Il portatore dell'aquila - Cap. 5 e 6
Cap. 5
Mirja
Alcune settimane dopo il naufragio Bjorn era tornato nel pieno del suo vigore, la stagione era migliorata e lui e Virgil erano diventati grandi amici, continuando a frequentarsi nella prigione dorata in cui ambedue erano reclusi. Bjorn, infatti, non aveva mai potuto lasciare la stanza, che era controllata all'esterno da quattro uomini robusti e ben armati, mentre lui non aveva mai avuto a disposizione nulla che potesse essere usato come arma. Quanto al ragazzo, Bjorn si era sinceramente affezionato a lui, che parlava poco, sempre a proposito e con l'intelligenza e l'accortezza che spesso mancavano ad uomini adulti.
Per quanto insistesse, però, Bjorn non aveva appreso nulla sulle sue origini e sui motivi che stavano alla base dei tentativi di ucciderlo. Era evidente che Virgil non conosceva la sua storia, che probabilmente era cominciata quando lui era troppo giovane per averne memoria. In ogni caso, a ricordargli l'importanza del ragazzo, Bjorn continuava a portare al collo il pendaglio con l'aquila d'argento.
Finché, un pomeriggio, Anita venne ad avvertirlo che Mirja voleva vederlo.
Bjorn ne fu sorpreso e, benché lo desiderasse da tempo, per un momento si sentì agitato come un ragazzino che dovesse superare un difficile esame. Ma, con la corta barba ben rasata, i lunghi capelli biondi, le braghe di lana strette alla caviglia e una corta tunica senza maniche che gli fasciava l'ampio torace e il ventre scolpito e duro come il marmo, era nella sua forma migliore e lui non aveva paura di nessuno, tantomeno di una bella donna. Quindi si levò in tutta la sua altezza, gonfiando il petto, e annuì con un grugnito ad Anita, che lo stava guardando con uno sguardo inequivocabile e che distolse malvolentieri, seguendo poi la donna fuori della stanza.
Gli uomini armati lo guardarono passare con sguardo torvo. Nonostante fossero stati scelti tra i più robusti, il vichingo era più alto di loro di quasi tutta la testa e, sebbene fossero in quattro e ben armati, era evidente che la potenza dello straniero li intimoriva, tanto che tutti, istintivamente, portarono la mano alla spada o al pugnale. Lui li salutò sogghignando con un cenno del capo, avanzando con ostentata tranquillità guardandosi intorno. Una parte del corridoio aveva aperture che davano sul cortile, mascherate in parte da doghe di legno. Erano appena arrivate due carovane e, in basso, l'attività era frenetica, con un gran vociare di conducenti e di garzoni, versi di animali e nuvole di polvere.
Là sopra, però, i rumori giungevano ovattati e cessarono del tutto quando Bjorn varcò un pesante portone scolpito e rinforzato di ferro, entrando nell'alcova di Mirja.
Si ritrovò in una vasta stanza in penombra, profumata e arricchita da tappeti e pesanti tendaggi che coprivano le pareti. Mirja era seduta a gambe incrociate su un basso sedile imbottito, con alle spalle dei grossi cuscini e di fronte un largo tavolo di legno levigato e impreziosito sul bordo da fitti sculture intrecciate, con un sottomano di cuoio sottile. Sul tavolo, accanto al sottomano, era posato un pesante vassoio di argento pieno di frutta, una brocca con due bicchieri anch'essi di argento e molte pergamene arrotolate, un vasetto di porcellana pieno di inchiostro, diverse penne per scrivere e un sigillo con alcuni bastoncini di cera. Posato a terra c'era anche un grande abaco molto usato, con molte file di palline colorate. Sul sedile, vicino alla donna, era posato anche un pugnale dalla lunga lama sottile. Accanto al sedile un elegante forziere di mogano intarsiato di avorio e rinforzato da lamine di acciaio brunito.
Mirja lo aveva accolto in quello che era evidentemente il suo luogo di lavoro, dove lei si occupava dei suoi affari a faceva i suoi conti. Un modo per dire che anche Bjorn era una pratica da sbrigare e nulla di più.
Bjorn non si scompose e sorrise leggermente, ammirando la donna e sedendosi su uno sgabello imbottito, posto di fronte al tavolo.
Mirja era semplicemente splendida: il corpo ben tornito, la pelle liscia e abbronzata. I capelli corvini e morbidamente arricciati le cadevano levigati e lunghissimi sulle spalle, legati solo alla fine, e incorniciavano un viso largo dalla mascella decisa e un naso dritto e sottile. Le labbra carnose erano rosse, lucide e delineate da un filo più scuro e gli occhi, grandi e bruni, avevano un taglio allungato che sapeva di oriente e di vento della steppa. La fronte, sotto i capelli, era decorata da un disegno a volute intrecciate, fatte con l'henné.
Vestiva una larga tunica colorata di rosso, giallo e blu, a maniche corte al gomito, arricchita da fasce verticali fittamente ricamate con lo stesso disegno della fronte e serrata alla vita da una cintura fatta di fili d'oro e perline colorate. La sobria scollatura era decorata da una collana di monete d'oro e scaglie di ambra e dagli orecchi pendevano come orecchini alcuni sottili cerchi d'oro intrecciati. Sulla fronte i capelli erano stretti da una sottile fascia di stoffa rossa intessuta d'oro.
«Non ti ho detto di sederti» disse con voce gelida.
«Sì, ma sono ancora stanco e debole – rispose Bjorn con un sorriso che diceva tutto il contrario – non vorrei cadere a terra come un sacco vuoto e magari sporcare il tuo bel tappeto.»
Lei rimase un attimo a fissarlo, poi sospirò e decise di rilassarsi, trattenendo a stento un sorriso. Era impossibile anche per lei resistere al fascino di quel gigante biondo e forse era anche per questo che aveva aspettato tanto a lungo prima di incontrarlo di nuovo. Nonostante si sforzasse di restare fredda e distaccata, tutte le parole e le cautele che aveva deciso di seguire si dissolsero come neve al sole della primavera.
«A me sembri perfettamente guarito, invece. Anche tuo nipote sta bene, per cui penso che vorrete continuare il vostro pellegrinaggio » disse con ironia.
«Può darsi – rispose Bjorn, ricordando quello che gli aveva raccontato Virgil, appena si era svegliato – ma forse non é necessario, visto che la Vergine Maria mi ha già dimostrato il suo favore salvandomi dal naufragio. E poi mi ha fatto accogliere da te in questo bel luogo pieno di ogni comodità e bellezza. Sei stata il suo perfetto strumento e ti ringrazio.»
Le ultime parole erano state pronunciate da Bjorn con grande sincerità e confermate da un lieve inchino e questo non sfuggì a Mirja che ne rimase compiaciuta suo malgrado. Sospirò di nuovo e ancora una volta tutto quello che aveva in mente venne spazzato via.
«Non sei un pellegrino. Credo invece che tu sia un predone vichingo» affermò, non riuscendo a trattenere un accenno di ansia nella voce.
Bjorn era preparato ad un’accusa come quella e aveva preparato da tempo una difesa, ma davanti a Mirja si sorprese incapace di mentirle. Pensò che, da quello che aveva saputo di lei, la migliore difesa sarebbe stata la verità.
«Sì – rispose lui, senza esitare e guardandola negli occhi – sono capo di molti guerrieri forti e coraggiosi che non esiterebbero a combattere fino alla morte per difendere la donna che mi ha salvato la vita. E io li guiderei con tutte le mie forze. Da me non devi temere nulla.»
«Come posso crederti? Forse sei quello che ha distrutto Reda, il villaggio sul fiume, poche settimane fa. Hai ucciso donne e bambini! Voi normanni arrivate come lupi, distruggete, rubate e uccidete! Siete soltanto assassini!»
«Siamo uomini che combattono come tutti gli altri – rispose piccato Bjorn - lottiamo per vivere. Non abbiamo chiesto noi di nascere in una terra che ha solo neve e ghiaccio. Ogni inverno da noi si muore di fame e di freddo, lupi e orsi ci sbranano. Cosa possiamo fare se non prendere altrove quello che consente di sopravvivere?»
«Potreste commerciare. Vendere o offrire qualcosa come fanno tutti» rispose Mirja, ma lei stessa era poco convinta di quello che diceva e infatti Bjorn si alzò in piedi di scatto, battendosi il petto, esasperato.
«E cosa potremmo vendere o barattare? Noi mettiamo in gioco la nostra vita! Perché quelli che attacchiamo non si difendono con la stessa forza? Perché si sono rammolliti vivendo nell'abbondanza, curando le loro ricchezze piuttosto che il loro merito a possederle. Io non mi sento un assassino, ma un uomo che rischia per guadagnare la gloria, per dimostrare il suo valore. Io combatto in testa ai miei uomini; devo guadagnarmi il loro rispetto con il mio coraggio e non possiedo nulla che poi io non divida con loro!»
«Ma hai perso i tuoi uomini e le tue navi! Dunque non sei un capo di grande valore, come dici.»
«Non ho perso le mie navi – Bjorn rispose risentito – c'era la tempesta. Ho dovuto occuparmi del ragazzo... é caduto in acqua e io mi sono tuffato per riprenderlo.»
