulla tela per annunciarsi. Una delle ancelle venne a vedere ma subito dietro di lei apparve Mirja, chiaramente in ansia. Era vestita con una lunga vestaglia di lana grezza, i capelli sciolti sulle spalle. L'espressione tesa e affilata la rendeva ancora più bella.

«Sei arrivato, finalmente!» sospirò, prendendogli una mano.

Poi tacque, voltandosi a guardare l'ancella che subito si allontanò ritirandosi dietro un paravento di tela e lasciandoli soli. Bjorn varcò l'ingresso chiudendo la tenda alle sue spalle e subito Mirja lo baciò con veemenza, stringendosi a lui. Stettero uniti per lunghi secondi. Poi lei si staccò a fatica, ansimando, guardandolo negli occhi, severa.

«Sei stato via a lungo – sussurrò – cos'hai visto?»

«C'è un punto debole – rispose Bjorn, ostentando un tono soddisfatto – la parete a sud è facilmente scalabile e non dovrebbe essere difficile arrivare ad uno dei balconi. Dobbiamo solo distrarre le guardie e a quello penserà Huamar. Quando vedranno la colomba resteranno tutti a a bocca aperta e nessuno baderà a noi. Ma dovrà essere una sera al terzo quarto di luna; abbastanza per vedere gli appigli, ma non per vedere noi.»

Mirja sospirò delusa. «Allora sei proprio deciso!»

Lui comprese la sua paura, ma la strinse nuovamente a sé, portando una mano di lei alla bocca e baciandola dolcemente.

«Io cosa dovrò fare?» disse lei con gli occhi improvvisamente lucidi.

«Se Trekkar ci riceverà, dovremo entrare nel castello con gli occhi bene aperti e ricordare la disposizione dei suoi appartamenti. E poi contare le guardie, i posti di guardia e i passaggi pericolosi.»

«E se non volesse fare entrare la mia guardia del corpo? Forse vorrà vedere solo me.»

«Allora dovrai fare tutto sa sola. Sarai gentile e parlerai di affari con lui, niente di più. Quando uscirai mi racconterai tutto.»

«Va bene» disse Mirja, abbassando lo sguardo e appoggiandosi ancora languidamente a lui.

«Lui le alzò il mento e la baciò sulla bocca. Un bacio morbido, lento e lungo, per assaporarla. Ardevano ambedue di desiderio, ma lui si costrinse a staccarsi dal corpo caldo e morbido della donna, respirando rumorosamente.

«Buonanotte» disse in fretta. Poi scostò la tenda e uscì allontanandosi veloce e andando a stendersi sotto uno dei carri.





Cap. 20
Il coraggio non è essere senza paura, ma vincerla.



Quella notte Bjorn non dormì. E non era per la passione che Mirja aveva risvegliato, ma per i mille pensieri che si accavallavano nella sua mente mentre pensava e ripensava alle mosse da fare. Il castello di Trekkar era veramente come il nido di un'aquila, solido e irraggiungibile come la cima di una montagna. Attaccarlo in forze sarebbe stato un suicidio, come aveva immaginato dal primo momento, ma l'azione di pochi uomini decisi aveva davvero maggiori probabilità di successo?

La parete liscia e senza appigli alla base del castello era davvero un ostacolo micidiale. Con Mirja aveva minimizzato e lui stesso, vedendola, non aveva voluto ammettere la difficoltà, ma ora che ci ripensava era consapevole che quello poteva essere l'ostacolo capace di annullare tutto.

Lui forse ce l'avrebbe fatta a scalarla, ma gli altri? Pensare di compiere l'impresa da solo, infatti, era assurdo. Avrebbero dovuto essere almeno cinque o sei uomini per sorprendere Trekkar e sperare di superare la sua guardia del corpo. Ma i suoi vichinghi erano abili combattenti e marinai, non montanari. Poteva fidarsi di loro? Se anche uno solo fosse scivolato creando allarme, tutta l'impresa sarebbe fallita sul nascere. E se loro fossero stati scoperti e catturati anche Mirja ne sarebbe stata coinvolta... e poi la locanda, e quindi anche Virgil. Tutto sarebbe stato perduto.