«Ti sei tuffato per salvarlo? - Mirja rispose sbalordita – Non posso crederlo! Non c'era nessuno che potesse farlo per te?»
Bjorn fissò Mirja sconcertato. In effetti, ripensandoci, si era comportato da stupido, buttandosi in acqua senza pensare alle conseguenze. E aveva abbandonato i suoi uomini, due navi... ma non aveva potuto sottrarsi. Nessun altro avrebbe capito... in qualche modo misterioso quel ragazzo lo aveva obbligato ad occuparsi di lui, come quando aveva accettato di prenderlo con sé, al villaggio.
«Non é un ragazzo come gli altri» ribatté confuso, evitando lo sguardo della donna.
Poi, tornando a sedersi, riprese parte della sua freddezza. Ancora una volta decise di seguire il suo istinto e di fidarsi di Mirja. Al punto in cui era – rifletté – non poteva fare altrimenti.
«Virgil non é un ragazzo qualsiasi. Qualcuno di molto potente vuole ucciderlo. Hanno inviato dei sicari e anche la razzia al villaggio é stata programmata per nascondere l'omicidio. Quei maledetti si sono serviti di me!»
Le ultime parole gli esplosero in gola rabbiose e furono sottolineate da un formidabile pugno sul tavolo, tanto che Mirja sobbalzò spaventata e i quattro uomini di guardia nel corridoio irruppero all'interno, con le spade sguainate. Bjorn si voltò, respirando selvaggiamente, pronto a fronteggiarli, ma Mirja si affrettò a fermarli con un cenno e a rimandarli indietro.
Quando i quattro ebbero lasciato la stanza, Mirja si affrettò a prendere la brocca d'argento e a versare del vino nei due bicchieri, prima che finissero in pezzi. Calmandosi a sua volta con quella semplice operazione, parlò a Bjorn con voce suadente.
«Calmati. Qui non c'é nessuno che vuole tradirti. Bevi un po' di vino e raccontami. A quanto pare qui c'é molto di più di un semplice naufragio.»
Bjorn, tornò a sedersi con un profondo sospiro, allungandosi per afferrare un bicchiere. Ne bevve un sorso, poi posò il bicchiere con cura, accarezzando il tavolo come per accertarsi di non averlo danneggiato. In penombra e adagiata sul suo cuscino, Mirja gli sorrise.
Allora Bjorn si mise a raccontare tutta la storia, con voce decisa, partendo dalla razzia per poi spiegare la lotta con i due sicari, il ritorno sulle navi, l'attacco a Virgil da parte del falso informatore, gesticolando e stringendo i pugni per sottolineare i punti più importanti, fino ad arrivare al momento della tempesta. Per finire mostrò il pendaglio a forma di aquila e lo posò sul tavolo di fonte a Mirja, che ascoltava con profondo interesse.
«Forse la tua locanda é il posto giusto per scoprire qualcosa di quel ragazzo – concluse Bjorn – forse Odino o qualche altro dio mi protegge davvero, se mi ha fatto arrivare fin qui. Se Virgil vale veramente un regno, potrebbe essere un affare anche per te.»
Mirja restò a guardarlo per qualche secondo, pensosa.
Poi si alzò per la prima volta e gli voltò le spalle, passandosi una mano tra i capelli e avvicinandosi ad una finestra, seminascosta dai pesanti tendaggi. Bjorn la guardava, dimenticando per un momento la sua situazione e limitandosi ad ammirare la donna. Era alta e snella, ma dalle forme piene e si muoveva con la grazia di una lince.
Mirja si soffermò a guardare attraverso le doghe di legno, verso il cortile sottostante.
«D'accordo – disse Mirja voltandosi dopo quella breve riflessione – non ti denuncerò come forse meriteresti, e cercheremo di scoprire qualcosa su quel ragazzo, che di certo non c'entra nulla con le tue sanguinarie imprese. Vedremo se c'é del vero in quello che dici.»
Bjorn si limitò ad annuire. Aveva guadagnato altro tempo.
Dopo il colloquio, Mirja lo aveva salutato bruscamente, sparendo dietro ad una tenda. Lui era stato ricondotto nella sua stanza da Anita, riapparsa silenziosamente alle sue spalle. Bjorn l'aveva seguita in preda ad un nervosismo crescente, sentendosi completamente in balia di quelle donne. Non che per i vichinghi fosse una novità: le donne avevano un ruolo sociale praticamente pari a quello dei maschi, nella loro terra. Sceglievano il marito, potevano lasciarlo quando volevano e pretendere indietro la dote, se era il caso. Inoltre, in assenza degli uomini, impegnati nelle scorrerie, gestivano tutte le proprietà della famiglia e si facevano valere con tutti. E ovviamente anche con i mariti, quando questi tornavano a casa senza un adeguato bottino, per quanto questi fossero guerrieri feroci e brutali.
Ma Mirja non era una donna vichinga... e Bjorn non aveva ancora una moglie, per cui non era certo abituato a lasciarsi comandare. Era lui il capo, di solito. Così mordeva il freno ed era pieno di rabbia per dover attendere le sue mosse e dipendere da lei in tutto, senza contare che era disarmato e praticamente prigioniero.
Naturalmente Anita si era accorta del suo stato d'animo e quando lo ricondusse alla sua camera gli chiese con un sorriso invitante se aveva bisogno di qualcosa per rilassarsi un po'. Un bagno caldo, magari, o un massaggio... o qualcos'altro.
Bjorn si limitò a grugnire, percorrendola con lo sguardo e lei prese la risposta per un sì, perché chiuse semplicemente la porta e si sfilò in sole due mosse la veste. Aveva la pelle liscia come la seta, rosea, e il suo corpo abbondava di tutto quello che può abbisognare ad un uomo per dimenticare le sue pene. Osservandolo amorevole come se fosse un bambino si accucciò davanti a lui posandogli le mani sulla cintura...
Due ore dopo, Bjorn si svegliò, trovandosi da solo sul letto sconvolto. Lo era anche lui, letteralmente svuotato dalle arti amatorie di Anita che, non ne aveva alcun dubbio, doveva essere una delle principali attrazioni della Locanda del Crocevia. Mentre riviveva nella mente le immagini e le sensazioni di poco prima, cercò di immaginare Mirja al posto di Anita. Fece un profondo sospiro mentre un brivido gli percorreva la schiena. No, lei avrebbe condotto il gioco in modo diverso... il suo corpo, era diverso; certo sarebbe stata una bella lotta, degna di un guerriero.
Si costrinse a pensare ad altro e si alzò barcollando un poco, cercando i vestiti che Anita, prima di andarsene, gli aveva sistemato ben piegati su uno sgabello. Il servizio era davvero completo. La testa gli pulsava e anche il costato gli doleva un poco. Anita sarebbe stata capace di assassinare un uomo senza spargere una goccia di sangue e, anzi, convincendolo di fargli un favore.
Bjorn e Mirja si allontanarono dal carro dell'egiziano camminando nell'ombra, certi che nessuno li avesse visti. Lei rimase silenziosa per un pezzo, ma quando arrivarono nel portico della locanda esplose sussurrando stizzita.
«Non potevi essere più gentile? In fondo gli abbiamo chiesto un favore. Può essere molto pericoloso per lui e certamente sarà faticoso.»
«Sono stato gentile – rispose lui – non gli ho torto il collo. Io non amo gli arabi. Quelli come lui hanno ucciso il fratello di mia madre e tutti i suoi uomini. Li hanno bruciati vivi.»
«Una razzia finita male, immagino» disse la donna con un sarcasmo che Bjorn non raccolse.
«E' accaduto anni fa in un luogo chiamato Siracusa. La spedizione aveva percorso migliaia di leghe e sulle rive di quei mari ci sono ricchezze senza fine. Gli arabi sono avidi.»
«Soprattutto perché volevano tenersi il loro oro, vero?»
«Anche loro l'avevano rubato ad altri. Noi vichinghi dividiamo con i nostri uomini il frutto delle razzie. Il loro capo voleva tenerlo tutto per sé. Io odio gli arabi.»
Mirja decise che non era il caso di discutere e tacque. Virgil non era più nel portico, così rientrarono in casa.
«Domattina, prima che parta, racconterai a Huamar tutto quello che sai del ragazzo e di come lo hai salvato al villaggio, durante la razzia - disse seccamente Mirja, lasciando Bjorn e infilandosi in una porta al pianoterra – Ogni cosa che potrà essergli utile. Poi aspetteremo che ci faccia sapere qualcosa. Goditi la mia ospitalità, ma cerca di non combinare guai.»
Lui si limitò a guardarla, mentre lei si chiudeva la porta alle spalle.
Finché, un pomeriggio, Anita venne ad avvertirlo che Mirja voleva vederlo.