Bjorn sentì un brivido corrergli per la schiena al pensiero di dover rinunciare al suo piano. E tuttavia l'idea di mettere in pericolo Mirja gli creava un'ansia che non aveva mai provato prima. Lui era sempre stato freddo e incurante del pericolo, mentre adesso... adesso il mondo era cambiato, da quando aveva incontrato quella donna. Per un momento Bjorn desiderò che non fosse mai avvenuto. Ma subito dopo sorrise di se stesso. Il mondo era molto più bello e interessante, adesso. Tuttavia il problema c'era e bisognava superarlo. C'era un modo, naturalmente, ed era l'unico possibile, così prese la sua decisione. La rigirò nella mente e la trovò straordinariamente semplice e in accordo con quello che aveva già fatto. Come sempre aveva fatto bene ad essere prudente. Si sistemò più comodamente sotto la coperta e pochi minuti dopo si addormentò.

L'indomani, prima dell'alba, Bjorn riunì i suoi uomini e ne scelse otto che inviò subito nella postazione sotto il castello dove erano appostati gli altri due. In tutto erano i dieci che aveva scelto per accompagnarlo nell'incursione nel castello, quando sarebbe avvenuta, mentre gli altri sarebbero rimasti di guardia per tenere i contatti con Huamar. Erano tutti giovani, vigorosi e molto abili con le armi e accettarono senza discutere le nuove disposizioni, avviandosi senza indugio. Muovendosi senza dare nell'occhio, mentre faceva ancora buio e la zona era immersa nella nebbia del mattino, lasciarono l'accampamento e scesero nella scarpata portando delle sacche con armi e corde che sarebbero servite per l'incursione, oltre a dei viveri. Avevano l'ordine di nasconderle in una buca, appena arrivati, e aspettare laggiù ulteriori ordini senza farsi vedere da nessuno. Bjorn li vide sparire silenziosamente nel buio, poi raggiunse la tenda di Mirja dove, trovata una delle sue domestiche, la pregò di svegliare subito la sua padrona.

Mirja arrivò in fretta, avvolta in uno scialle guarnito di pelliccia perché al mattino faceva già freddo. Era preoccupata perché non si aspettava quell'incontro così mattiniero, ma Bjorn la abbracciò sorridendole per tranquillizzarla.

«I miei uomini si sono appostati alla base del castello e tra poco li raggiungerò anch'io – disse guardandola in viso. Il fuoco di un braciere lanciava riflessi rossastri che la rendevano continuamente diversa e meravigliosa – non voglio che gli uomini di Trekkar vedano me insieme a te. Ho deciso che è meglio che siamo estranei.»

«Perché?» chiese lei, subito allarmata.

«Perché se le cose vanno male, Trekkar non dovrà collegarti a me. Così potrai tornare alla tua locanda e occuparti di Virgil. Ho avuto una specie di ispirazione, quando siamo arrivati qui, e alla porta della città ho mandato uno dei miei uomini, invece di andarci io. Così nessuno mi ha visto e nessuno sa che sono arrivato qui insieme a te. Dobbiamo approfittarne.»

«Ma io voglio aiutarti – disse lei, fissandolo ansiosa – Se parli così vuol dire che temi di non farcela. Non ho mai detto che non voglio essere coinvolta. Cos'è questa novità?»

«Non dico che non puoi aiutarmi; dico solo che è meglio che non ci facciamo vedere insieme in modo che, se Trekkar dovesse cavarsela, sembrerà che l'attacco è stato fatto da una banda di predoni e nient'altro. Tu mi aiuterai dandomi le informazioni che ti ho chiesto. Per me è più che abbastanza.»

«Tu mi nascondi qualcosa – disse Mirja, staccandosi bruscamente da Bjorn e mettendosi a camminare nervosamente avanti e indietro – cosa c'è che non vuoi dirmi? Hai scoperto qualche ostacolo imprevisto? Tu sei sempre sicuro... anche troppo! Perché temi di non farcela?»

«Non ho detto che temo qualcosa – rispose lui, spazientito – solo che dopo che hai tanto insistito, magari sono diventato anch'io più prudente, no? Non ti va mai bene niente.»

«Non mi fido di te» rispose lei piccata. Poi, vedendo lo sguardo di disappunto di lui, si affrettò ad avvicinarsi di nuovo, stringendosi a lui e posandogli la guancia sul petto. Bjorn le accarezzò teneramente i capelli.

«Non mi fido quando parli di guerra e di prudenza – sussurrò lei con un groppo in gola – non è da te, a meno che il pericolo non sia troppo grande. Ed è questo che temo. C'è qualcosa che non vuoi dirmi.»

«Non c'è nulla che devi temere – rispose lui, sforzandosi di dimostrare sicurezza e tranquillità – va tutto bene. Solo che è giusto pensare a tutte le possibilità, mi pare. Tu e Huamar mi avete fatto una buona scuola, in fondo. Andrà tutto bene, ma resta la sfortuna... in tal caso Trekkar non potrà arrivare a Virgil e potremo ritentare.»

«E tu? - lei lo guardò scrutandolo disperata – come potrei continuare senza di te?»

«Io me la caverò – rispose Bjorn con un ghigno che ne scoperse i denti, come una tigre che ha percepito l'odore del sangue – se anche non riuscissi ad eliminare Trekkar non è detto che lui uccida me. Me la caverò, e in tal caso ci riproveremo.»

Lei annuì con un profondo sospirò, tornando ad abbassare lo sguardo. Lui restò un momento abbracciato a lei e le strinse le spalle. Poi si staccò e, guardandola un'ultima volta:

« Vado via adesso prima che faccia giorno – disse, fermandosi all'ingresso della tenda - Resterò nascosto fino al momento buono, per cui pensa tu ad avvertire Huamar. Manderò uno dei miei a prendere notizie ogni sera per tenermi informato perché mi ha detto che sarebbe andato in città a cercare notizie del suo informatore. Dovrebbe essere in contatto con gli oppositori del tiranno e serve che anche loro intervengano, quando decideremo di agire. E' assolutamente necessario, altrimenti non sapremmo come uscire dal castello, dopo aver colpito Trekkar. E quando Trekkar ti manderà a chiamare, ricordati le informazioni che mi servono.»

Mirja non riuscì a dire nulla e annuì con un groppo in gola, mentre Bjorn spariva oltre il telo umido di brina.


«»


Mentre Mirja si aggirava inquieta nella sua tenda pensando a quello che poteva fare per Bjorn, anche Huamar era sulle spine, mentre aspettava infreddolito sotto il portico di una vecchia casa di legno, nel cuore della città. La casa dava su una piazzetta tra i vicoli, dove si trovavano un pozzo e una vasca d'acqua dove gli abitanti cominciavano a portare a bere gli animali, prima di una mattina di lavoro. Huamar, avvolto strettamente in uno spesso mantello di lana con il cappuccio, guardava i passanti sfilare davanti a lui, cercando quello adatto. Ad un tratto ecco un gruppo di ragazzini, di cui uno, un po' indietro rispetto agli altri, che trasportava due galline, che si agitavano a testa in giù, tenute per le zampe legate insieme.

«Ehi, ragazzo! Dico a te!»

Il ragazzino si voltò curioso verso l'egiziano, che lo chiamò ancora, con un cenno della mano.

«Quelle due galline sono in vendita?» chiese Huamar.

«Certo! Le sto giusto portando al mercato. Le vuoi comprare?» rispose il ragazzino, con gli occhi brillanti. Se avesse venduto le due galline già di primo mattino, avrebbe avuto molto più tempo per giocare con gli amici.

«Il mio padrone si chiama Woizeck e cerca proprio due galline come queste. Quindi non solo te le compro, ma siccome io devo fare prima un'altra commissione, ti darò anche una mancia se gliele porterai tu, alla casa che è proprio in fondo a quella strada. Ma devi darle solo a lui. Affare fatto?»