Bjorn ne fu sorpreso e, benché lo desiderasse da tempo, per un momento si sentì agitato come un ragazzino che dovesse superare un difficile esame. Ma, con la corta barba ben rasata, i lunghi capelli biondi, le braghe di lana strette alla caviglia e una corta tunica senza maniche che gli fasciava l'ampio torace e il ventre scolpito e duro come il marmo, era nella sua forma migliore e lui non aveva paura di nessuno, tantomeno di una bella donna. Quindi si levò in tutta la sua altezza, gonfiando il petto, e annuì con un grugnito ad Anita, che lo stava guardando con uno sguardo inequivocabile e che distolse malvolentieri, seguendo poi la donna fuori della stanza.
Gli uomini armati lo guardarono passare con sguardo torvo. Nonostante fossero stati scelti tra i più robusti, il vichingo era più alto di loro di quasi tutta la testa e, sebbene fossero in quattro e ben armati, era evidente che la potenza dello straniero li intimoriva, tanto che tutti, istintivamente, portarono la mano alla spada o al pugnale. Lui li salutò sogghignando con un cenno del capo, avanzando con ostentata tranquillità guardandosi intorno. Una parte del corridoio aveva aperture che davano sul cortile, mascherate in parte da doghe di legno. Erano appena arrivate due carovane e, in basso, l'attività era frenetica, con un gran vociare di conducenti e di garzoni, versi di animali e nuvole di polvere.
Là sopra, però, i rumori giungevano ovattati e cessarono del tutto quando Bjorn varcò un pesante portone scolpito e rinforzato di ferro, entrando nell'alcova di Mirja.
Si ritrovò in una vasta stanza in penombra, profumata e arricchita da tappeti e pesanti tendaggi che coprivano le pareti. Mirja era seduta a gambe incrociate su un basso sedile imbottito, con alle spalle dei grossi cuscini e di fronte un largo tavolo di legno levigato e impreziosito sul bordo da fitti sculture intrecciate, con un sottomano di cuoio sottile. Sul tavolo, accanto al sottomano, era posato un pesante vassoio di argento pieno di frutta, una brocca con due bicchieri anch'essi di argento e molte pergamene arrotolate, un vasetto di porcellana pieno di inchiostro, diverse penne per scrivere e un sigillo con alcuni bastoncini di cera. Posato a terra c'era anche un grande abaco molto usato, con molte file di palline colorate. Sul sedile, vicino alla donna, era posato anche un pugnale dalla lunga lama sottile. Accanto al sedile un elegante forziere di mogano intarsiato di avorio e rinforzato da lamine di acciaio brunito.
Mirja lo aveva accolto in quello che era evidentemente il suo luogo di lavoro, dove lei si occupava dei suoi affari a faceva i suoi conti. Un modo per dire che anche Bjorn era una pratica da sbrigare e nulla di più.
Bjorn non si scompose e sorrise leggermente, ammirando la donna e sedendosi su uno sgabello imbottito, posto di fronte al tavolo.
Mirja era semplicemente splendida: il corpo ben tornito, la pelle liscia e abbronzata. I capelli corvini e morbidamente arricciati le cadevano levigati e lunghissimi sulle spalle, legati solo alla fine, e incorniciavano un viso largo dalla mascella decisa e un naso dritto e sottile. Le labbra carnose erano rosse, lucide e delineate da un filo più scuro e gli occhi, grandi e bruni, avevano un taglio allungato che sapeva di oriente e di vento della steppa. La fronte, sotto i capelli, era decorata da un disegno a volute intrecciate, fatte con l'henné.
Vestiva una larga tunica colorata di rosso, giallo e blu, a maniche corte al gomito, arricchita da fasce verticali fittamente ricamate con lo stesso disegno della fronte e serrata alla vita da una cintura fatta di fili d'oro e perline colorate. La sobria scollatura era decorata da una collana di monete d'oro e scaglie di ambra e dagli orecchi pendevano come orecchini alcuni sottili cerchi d'oro intrecciati. Sulla fronte i capelli erano stretti da una sottile fascia di stoffa rossa intessuta d'oro.
«Non ti ho detto di sederti» disse con voce gelida.
«Sì, ma sono ancora stanco e debole – rispose Bjorn con un sorriso che diceva tutto il contrario – non vorrei cadere a terra come un sacco vuoto e magari sporcare il tuo bel tappeto.»
Lei rimase un attimo a fissarlo, poi sospirò e decise di rilassarsi, trattenendo a stento un sorriso. Era impossibile anche per lei resistere al fascino di quel gigante biondo e forse era anche per questo che aveva aspettato tanto a lungo prima di incontrarlo di nuovo. Nonostante si sforzasse di restare fredda e distaccata, tutte le parole e le cautele che aveva deciso di seguire si dissolsero come neve al sole della primavera.
«A me sembri perfettamente guarito, invece. Anche tuo nipote sta bene, per cui penso che vorrete continuare il vostro pellegrinaggio » disse con ironia.
«Può darsi – rispose Bjorn, ricordando quello che gli aveva raccontato Virgil, appena si era svegliato – ma forse non é necessario, visto che la Vergine Maria mi ha già dimostrato il suo favore salvandomi dal naufragio. E poi mi ha fatto accogliere da te in questo bel luogo pieno di ogni comodità e bellezza. Sei stata il suo perfetto strumento e ti ringrazio.»
Le ultime parole erano state pronunciate da Bjorn con grande sincerità e confermate da un lieve inchino e questo non sfuggì a Mirja che ne rimase compiaciuta suo malgrado. Sospirò di nuovo e ancora una volta tutto quello che aveva in mente venne spazzato via.
«Non sei un pellegrino. Credo invece che tu sia un predone vichingo» affermò, non riuscendo a trattenere un accenno di ansia nella voce.
Bjorn era preparato ad un’accusa come quella e aveva preparato da tempo una difesa, ma davanti a Mirja si sorprese incapace di mentirle. Pensò che, da quello che aveva saputo di lei, la migliore difesa sarebbe stata la verità.
«Sì – rispose lui, senza esitare e guardandola negli occhi – sono capo di molti guerrieri forti e coraggiosi che non esiterebbero a combattere fino alla morte per difendere la donna che mi ha salvato la vita. E io li guiderei con tutte le mie forze. Da me non devi temere nulla.»
«Come posso crederti? Forse sei quello che ha distrutto Reda, il villaggio sul fiume, poche settimane fa. Hai ucciso donne e bambini! Voi normanni arrivate come lupi, distruggete, rubate e uccidete! Siete soltanto assassini!»
«Siamo uomini che combattono come tutti gli altri – rispose piccato Bjorn - lottiamo per vivere. Non abbiamo chiesto noi di nascere in una terra che ha solo neve e ghiaccio. Ogni inverno da noi si muore di fame e di freddo, lupi e orsi ci sbranano. Cosa possiamo fare se non prendere altrove quello che consente di sopravvivere?»
«Potreste commerciare. Vendere o offrire qualcosa come fanno tutti» rispose Mirja, ma lei stessa era poco convinta di quello che diceva e infatti Bjorn si alzò in piedi di scatto, battendosi il petto, esasperato.
«E cosa potremmo vendere o barattare? Noi mettiamo in gioco la nostra vita! Perché quelli che attacchiamo non si difendono con la stessa forza? Perché si sono rammolliti vivendo nell'abbondanza, curando le loro ricchezze piuttosto che il loro merito a possederle. Io non mi sento un assassino, ma un uomo che rischia per guadagnare la gloria, per dimostrare il suo valore. Io combatto in testa ai miei uomini; devo guadagnarmi il loro rispetto con il mio coraggio e non possiedo nulla che poi io non divida con loro!»
«Ma hai perso i tuoi uomini e le tue navi! Dunque non sei un capo di grande valore, come dici.»
«Non ho perso le mie navi – Bjorn rispose risentito – c'era la tempesta. Ho dovuto occuparmi del ragazzo... é caduto in acqua e io mi sono tuffato per riprenderlo.»
«Ti sei tuffato per salvarlo? - Mirja rispose sbalordita – Non posso crederlo! Non c'era nessuno che potesse farlo per te?»
Bjorn fissò Mirja sconcertato. In effetti, ripensandoci, si era comportato da stupido, buttandosi in acqua senza pensare alle conseguenze. E aveva abbandonato i suoi uomini, due navi... ma non aveva potuto sottrarsi. Nessun altro avrebbe capito... in qualche modo misterioso quel ragazzo lo aveva obbligato ad occuparsi di lui, come quando aveva accettato di prenderlo con sé, al villaggio.
«Non é un ragazzo come gli altri» ribatté confuso, evitando lo sguardo della donna.
Poi, tornando a sedersi, riprese parte della sua freddezza. Ancora una volta decise di seguire il suo istinto e di fidarsi di Mirja. Al punto in cui era – rifletté – non poteva fare altrimenti.
«Virgil non é un ragazzo qualsiasi. Qualcuno di molto potente vuole ucciderlo. Hanno inviato dei sicari e anche la razzia al villaggio é stata programmata per nascondere l'omicidio. Quei maledetti si sono serviti di me!»
Le ultime parole gli esplosero in gola rabbiose e furono sottolineate da un formidabile pugno sul tavolo, tanto che Mirja sobbalzò spaventata e i quattro uomini di guardia nel corridoio irruppero all'interno, con le spade sguainate. Bjorn si voltò, respirando selvaggiamente, pronto a fronteggiarli, ma Mirja si affrettò a fermarli con un cenno e a rimandarli indietro.