E così dicendo Huamar aprì la mano, mostrando al ragazzo due monete di rame lucente. Gli occhi del ragazzo si illuminarono, visto che il prezzo offerto era molto di più del valore delle due galline.

«Dove abita il tuo amico?» rispose il ragazzo prendendo rapidamente le monete e ficcandosele in una piccola borsa di pelle che aveva legata alla cintura.

«Nella grande casa prima della curva, a due piani con il balcone scolpito. Vacci subito e digli che ti manda Virgo il suo servitore. Digli anche che lo aspetto alla bottega dello speziale, come al solito. Virgo, solo a lui e la bottega dello speziale. Ricordati bene tutto e non sbagliare.»

«Virgo, solo a lui e la bottega dello speziale, me lo ricorderò! Grazie signore. Ci vado subito.»

Huamar osservò soddisfatto il ragazzino sparire di corsa lungo la strada, ancora parzialmente immersa nell'ombra della notte.

Rimasto solo, Huamar si guardò attorno, ma non vide nulla di diverso da quello che si aspettava: alcuni passanti che trasportavano ceste di frutta e fascine di legno, un ragazzo che spingeva un maiale frustandolo con una verga. Nessun soldato in vista.

Sospirò profondamente, stiracchiandosi e sgranchendo le ossa sotto il mantello, quindi uscì da sotto il portico incamminandosi nella direzione opposta a quella presa dal ragazzo. La bottega dello speziale era due vicoli più in là. Aveva tutto il tempo di arrivarci con calma e controllare i dintorni prima di entrare, per essere sicuro di non essere seguito.

Il ragazzino arrivò alla fine della via puntando diritto alla casa a due piani , per bussare poi vigorosamente al portone, che si trovava in cima a tre scalini e sotto il balcone sostenuto da grosse mensole di legno scolpite che spuntavano dal muro intonacato.

Attese impaziente e ansimante, mentre le galline si agitavano dopo gli scossoni della corsa. Tutto taceva e il ragazzo fece tre passi indietro, sul vicolo, per guardare le finestre del piano di sopra. Stava per girarsi e andarsene quando sentì uno strascicare dietro la porta e poi un rumore di chiavistelli e legni che venivano tolti per aprire. Il portone si aprì di poco cigolando e sulla fessura apparve la faccia spaventata di una donna. Era unta di fuliggine e sulla testa aveva una fascia rossa che le teneva indietro i capelli, simili ad una matassa di canapa ingarbugliata.

«Che c'è? Cosa vuoi?» abbaiò la serva con voce impastata.

«Ho due galline per il signor Woizeck – disse rapidamente il ragazzo, agitando i due pennuti – mi manda Virgo e devo darle direttamente al suo padrone.»

«Virgo? - esclamò la ragazza aprendo un poco di più la porta – e chi è Virgo? Noi non abbiamo bisogno di nessuna gallina.»

Ma la ragazza si interruppe facendosi di lato intimorita, mentre la porta si aprì del tutto e un uomo anziano, che vestiva un lungo abito di lana serrato da una grossa cintura di cuoio, apparve sulla soglia osservando il ragazzo.

Era alto e massiccio, con la barba e lunghi capelli bianchi arricciati che gli cadevano fin quasi sulle spalle, uscendo da sotto un berretto di astrakan. Sul petto aveva una lunga catena d'argento con un grosso medaglione. Sotto la veste portava pantaloni di lana pesante e morbide pantofole di pelle imbottita. Si rivolse al ragazzo con sguardo severo, tanto che quello arretrò intimorito.

«Virgo, hai detto! Ho sentito bene?»

«Sì, signore – rispose il ragazzo, porgendogli ancora le due galline – lui aveva da fare e ha incaricato me di portarvi le galline. E poi mi ha detto...»

«Aspetta!» – lo interruppe il vecchio con un cenno della mano. Poi, rivolgendosi alla serva:

«Prendi le galline e vai in cucina. Ci penso io.»