Quando i quattro ebbero lasciato la stanza, Mirja si affrettò a prendere la brocca d'argento e a versare del vino nei due bicchieri, prima che finissero in pezzi. Calmandosi a sua volta con quella semplice operazione, parlò a Bjorn con voce suadente.
«Calmati. Qui non c'é nessuno che vuole tradirti. Bevi un po' di vino e raccontami. A quanto pare qui c'é molto di più di un semplice naufragio.»
Bjorn, tornò a sedersi con un profondo sospiro, allungandosi per afferrare un bicchiere. Ne bevve un sorso, poi posò il bicchiere con cura, accarezzando il tavolo come per accertarsi di non averlo danneggiato. In penombra e adagiata sul suo cuscino, Mirja gli sorrise.
Allora Bjorn si mise a raccontare tutta la storia, con voce decisa, partendo dalla razzia per poi spiegare la lotta con i due sicari, il ritorno sulle navi, l'attacco a Virgil da parte del falso informatore, gesticolando e stringendo i pugni per sottolineare i punti più importanti, fino ad arrivare al momento della tempesta. Per finire mostrò il pendaglio a forma di aquila e lo posò sul tavolo di fonte a Mirja, che ascoltava con profondo interesse.
«Forse la tua locanda é il posto giusto per scoprire qualcosa di quel ragazzo – concluse Bjorn – forse Odino o qualche altro dio mi protegge davvero, se mi ha fatto arrivare fin qui. Se Virgil vale veramente un regno, potrebbe essere un affare anche per te.»
Mirja restò a guardarlo per qualche secondo, pensosa.
Poi si alzò per la prima volta e gli voltò le spalle, passandosi una mano tra i capelli e avvicinandosi ad una finestra, seminascosta dai pesanti tendaggi. Bjorn la guardava, dimenticando per un momento la sua situazione e limitandosi ad ammirare la donna. Era alta e snella, ma dalle forme piene e si muoveva con la grazia di una lince.
Mirja si soffermò a guardare attraverso le doghe di legno, verso il cortile sottostante.
«D'accordo – disse Mirja voltandosi dopo quella breve riflessione – non ti denuncerò come forse meriteresti, e cercheremo di scoprire qualcosa su quel ragazzo, che di certo non c'entra nulla con le tue sanguinarie imprese. Vedremo se c'é del vero in quello che dici.»
Bjorn si limitò ad annuire. Aveva guadagnato altro tempo.
Cap. 6
Huamar l'egiziano
Dopo il colloquio, Mirja lo aveva salutato bruscamente, sparendo dietro ad una tenda. Lui era stato ricondotto nella sua stanza da Anita, riapparsa silenziosamente alle sue spalle. Bjorn l'aveva seguita in preda ad un nervosismo crescente, sentendosi completamente in balia di quelle donne. Non che per i vichinghi fosse una novità: le donne avevano un ruolo sociale praticamente pari a quello dei maschi, nella loro terra. Sceglievano il marito, potevano lasciarlo quando volevano e pretendere indietro la dote, se era il caso. Inoltre, in assenza degli uomini, impegnati nelle scorrerie, gestivano tutte le proprietà della famiglia e si facevano valere con tutti. E ovviamente anche con i mariti, quando questi tornavano a casa senza un adeguato bottino, per quanto questi fossero guerrieri feroci e brutali.
Ma Mirja non era una donna vichinga... e Bjorn non aveva ancora una moglie, per cui non era certo abituato a lasciarsi comandare. Era lui il capo, di solito. Così mordeva il freno ed era pieno di rabbia per dover attendere le sue mosse e dipendere da lei in tutto, senza contare che era disarmato e praticamente prigioniero.
Naturalmente Anita si era accorta del suo stato d'animo e quando lo ricondusse alla sua camera gli chiese con un sorriso invitante se aveva bisogno di qualcosa per rilassarsi un po'. Un bagno caldo, magari, o un massaggio... o qualcos'altro.
Bjorn si limitò a grugnire, percorrendola con lo sguardo e lei prese la risposta per un sì, perché chiuse semplicemente la porta e si sfilò in sole due mosse la veste. Aveva la pelle liscia come la seta, rosea, e il suo corpo abbondava di tutto quello che può abbisognare ad un uomo per dimenticare le sue pene. Osservandolo amorevole come se fosse un bambino si accucciò davanti a lui posandogli le mani sulla cintura...
Due ore dopo, Bjorn si svegliò, trovandosi da solo sul letto sconvolto. Lo era anche lui, letteralmente svuotato dalle arti amatorie di Anita che, non ne aveva alcun dubbio, doveva essere una delle principali attrazioni della Locanda del Crocevia. Mentre riviveva nella mente le immagini e le sensazioni di poco prima, cercò di immaginare Mirja al posto di Anita. Fece un profondo sospiro mentre un brivido gli percorreva la schiena. No, lei avrebbe condotto il gioco in modo diverso... il suo corpo, era diverso; certo sarebbe stata una bella lotta, degna di un guerriero.
Si costrinse a pensare ad altro e si alzò barcollando un poco, cercando i vestiti che Anita, prima di andarsene, gli aveva sistemato ben piegati su uno sgabello. Il servizio era davvero completo. La testa gli pulsava e anche il costato gli doleva un poco. Anita sarebbe stata capace di assassinare un uomo senza spargere una goccia di sangue e, anzi, convincendolo di fargli un favore.
Fuori era scesa l'oscurità e attraverso le tende arrivavano i bagliori dei fuochi, accesi nel cortile interno e anche nella radura esterna, dove si radunavano i garzoni e i conducenti che non potevano essere ospitati all'interno della locanda.
Bjorn si era appena infilato la giubba quando sentì un leggero bussare alla porta. Entrò Virgil che gli disse che Mirja lo stava aspettando nel portico al piano terra. Era una cosa importante.
Bjorn seguì il ragazzo e si accorse che, all'esterno, non c'erano più i quattro uomini di guardia. Essere stato sincero con Mirja stava dando i suoi frutti.
Bjorn si era appena infilato la giubba quando sentì un leggero bussare alla porta. Entrò Virgil che gli disse che Mirja lo stava aspettando nel portico al piano terra. Era una cosa importante.
Bjorn seguì il ragazzo e si accorse che, all'esterno, non c'erano più i quattro uomini di guardia. Essere stato sincero con Mirja stava dando i suoi frutti.
Lui e il ragazzo scesero due piani di una lunga scalinata di legno, con le pareti istoriate, per entrare alla fine in un vasto locale al piano terra, arredato con lunghi tavoli pieni di gente che mangiava e beveva in un vociare assordante.
Diverse lanterne appese alle travi del soffitto illuminavano l'ambiente fumoso e intriso di mille odori nel quale le cameriere di Mirja si affrettavano a servire ai tavoli portando vassoi di carne arrostita, pesce, grosse zuppiere fumanti ed altro cibo. Erano appena arrivate due affollate carovane – spiegò Virgil – e i viaggiatori più ricchi compensavano con quella serata in compagnia i giorni trascorsi in freddi bivacchi all'aperto.
Molti mangiando già trattavano nuovi affari, le mani tastavano le cameriere, le donne ammiccavano ridendo, sullo sfondo una piccola orchestra suonava con liuti e sonagli; Mirja avrebbe avuto buoni utili quella settimana.
Bjorn pensò che la locanda doveva essere ogni mese più fruttuosa di una razzia e il pensiero non fece che accrescere la considerazione e il rispetto che aveva per quella donna, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Si limitò a sospirare e a seguire Virgil che, intanto, lo aveva afferrato per una mano e lo aveva trascinato all'esterno dalla parte del giardino, nel portico, dove questo si protendeva sopra l'acqua della piscina.
Lì, seduta su una poltrona sospesa con delle catene ad una trave del soffitto, c'era Mirja che si godeva il fresco della sera tenendosi sotto il naso un mazzetto di fiori profumati presi dal giardino. Era vestita come quando aveva incontrato Bjorn, ma ora aveva sulle spalle un largo scialle di lana grezza. Vedendo arrivare i due, sorrise a Virgil e si protese dalla sedia abbracciandolo leggermente e dandogli un bacio su una guancia. Il ragazzo si comportò come se fosse una cosa abituale, accarezzandola sul viso.
Bjorn rimase sconcertato da tanta familiarità. Comprese che nelle settimane passate alla locanda in attesa che Bjorn guarisse, Virgil doveva essersi fatto molte amiche, come del resto era successo con Bjorn che lo trattava più come un fratello minore che come un figlio. Di fatto era stato adottato da Mirja e dalle altre ospiti e questo era certamente un bene per la sua sicurezza.
Si limitò a sospirare e a seguire Virgil che, intanto, lo aveva afferrato per una mano e lo aveva trascinato all'esterno dalla parte del giardino, nel portico, dove questo si protendeva sopra l'acqua della piscina.
Lì, seduta su una poltrona sospesa con delle catene ad una trave del soffitto, c'era Mirja che si godeva il fresco della sera tenendosi sotto il naso un mazzetto di fiori profumati presi dal giardino. Era vestita come quando aveva incontrato Bjorn, ma ora aveva sulle spalle un largo scialle di lana grezza. Vedendo arrivare i due, sorrise a Virgil e si protese dalla sedia abbracciandolo leggermente e dandogli un bacio su una guancia. Il ragazzo si comportò come se fosse una cosa abituale, accarezzandola sul viso.
Bjorn rimase sconcertato da tanta familiarità. Comprese che nelle settimane passate alla locanda in attesa che Bjorn guarisse, Virgil doveva essersi fatto molte amiche, come del resto era successo con Bjorn che lo trattava più come un fratello minore che come un figlio. Di fatto era stato adottato da Mirja e dalle altre ospiti e questo era certamente un bene per la sua sicurezza.
Ma il pericolo che correva era esteso anche a chi lo proteggeva. Bjorn avrebbe saputo difendersi, ma che ne sarebbe stato di Mirja? E qual'era effettivamente il pericolo che avrebbero dovuto fronteggiare? Bisognava scoprirlo al più presto.
«Alla locanda c'é un uomo che potrebbe dirci qualcosa di Virgil » esordì Mirja, alzandosi per parlare sottovoce a Bjorn e spingendolo a passeggiare lungo il portico, allontanandosi dal ragazzo. Virgil aveva preso un bastone con il quale spingeva una piccola barca di legno che galleggiava nella vasca e non badava a loro.
«Chi é?»
«Un saltimbanco che percorre la regione con il suo carro – spiegò Mirja trastullandosi con i fiori – é un egiziano; un uomo notevole nella sua terra da cui é fuggito anni fa, ma che da noi deve fare il pagliaccio per sopravvivere.
«Alla locanda c'é un uomo che potrebbe dirci qualcosa di Virgil » esordì Mirja, alzandosi per parlare sottovoce a Bjorn e spingendolo a passeggiare lungo il portico, allontanandosi dal ragazzo. Virgil aveva preso un bastone con il quale spingeva una piccola barca di legno che galleggiava nella vasca e non badava a loro.
«Chi é?»
«Un saltimbanco che percorre la regione con il suo carro – spiegò Mirja trastullandosi con i fiori – é un egiziano; un uomo notevole nella sua terra da cui é fuggito anni fa, ma che da noi deve fare il pagliaccio per sopravvivere.
Io ho capito le sue pene e l'ho aiutato quando ne aveva bisogno, così si é affezionato a me. Si muove molto, parla molte lingue e conosce tutti... l'ideale per fare delle domande mantenendo il segreto su quelli a cui interessano le risposte.»
Bjorn annuì soddisfatto. Non aveva bisogno di insegnare nulla, a Mirja.
«E adesso, dov'è?»
«E' arrivato oggi con la carovana dell'est. Si é unito a loro per fare la stessa strada e condividere la protezione del numero. Ma non si mescola volentieri agli altri, se non per proporre i suoi numeri da circo durante le soste. L'ho visto oggi dalla finestra. Il suo carro é nel cortile. Credo che possiamo fidarci di lui.»
«Se ci tradirà, lo ucciderò.» rispose il vichingo.
Mirja fece cenno ad una delle sue donne di occuparsi di Virgil e quando questa toccò una spalla del ragazzino indicandogli Mirja, lui si voltò a guardarla salutandola con un cenno della mano. Mirja gli sorrise, prima di avviarsi con Bjorn verso il cortile.
«Sei come una madre, per lui» disse il vichingo, con un'ombra di ironia nella voce.
«Sì – ammise Mirja, con un'espressione di tenerezza – é veramente un bravo bambino . Dolce, serio e molto maturo per la sua età. »
Poi si girò a guardare Bjorn con un sogghigno. «Hai fatto bene a rischiare la vita per salvarlo. In effetti vale molto di più di una intera nave di vichinghi rozzi e ignoranti.»
Bjorn restò a guardarla perplesso, perché c'era qualcosa che non aveva capito del tutto. Ma Mirja camminava in fretta e lui si scosse affrettandosi per starle dietro.
Attraversarono tutto il cortile e infine trovarono un carro che si era sistemato in una zona un po' defilata ad una estremità, dietro la base allargata di una delle torri. Era un carro chiuso da viaggio piuttosto grande, con una struttura di legno e le pareti di vimini intrecciati che lo rendevano leggero e molto capiente. Alto e squadrato, con un tetto di legno arrotondato e decorato da una fascia dipinta a quadrati di colori vivaci. La cassetta di guida era protetta da una tettoia sporgente e da corte pareti di legno ai lati, decorate da intagli di foggia orientale. Era vecchio e usurato, ma ancora robusto e doveva essere trainato da due vecchi muli che ora erano sistemati sotto una tettoia con del fieno poco più in là. Accanto al carro c'era un fuoco acceso con due uomini seduti intorno, intenti a mangiare da scodelle di stagno.
Mirja si fermò nell'ombra di una tettoia per non farsi vedere, parlando sottovoce a Bjorn.
«Siamo stati fortunati. L'ho visto arrivare proprio oggi pomeriggio. Forse é un segno del destino. Vai tu, visto che non ti conoscono. Chiedi di Huamar, il loro padrone. Dev'essere nel carro. Fai mandare via i servi e avvertimi quando potrà ricevermi.»
Bjorn annuì e si diresse con passo deciso verso i due.
Appena lo vide, uno dei due si alzò di scatto, si stropicciò le mani per pulirsi dalla polvere e lo accolse con un inchino. Era un ragazzo giovane, con una gran massa di capelli ricci e vestito con un camicione di tela lungo fino ai polpacci.
Dalla sua postazione, Mirja vide Bjorn parlottare con il ragazzo che subito si diresse di corsa verso i due scalini sul retro del carro, seguito dal vichingo. Il ragazzo bussò ed entrò, per uscire poco dopo e far cenno a Bjorn di entrare a sua volta. Poi il ragazzo tornò accanto al fuoco, parlottando al compagno ancora seduto. I due si alzarono e si avviarono verso la locanda, passando a pochi passi da Mirja ma senza accorgersi di lei.
La donna rimase in attesa. Dopo pochi minuti, Bjorn si affacciò dalla porta del carro e le fece un cenno. Lei lasciò il suo rifugio d'ombra e attraversò rapidamente il tratto di cortile, entrando mentre Bjorn si scostava per farla passare, per poi richiudere la porta, dopo aver dato una rapida occhiata all'esterno. Ma nessuno aveva notato nulla.
L'interno del carro era angusto: le pareti erano tutte coperte da stretti scaffali con alti bordi per non far cadere le varie cassette di cui erano pieni. Su un lato, sotto una finestrella, c'era un tavolo su cui pendeva una lucerna penzolante dal soffitto con una catenella e dall'altro c'era una panca con un materasso sgualcito che faceva da letto e da sedile per il tavolo. C'era seduto un uomo di mezza età, magrissimo e basso di statura, con un fez in testa e che indossava solo una giubba di lana senza maniche e un paio di pantaloni ampi e legati al polpaccio. Vedendo Mirja si alzò subito e si avvicinò curvandosi in un inchino davanti alla donna che lo salutò cordiale, offrendogli ambedue le mani. Lui le strinse con le dita ossute come se fossero fragili come un fiore.
«Huamar, carissimo, sei proprio tu?» disse Mirja con un sorriso.
«Mirja, splendida visione, luna nel cielo stellato, oasi alla fine del deserto, che piacere vederti. Sei sempre più bella!»
«Sono venuta di sorpresa. Spero di non disturbarti.»
«Tu non disturberesti neanche se stessi parlando con un esercito di angeli, mia cara. Anzi, ne saresti la principessa. Sarei venuto a renderti omaggio domani, dopo essermi ripulito e reso presentabile. E' un grande onore che tu sia venuta di persona nella mia miserabile casa viaggiante. Cosa posso fare per te? E' una cosa urgente, immagino.»
Così dicendo, l'uomo aveva lanciato una fugace occhiata a Bjorn che assisteva alla scena in disparte, corrucciato ed evidentemente insofferente di tutti quei complimenti.
Inoltre nel carro si stava stretti e Bjorn era costretto a stare un po' curvo per via del tetto troppo basso per lui. Mirja sorrise rivolgendosi a Bjorn.
«Ti presento il mio amico e saggio Huamar, di Alessandria. E' un grande studioso egiziano, mago, indovino e artista che viene da molto lontano. Lui invece – continuò ora rivolgendosi all'egiziano – é... un mio caro amico che ha bisogno di un favore che io non riesco ad esaudire. Per questo vorrei chiedere il tuo aiuto.»
Huamar si avvicinò a Bjorn guardandolo con fare petulante, dal basso in alto. Il vichingo lo fissava come si guarda una rana viscida e fangosa quando si teme che ci salti nel piatto.
«Lieto di conoscerti, amico di Mirja - sussurrò Huamar, scrutando le mani e le braccia di Bjorn, ricche di cicatrici – non sono molti quelli che possono dire altrettanto, sai? Ma se sei amico di Mirja sei anche amico mio, senza ombra di dubbio.»
Bjorn si limitò ad annuire con un grugnito, stringendo gli occhi.