La serva si allungò fuori della porta per prendere le galline, fissando il ragazzo con uno sguardo antipatico, per poi rientrare in fretta e a testa bassa, senza più dire una parola, sparendo nell'oscurità della casa. Si udì lo starnazzare delle galline svanire all'interno.

Woizeck scrutò il ragazzo torreggiando su di lui dall'alto dei tre scalini che portavano al portone d'ingresso.

«Entra – disse – non parliamo in strada.»

In ragazzo si affrettò ad entrare, ma il vecchio lo fermò nell'androne, appena dopo la porta, mantenendola comunque aperta. Poi, dopo aver guardato verso la fine del corridoio, controllando che la sguattera non fosse in vista, incitò il ragazzo.

«Allora, cos'altro ti ha detto, Virgo? E parla sottovoce, perché nel resto della casa dormono ancora.»

«Voi siete proprio il suo padrone? - chiese il ragazzino con un moto di sfida, deglutendo poi nervosamente – mi ha detto che dovevo riferire solo a lui.»

«Sì, Virgo è il mio segretario. Dimmi.»

«Ha detto che vi aspetta alla bottega dello speziale, come al solito.»

Woizeck rimase serio, con la fronte aggrottata, massaggiandosi la barba con una mano. Poi si scosse e sogghignò, osservando con interesse il ragazzo che era rimasto in attesa a guardarlo, preoccupato.

«Ha detto che ci sarebbe stata una mancia...» sussurrò.

«Virgo ti ha già pagato le galline?» chiese Woizeck tornando severo.

«Sì.» rispose il ragazzo, di slancio... per poi pentirsi subito dopo. Se avesse detto di no, avrebbe avuto il pagamento due volte.

Il vecchio comprese quello che stava pensando e il suo sguardo severo si raddolcì in un sorriso, accarezzando la testa del ragazzo con una mano.

«Sei un ragazzo onesto e nel mio mestiere l'onestà paga – disse – entra in cucina e dì a Sasha di darti una bella fetta di focaccia. E dopo avrai anche un soldo di mancia. Muoviti.»

Il ragazzo non se lo fece dire due volte e si avviò rapido lungo il corridoio aggirando Woizeck che lo guardò passare, divertito. Poi il vecchio tornò a guardare verso la strada, tornando sulla soglia e alzando lo sguardo sulle case del vicolo, scrutando le finestre che aveva di fronte, incrociando le braccia sul petto e inspirando con voluttà, come se volesse godersi per bene l'aria fresca del mattino. Quelli che lo stavano spiando erano ben nascosti, ma di sicuro erano svegli.

E così, quel furfante di un egiziano si è rifatto vivo – pensò – chissà cosa aveva da dirgli. Si era servito del ragazzino per avvertirlo senza farsi scoprire. Chissà come aveva saputo che era sorvegliato dagli uomini di Trekkar. Probabilmente lo aveva solo immaginato; Huamar era un uomo molto intelligente, e doveva dirgli certamente qualcosa di molto importante se aveva corso il rischio di tornare. Forse legato a tutte quelle domande che gli aveva fatto quando si erano incontrati l'ultima volta. Sapeva qualcosa sull'Erede, senza dubbio. Ma cosa? Allora l'egiziano non si era aperto come Woizeck desiderava, ma forse adesso... adesso avrebbe dovuto raggiungerlo alla bottega dello speziale, e quindi usare la galleria che aveva scavato sotto la casa per uscire tra gli orti per non farsi vedere... non era un problema seminare quei bastardi. Ormai lo aveva fatto decine di volte e non avevano mai sospettato. In ogni caso per l'Erede e la salvezza della casata cui era sempre stato fedele e a cui doveva tutto, avrebbe corso qualsiasi rischio.

Si scosse e si voltò, tornando dentro la casa e chiudendo la porta alle sue spalle. Poi, canticchiando, si sedette su una panca per togliersi le pantofole e infilarsi i bassi stivali morbidi di pelle che usava per uscire.



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