Huamar si affrettò a ritrarsi vicino a Mirja tornando a prenderle le mani, ma continuando a sbirciare Bjorn.
«Tutto quello che ho o che conosco é tuo, mia cara. Che aiuto vi serve?»
Mirja smise di sorridere e rispose con tono preoccupato verso Huamar, che l'ascoltava attentamente, sempre tenendole le mani.
«Abbiamo bisogno di avere notizie di un ragazzo che é ospitato alla mia locanda. Ha circa dieci anni e si chiama Virgil, ma probabilmente non é il suo vero nome. Qualcuno ha tentato più volte di ucciderlo ed é vivo grazie al coraggio e alla forza di questo guerriero – sia Mirja che Huamar si voltarono a guardare Bjorn – Dobbiamo sapere chi é, da dove viene e perché qualcuno vuole la sua vita. »
«E' un po' poco quello che mi dici, tesoro mio – disse Huamar – non puoi dirmi altro?»
Mirja fece un cenno a Bjorn e questi si tolse il pendaglio a forma di aquila che portava al collo, nascosto sotto la tunica, porgendolo all'egiziano.
«Portava questo pendaglio d'argento – spiegò la donna - viveva in povertà con un vecchio in un villaggio di pescatori... insieme a dei sosia, uno dei quali é morto al suo posto. Non sappiamo altro.»
«Un sosia – sussurrò l'egiziano stringendo gli occhi e osservando il pendaglio d'argento - non é un trucco da pescatori. Molto curioso.»
Quindi si avvicinò al tavolo afferrando un grosso disco trasparente incastonato in un supporto, con il quale tornò ad osservare il pendaglio che però era liscio e consunto e senza alcuna scritta o incisione. Il fatto appariva chiaramente perché, visto attraverso il disco, il pendaglio appariva più grande, tanto che Bjorn si chinò a vedere meglio, sbalordito.
«Ti stupisce? - commentò Huamar, divertito, voltandosi verso il vichingo – é una delle mie magie, che consente di vedere le cose più grandi di quello che sono. Ne ho molte altre; dopo, se vuoi, posso mostrartele.»
Poi tornò ad occuparsi del pendaglio posandolo sul tavolo sopra un foglio di pergamena sul quale, con rapidi gesti e uno stilo intinto nell'inchiostro, lo contornò trasferendone la forma sul foglio, in modo da averne un disegno perfetto. Quindi restituì il pendaglio a Bjorn.
«Questa copia sarà sufficiente per parlarne – disse – l'originale é meglio che resti a te. Dieci anni, avete detto... magari potessi tornare dieci anni indietro. Le mie ossa si farebbero sentire di meno. Non so nulla di un ragazzo come dici... devo chiedere in giro, inviare delle lettere... mi ci vorrà un po' di tempo, ma non potrò restare qui ad aspettare.»
Quindi si voltò tornando ad afferrare le mani di Mirja, parlandole affettuosamente.
«Hai fatto bene a venire qui senza farti vedere. E anche a chiedermi di allontanare i miei servi. Così solo noi tre sappiamo. Se il ragazzo é in pericolo, sei in pericolo anche tu che lo proteggi, e la locanda... nessuno deve sospettare che agisco per te. Devo andare via domani all'alba. Aspetterò notizie in qualche villaggio vicino e quando saprò qualcosa vi avvertirò. Intanto io e i miei assistenti lavoreremo ad una cosa che sto preparando per i miei spettacoli. Va bene, così?»
«Sì, Huamar, amico mio, va benissimo.» rispose Mirja con un sorriso.
«Mi servirà della stoffa. Molta stoffa leggera e tessuta molto fitta. Ne hai da vendermi?»
«Certo, Huamar. Tutta la stoffa che ti serve. Ma mi dispiace farti ripartire subito. Forse non é così urgente e puoi riposarti qualche giorno.»
Bjorn le lanciò un'occhiata furiosa che non sfuggì all'egiziano, che subito batté le mani e sorrise allegro, per alleggerire la tensione.
«No, no. Meglio farlo subito - disse - prenderò la stoffa e partiremo. Sono proprio contento di averti rivisto; il mondo é pericoloso e non é affatto scontato ritrovare dei vecchi amici dopo un lungo viaggio.»
Poi si rivolse a Bjorn, parlandogli con un atteggiamento di complicità:
«Vuoi vedere altre meraviglie? Guarda, guarda questo.»
E così dicendo prese da uno scaffale qualcosa che sembrava un foglio di carta ripiegato. Lui lo aprì rivelando la forma di una colomba appiattita, ritagliata su una carta oleosa. Mentre Bjorn e Mirja osservavano senza capire, lui staccò la lampada dal gancio sopra la testa posandola sul tavolo. Poi tolse il coperchio superiore della lampada e vi posò sopra la colomba di carta che, come per magia, si gonfiò rivelando di essere fatta di due parti simmetriche e incollate sui bordi. Gonfiandosi di aria calda, la colomba spiegò le ali, anch'esse gonfie d'aria, e cominciò a librarsi sopra la lampada trattenuta da una serie di cordicelle che Huamar teneva tra le dita. La colomba volava e si agitava e sbatteva anche le ali, sempre a causa dell'aria che, uscendo da fessure abilmente ritagliate alle estremità, la facevano ondeggiare simulando il volo. Un piccolo peso, poi, appeso al ventre della colomba e penzolante in basso, la teneva in equilibrio.
Bjorn e Mirja la osservano a bocca aperta, sorridendo stupiti come bambini.
«Grazie alla geometria– spiegò Huamar con l'aria di svelare un grande segreto – io calcolo il peso della colomba e il diverso peso dell'aria fredda della sera e quella calda generata dalla lampada. La geometria, l'algebra... e la magia di Archimede fanno sì che la colomba voli. E posso calcolare quanto peso può sopportare liberandola in volo e facendoglielo depositare all'interno di una piazza. E' uno spettacolo che piace. Sapeste quanti lo guardano a bocca aperta come voi quando lo faccio vedere durante le fiere o nei mercati. Credono che io sia un mago... e molti fanno offerte davanti a quello che non capiscono. L'ignorante preferisce pagare piuttosto che correre rischi. Ma a voi posso dirlo che non é magia... no, no, é solo studio e conoscenza! E guarda questo, Mirja. Guarda che meraviglia!»
E così dicendo tolse la colomba da sopra la lampada - provocando un moto di delusione in Bjorn che ne era rimasto veramente rapito – parlando rapidamente e curvandosi a sollevare il coperchio della cassapanca che gli fungeva da letto e sedile.
L'egiziano rovistò all'interno, che si intravvedeva pieno di libri e altri oggetti, estraendone un grosso cilindro di legno. Ne tolse un coperchio ad una estremità, estraendo dall'interno un lungo rotolo di pergamena ingiallita, che srotolò un poco. mostrandolo a Mirja con occhi brillanti. La pergamena era coperta di segni in una lingua sconosciuta.
«Sai cos'é questo? Gli “Elementi di Geometria” di Euclide, ed é mio. Una copia perfetta che proviene forse dalla stessa biblioteca di Alessandria, prima che quegli sconsiderati la distruggessero. Non é meraviglioso? Apparteneva ad un Califfo potente e io ho potuto comprarlo; io, Huamar Al Gafjr, costretto a fare il buffone e il saltimbanco per vivere, ho l'oggetto più prezioso del mondo. Non é strana e meravigliosa la vita?»
«Cos'é un libro?» rispose Bjorn, sospettoso.
L'egiziano lo fissò deluso, lanciando un'occhiata a Mirja, e poi chiudendo con un sospiro il cilindro di legno e consegnandolo alla donna.
«Posso darlo a te perché lo conservi? - chiese – La locanda é un luogo più sicuro del carro di un saltimbanco, anche se nessuno potrebbe immaginare che possiedo un simile tesoro. Ma nelle tue mani sarà più al sicuro. Io lo ricordo a memoria, ormai, ma se vorrò consultarlo di nuovo, ti verrò a trovare e troverò due tesori insieme.»
«Va bene, Huamar – rispose Mirja con un sorriso pieno di trasporto – ho poca dimestichezza con il greco, quindi non lo leggerò, ma lo terrò con ogni cura. Grazie per la fiducia.»
«Per me sono tutte sciocchezze - disse Bjorn, con la mascella contratta - devi trovare notizie del ragazzo. E' quella la cosa importante.»
«Certo, certo – mormorò Huamar rassegnato, ripiegando la colomba e rimettendola in una scatola sullo scaffale – partirò domani, te l'ho detto. Stanotte io e i miei aiutanti ci riposeremo e domani all'alba partiremo.»
Mirja strinse una mano di Huamar con le sue, guardandolo con gratitudine.
«Grazie, Huamar. Sii prudente. Ti attenderò con ansia.»
«Grazie a te del tuo favore e della tua fiducia, mia regina. Ci vorrà del tempo, ma qualunque cosa succeda, riuscirò nella mia ricerca, vedrai. Fidati di me.»
Poi l'egiziano si rivolge a Bjorn, salutandolo con un inchino. «E salute a te, nobile guerriero. Non conosco il tuo nome, però, mentre tu conosci il mio. Posso avere la tua fiducia fino in fondo?»
«Mi chiamo Bjorn Rasmussen – rispose il vichingo, con un'espressione torva – sono capo di molti e uccido tutti quelli che cercano di ingannarmi. Ricordalo bene!»
«Grazie agli dei ho buona memoria» rispose l'egiziano.
Bjorn annuì soddisfatto. Non aveva bisogno di insegnare nulla, a Mirja.
«E adesso, dov'è?»
«E' arrivato oggi con la carovana dell'est. Si é unito a loro per fare la stessa strada e condividere la protezione del numero. Ma non si mescola volentieri agli altri, se non per proporre i suoi numeri da circo durante le soste. L'ho visto oggi dalla finestra. Il suo carro é nel cortile. Credo che possiamo fidarci di lui.»
«Se ci tradirà, lo ucciderò.» rispose il vichingo.
Mirja fece cenno ad una delle sue donne di occuparsi di Virgil e quando questa toccò una spalla del ragazzino indicandogli Mirja, lui si voltò a guardarla salutandola con un cenno della mano. Mirja gli sorrise, prima di avviarsi con Bjorn verso il cortile.
«Sei come una madre, per lui» disse il vichingo, con un'ombra di ironia nella voce.
«Sì – ammise Mirja, con un'espressione di tenerezza – é veramente un bravo bambino . Dolce, serio e molto maturo per la sua età. »
Poi si girò a guardare Bjorn con un sogghigno. «Hai fatto bene a rischiare la vita per salvarlo. In effetti vale molto di più di una intera nave di vichinghi rozzi e ignoranti.»
Bjorn restò a guardarla perplesso, perché c'era qualcosa che non aveva capito del tutto. Ma Mirja camminava in fretta e lui si scosse affrettandosi per starle dietro.
Attraversarono tutto il cortile e infine trovarono un carro che si era sistemato in una zona un po' defilata ad una estremità, dietro la base allargata di una delle torri. Era un carro chiuso da viaggio piuttosto grande, con una struttura di legno e le pareti di vimini intrecciati che lo rendevano leggero e molto capiente. Alto e squadrato, con un tetto di legno arrotondato e decorato da una fascia dipinta a quadrati di colori vivaci. La cassetta di guida era protetta da una tettoia sporgente e da corte pareti di legno ai lati, decorate da intagli di foggia orientale. Era vecchio e usurato, ma ancora robusto e doveva essere trainato da due vecchi muli che ora erano sistemati sotto una tettoia con del fieno poco più in là. Accanto al carro c'era un fuoco acceso con due uomini seduti intorno, intenti a mangiare da scodelle di stagno.
Mirja si fermò nell'ombra di una tettoia per non farsi vedere, parlando sottovoce a Bjorn.
«Siamo stati fortunati. L'ho visto arrivare proprio oggi pomeriggio. Forse é un segno del destino. Vai tu, visto che non ti conoscono. Chiedi di Huamar, il loro padrone. Dev'essere nel carro. Fai mandare via i servi e avvertimi quando potrà ricevermi.»
Bjorn annuì e si diresse con passo deciso verso i due.
Appena lo vide, uno dei due si alzò di scatto, si stropicciò le mani per pulirsi dalla polvere e lo accolse con un inchino. Era un ragazzo giovane, con una gran massa di capelli ricci e vestito con un camicione di tela lungo fino ai polpacci.
Dalla sua postazione, Mirja vide Bjorn parlottare con il ragazzo che subito si diresse di corsa verso i due scalini sul retro del carro, seguito dal vichingo. Il ragazzo bussò ed entrò, per uscire poco dopo e far cenno a Bjorn di entrare a sua volta. Poi il ragazzo tornò accanto al fuoco, parlottando al compagno ancora seduto. I due si alzarono e si avviarono verso la locanda, passando a pochi passi da Mirja ma senza accorgersi di lei.
La donna rimase in attesa. Dopo pochi minuti, Bjorn si affacciò dalla porta del carro e le fece un cenno. Lei lasciò il suo rifugio d'ombra e attraversò rapidamente il tratto di cortile, entrando mentre Bjorn si scostava per farla passare, per poi richiudere la porta, dopo aver dato una rapida occhiata all'esterno. Ma nessuno aveva notato nulla.
L'interno del carro era angusto: le pareti erano tutte coperte da stretti scaffali con alti bordi per non far cadere le varie cassette di cui erano pieni. Su un lato, sotto una finestrella, c'era un tavolo su cui pendeva una lucerna penzolante dal soffitto con una catenella e dall'altro c'era una panca con un materasso sgualcito che faceva da letto e da sedile per il tavolo. C'era seduto un uomo di mezza età, magrissimo e basso di statura, con un fez in testa e che indossava solo una giubba di lana senza maniche e un paio di pantaloni ampi e legati al polpaccio. Vedendo Mirja si alzò subito e si avvicinò curvandosi in un inchino davanti alla donna che lo salutò cordiale, offrendogli ambedue le mani. Lui le strinse con le dita ossute come se fossero fragili come un fiore.
«Huamar, carissimo, sei proprio tu?» disse Mirja con un sorriso.
«Mirja, splendida visione, luna nel cielo stellato, oasi alla fine del deserto, che piacere vederti. Sei sempre più bella!»
«Sono venuta di sorpresa. Spero di non disturbarti.»
«Tu non disturberesti neanche se stessi parlando con un esercito di angeli, mia cara. Anzi, ne saresti la principessa. Sarei venuto a renderti omaggio domani, dopo essermi ripulito e reso presentabile. E' un grande onore che tu sia venuta di persona nella mia miserabile casa viaggiante. Cosa posso fare per te? E' una cosa urgente, immagino.»
Così dicendo, l'uomo aveva lanciato una fugace occhiata a Bjorn che assisteva alla scena in disparte, corrucciato ed evidentemente insofferente di tutti quei complimenti.
Inoltre nel carro si stava stretti e Bjorn era costretto a stare un po' curvo per via del tetto troppo basso per lui. Mirja sorrise rivolgendosi a Bjorn.
«Ti presento il mio amico e saggio Huamar, di Alessandria. E' un grande studioso egiziano, mago, indovino e artista che viene da molto lontano. Lui invece – continuò ora rivolgendosi all'egiziano – é... un mio caro amico che ha bisogno di un favore che io non riesco ad esaudire. Per questo vorrei chiedere il tuo aiuto.»
Huamar si avvicinò a Bjorn guardandolo con fare petulante, dal basso in alto. Il vichingo lo fissava come si guarda una rana viscida e fangosa quando si teme che ci salti nel piatto.
«Lieto di conoscerti, amico di Mirja - sussurrò Huamar, scrutando le mani e le braccia di Bjorn, ricche di cicatrici – non sono molti quelli che possono dire altrettanto, sai? Ma se sei amico di Mirja sei anche amico mio, senza ombra di dubbio.»
Bjorn si limitò ad annuire con un grugnito, stringendo gli occhi.
Huamar si affrettò a ritrarsi vicino a Mirja tornando a prenderle le mani, ma continuando a sbirciare Bjorn.
«Tutto quello che ho o che conosco é tuo, mia cara. Che aiuto vi serve?»
Mirja smise di sorridere e rispose con tono preoccupato verso Huamar, che l'ascoltava attentamente, sempre tenendole le mani.
«Abbiamo bisogno di avere notizie di un ragazzo che é ospitato alla mia locanda. Ha circa dieci anni e si chiama Virgil, ma probabilmente non é il suo vero nome. Qualcuno ha tentato più volte di ucciderlo ed é vivo grazie al coraggio e alla forza di questo guerriero – sia Mirja che Huamar si voltarono a guardare Bjorn – Dobbiamo sapere chi é, da dove viene e perché qualcuno vuole la sua vita. »
«E' un po' poco quello che mi dici, tesoro mio – disse Huamar – non puoi dirmi altro?»
Mirja fece un cenno a Bjorn e questi si tolse il pendaglio a forma di aquila che portava al collo, nascosto sotto la tunica, porgendolo all'egiziano.
«Portava questo pendaglio d'argento – spiegò la donna - viveva in povertà con un vecchio in un villaggio di pescatori... insieme a dei sosia, uno dei quali é morto al suo posto. Non sappiamo altro.»
«Un sosia – sussurrò l'egiziano stringendo gli occhi e osservando il pendaglio d'argento - non é un trucco da pescatori. Molto curioso.»
Quindi si avvicinò al tavolo afferrando un grosso disco trasparente incastonato in un supporto, con il quale tornò ad osservare il pendaglio che però era liscio e consunto e senza alcuna scritta o incisione. Il fatto appariva chiaramente perché, visto attraverso il disco, il pendaglio appariva più grande, tanto che Bjorn si chinò a vedere meglio, sbalordito.
«Ti stupisce? - commentò Huamar, divertito, voltandosi verso il vichingo – é una delle mie magie, che consente di vedere le cose più grandi di quello che sono. Ne ho molte altre; dopo, se vuoi, posso mostrartele.»
Poi tornò ad occuparsi del pendaglio posandolo sul tavolo sopra un foglio di pergamena sul quale, con rapidi gesti e uno stilo intinto nell'inchiostro, lo contornò trasferendone la forma sul foglio, in modo da averne un disegno perfetto. Quindi restituì il pendaglio a Bjorn.
«Questa copia sarà sufficiente per parlarne – disse – l'originale é meglio che resti a te. Dieci anni, avete detto... magari potessi tornare dieci anni indietro. Le mie ossa si farebbero sentire di meno. Non so nulla di un ragazzo come dici... devo chiedere in giro, inviare delle lettere... mi ci vorrà un po' di tempo, ma non potrò restare qui ad aspettare.»
Quindi si voltò tornando ad afferrare le mani di Mirja, parlandole affettuosamente.
«Hai fatto bene a venire qui senza farti vedere. E anche a chiedermi di allontanare i miei servi. Così solo noi tre sappiamo. Se il ragazzo é in pericolo, sei in pericolo anche tu che lo proteggi, e la locanda... nessuno deve sospettare che agisco per te. Devo andare via domani all'alba. Aspetterò notizie in qualche villaggio vicino e quando saprò qualcosa vi avvertirò. Intanto io e i miei assistenti lavoreremo ad una cosa che sto preparando per i miei spettacoli. Va bene, così?»
«Sì, Huamar, amico mio, va benissimo.» rispose Mirja con un sorriso.
«Mi servirà della stoffa. Molta stoffa leggera e tessuta molto fitta. Ne hai da vendermi?»
«Certo, Huamar. Tutta la stoffa che ti serve. Ma mi dispiace farti ripartire subito. Forse non é così urgente e puoi riposarti qualche giorno.»
Bjorn le lanciò un'occhiata furiosa che non sfuggì all'egiziano, che subito batté le mani e sorrise allegro, per alleggerire la tensione.
«No, no. Meglio farlo subito - disse - prenderò la stoffa e partiremo. Sono proprio contento di averti rivisto; il mondo é pericoloso e non é affatto scontato ritrovare dei vecchi amici dopo un lungo viaggio.»
Poi si rivolse a Bjorn, parlandogli con un atteggiamento di complicità:
«Vuoi vedere altre meraviglie? Guarda, guarda questo.»
E così dicendo prese da uno scaffale qualcosa che sembrava un foglio di carta ripiegato. Lui lo aprì rivelando la forma di una colomba appiattita, ritagliata su una carta oleosa. Mentre Bjorn e Mirja osservavano senza capire, lui staccò la lampada dal gancio sopra la testa posandola sul tavolo. Poi tolse il coperchio superiore della lampada e vi posò sopra la colomba di carta che, come per magia, si gonfiò rivelando di essere fatta di due parti simmetriche e incollate sui bordi. Gonfiandosi di aria calda, la colomba spiegò le ali, anch'esse gonfie d'aria, e cominciò a librarsi sopra la lampada trattenuta da una serie di cordicelle che Huamar teneva tra le dita. La colomba volava e si agitava e sbatteva anche le ali, sempre a causa dell'aria che, uscendo da fessure abilmente ritagliate alle estremità, la facevano ondeggiare simulando il volo. Un piccolo peso, poi, appeso al ventre della colomba e penzolante in basso, la teneva in equilibrio.
Bjorn e Mirja la osservano a bocca aperta, sorridendo stupiti come bambini.
«Grazie alla geometria– spiegò Huamar con l'aria di svelare un grande segreto – io calcolo il peso della colomba e il diverso peso dell'aria fredda della sera e quella calda generata dalla lampada. La geometria, l'algebra... e la magia di Archimede fanno sì che la colomba voli. E posso calcolare quanto peso può sopportare liberandola in volo e facendoglielo depositare all'interno di una piazza. E' uno spettacolo che piace. Sapeste quanti lo guardano a bocca aperta come voi quando lo faccio vedere durante le fiere o nei mercati. Credono che io sia un mago... e molti fanno offerte davanti a quello che non capiscono. L'ignorante preferisce pagare piuttosto che correre rischi. Ma a voi posso dirlo che non é magia... no, no, é solo studio e conoscenza! E guarda questo, Mirja. Guarda che meraviglia!»
E così dicendo tolse la colomba da sopra la lampada - provocando un moto di delusione in Bjorn che ne era rimasto veramente rapito – parlando rapidamente e curvandosi a sollevare il coperchio della cassapanca che gli fungeva da letto e sedile.
L'egiziano rovistò all'interno, che si intravvedeva pieno di libri e altri oggetti, estraendone un grosso cilindro di legno. Ne tolse un coperchio ad una estremità, estraendo dall'interno un lungo rotolo di pergamena ingiallita, che srotolò un poco. mostrandolo a Mirja con occhi brillanti. La pergamena era coperta di segni in una lingua sconosciuta.
«Sai cos'é questo? Gli “Elementi di Geometria” di Euclide, ed é mio. Una copia perfetta che proviene forse dalla stessa biblioteca di Alessandria, prima che quegli sconsiderati la distruggessero. Non é meraviglioso? Apparteneva ad un Califfo potente e io ho potuto comprarlo; io, Huamar Al Gafjr, costretto a fare il buffone e il saltimbanco per vivere, ho l'oggetto più prezioso del mondo. Non é strana e meravigliosa la vita?»
«Cos'é un libro?» rispose Bjorn, sospettoso.
L'egiziano lo fissò deluso, lanciando un'occhiata a Mirja, e poi chiudendo con un sospiro il cilindro di legno e consegnandolo alla donna.
«Posso darlo a te perché lo conservi? - chiese – La locanda é un luogo più sicuro del carro di un saltimbanco, anche se nessuno potrebbe immaginare che possiedo un simile tesoro. Ma nelle tue mani sarà più al sicuro. Io lo ricordo a memoria, ormai, ma se vorrò consultarlo di nuovo, ti verrò a trovare e troverò due tesori insieme.»
«Va bene, Huamar – rispose Mirja con un sorriso pieno di trasporto – ho poca dimestichezza con il greco, quindi non lo leggerò, ma lo terrò con ogni cura. Grazie per la fiducia.»
«Per me sono tutte sciocchezze - disse Bjorn, con la mascella contratta - devi trovare notizie del ragazzo. E' quella la cosa importante.»
«Certo, certo – mormorò Huamar rassegnato, ripiegando la colomba e rimettendola in una scatola sullo scaffale – partirò domani, te l'ho detto. Stanotte io e i miei aiutanti ci riposeremo e domani all'alba partiremo.»
Mirja strinse una mano di Huamar con le sue, guardandolo con gratitudine.
«Grazie, Huamar. Sii prudente. Ti attenderò con ansia.»
«Grazie a te del tuo favore e della tua fiducia, mia regina. Ci vorrà del tempo, ma qualunque cosa succeda, riuscirò nella mia ricerca, vedrai. Fidati di me.»
Poi l'egiziano si rivolge a Bjorn, salutandolo con un inchino. «E salute a te, nobile guerriero. Non conosco il tuo nome, però, mentre tu conosci il mio. Posso avere la tua fiducia fino in fondo?»
«Mi chiamo Bjorn Rasmussen – rispose il vichingo, con un'espressione torva – sono capo di molti e uccido tutti quelli che cercano di ingannarmi. Ricordalo bene!»
«Grazie agli dei ho buona memoria» rispose l'egiziano.
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Bjorn e Mirja si allontanarono dal carro dell'egiziano camminando nell'ombra, certi che nessuno li avesse visti. Lei rimase silenziosa per un pezzo, ma quando arrivarono nel portico della locanda esplose sussurrando stizzita.
«Non potevi essere più gentile? In fondo gli abbiamo chiesto un favore. Può essere molto pericoloso per lui e certamente sarà faticoso.»
«Sono stato gentile – rispose lui – non gli ho torto il collo. Io non amo gli arabi. Quelli come lui hanno ucciso il fratello di mia madre e tutti i suoi uomini. Li hanno bruciati vivi.»
«Una razzia finita male, immagino» disse la donna con un sarcasmo che Bjorn non raccolse.
«E' accaduto anni fa in un luogo chiamato Siracusa. La spedizione aveva percorso migliaia di leghe e sulle rive di quei mari ci sono ricchezze senza fine. Gli arabi sono avidi.»
«Soprattutto perché volevano tenersi il loro oro, vero?»
«Anche loro l'avevano rubato ad altri. Noi vichinghi dividiamo con i nostri uomini il frutto delle razzie. Il loro capo voleva tenerlo tutto per sé. Io odio gli arabi.»
Mirja decise che non era il caso di discutere e tacque. Virgil non era più nel portico, così rientrarono in casa.
«Domattina, prima che parta, racconterai a Huamar tutto quello che sai del ragazzo e di come lo hai salvato al villaggio, durante la razzia - disse seccamente Mirja, lasciando Bjorn e infilandosi in una porta al pianoterra – Ogni cosa che potrà essergli utile. Poi aspetteremo che ci faccia sapere qualcosa. Goditi la mia ospitalità, ma cerca di non combinare guai.»
Lui si limitò a guardarla, mentre lei si chiudeva la porta alle spalle.
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