Il portatore dell'aquila - Cap. 31 e 32

Cap. 31
Una belva dura a morire



Trekkar si svegliò bruscamente, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati, incapace per un momento di capire dove si trovava. Come le altre volte, quando finalmente era arrivato, il sonno era stato profondissimo e senza sogni. Una caduta nel nulla, simile alla morte.

Sentì un clamore lontano e tentò di alzarsi, ma era spossato e i muscoli si rifiutarono di ubbidirgli. Si costrinse ad aspettare, respirando forte per svegliare tutto il corpo oltre alla mente, e così riuscì a sollevarsi comprendendo alla fine dove si trovava.

I clamori continuavano e si sentivano chiaramente urla e cozzare di spade. Si svegliò del tutto indossando una vestaglia ed uscendo nell'anticamera trovandovi i due soldati di guardia, armati di scudo e lancia, che lo guardavano smarriti, indecisi su cosa fare: abbandonare il loro re e andare a vedere cosa succedeva, o restare in attesa?

«Andate a vedere che succede, sciocchi! - decise il re per loro – Date l'allarme!»

I due corsero via verso la porta che dava sul salone, seguiti da Trekkar, aprendola e sparendo oltre. Subito si sentirono delle urla e quando Trekkar varcò a sua volta la soglia ed entrò nella sala vide i due soldati che stavano combattendo contro due intrusi che non aveva mai visto prima.


«»


Bjorn vide Trekkar affacciarsi alla porta mentre parava un colpo di lancia dell'avversario che gli si era avventato contro. Riuscì a colpire l'asta di lato e a deviare il colpo ma non poté evitare lo scontro violento con lo scudo il cui bordo lo colpì alla mascella con violenza. Resistette al dolore e, concentrandosi sul suo avversario riuscì ad afferrare lo scudo con una mano impedendo che l'altro arretrasse per usare di nuovo la lancia. L'uomo lasciò cadere l'asta e tentò di estrarre la spada, ma Bjorn gli strattonò lo scudo costringendolo a girarsi e quindi lo colpì sul fianco indifeso. L'uomo lanciò un urlo fortissimo mentre le gambe gli si piegavano. Un secondo fendente di Bjorn dall'alto gli spaccò l'elmo e il cranio.

Mentre uccideva il suo avversario, Bjorn continuava a seguire Trekkar con la coda dell'occhio, riflettendo velocemente se era lui quello che cercava. Non lo aveva mai visto, ma si ricordava la descrizione che ne aveva fatto Nita, nel carro.

Era lui, non c'era dubbio. Scavalcò il cadavere dell'avversario e puntò su Trekkar che, intanto, non era scappato, benché fosse disarmato, ma si era avvicinato al tavolo e aveva aperto una scatola di legno che vi si trovava sopra.

Bjorn si avvicinò e Trekkar, con in mano qualcosa, si dispose dall'altro lato del grande braciere acceso, spostandosi man mano che si spostava Bjorn, in modo da tenere il braciere sempre a difesa tra i due.

Intanto, anche Ursea, il compagno di Bjorn, si era liberato del suo avversario, distruggendo lui e lo scudo con un terribile colpo di ascia, e si stava avvicinando al braciere per attaccare Trekkar da un altro lato, ma questi all'improvviso gettò qualcosa nei carboni ardenti che sviluppò una grande vampata e uno sbuffo di fumo.

Le fiamme e una specie di sabbia rovente colpirono i due vichinghi che sentirono il viso infiammarsi, bruciato da mille aghi dolorosi, mentre il fumo acre riempiva loro la gola.

Approfittando del loro attimo di smarrimento, Trekkar si era allontanato dal braciere, raggiungendo una panoplia di armi, spade, pugnali e lance, che era affissa ad una parete, vicino alla finestra, e impugnando una lunga lancia. Stranamente, però, non si lanciò sui due vichinghi, ma rimase in attesa, con la testa protesa verso l'apertura della finestra, come in cerca di aria pura.

Bjorn si pulì gli occhi lacrimanti , trattenendo Ursea per un braccio, visto che questi aveva abbandonato l'ascia per portare le mani al volto per coprirsi gli occhi. L'uomo urlava di dolore e barcollava e sarebbe caduto contro il braciere, se Bjorn non l'avesse trattenuto.

Poi, vedendo che il compagno si era inginocchiato e non rischiava più di cadere, Bjorn tornò a puntare Trekkar ma, appena fece per avanzare, da dietro il braciere spuntò qualcosa che lo fece sobbalzare spaventato: un enorme serpente grosso come la coscia di un uomo e coperto di orribili squame dall'aspetto tagliente. La testa era lunga più di un metro e dotata sulla nuca di una coda di peli come quelli di un cavallo. Dove strisciava sul pavimento, il serpente lasciava una scia di bava verdastra.

Bjorn arretrò di scatto, evitando un morso della testa mostruosa che era scattata verso di lui orribilmente spalancata, mostrando denti lunghissimi e affilati come pugnali.

Bjorn aveva un atavico terrore dei serpenti che, secondo le leggende dei navigatori norvegesi, infestavano il mare assalendo spesso le navi isolate e trascinandole a fondo avvolgendoli con le loro spire. Da bambino aveva sentito dozzine di tali racconti intorno al fuoco, e lui stesso, diventato adulto e marinaio, aveva avvistato, o creduto di vedere, più di uno di questi mostri tra onde e gli spruzzi ghiacciati di qualche tempesta. Ora, incredibilmente, una di quelle orribili bestie era di fronte a lui, servo di Trekkar e da lui ammaestrato per difenderlo.

Il serpente si lanciò in un altro attacco e Bjorn fu costretto ad arretrare ancora tentando confusamente di difendersi con la spada. La bava del serpente gli schizzò su un braccio che subito cominciò a bruciare con un dolore lancinante. Dove era stata colpita, la pelle fumava coprendosi di piaghe.

Per un attimo, Bjorn fu sopraffatto dalla disperazione. Mai avrebbe pensato di dover combattere contro un simile nemico. Aveva dunque sbagliato tutto? Trekkar era davvero invincibile e mago come dicevano? La sua presunzione di poterlo combattere sarebbe costata non solo la sua vita, ma anche quella di Mirja e di tutti i suoi amici.

Tuttavia lo sconforto durò solo qualche attimo perché, se c'erano stati dei dubbi sull'esattezza delle sue previsioni, non ce n'era alcuno sul fatto che non si sarebbe arreso facilmente.

Si concentrò quindi nuovamente con tutto il suo essere, dimenticando il dolore al braccio e continuando a schivare gli attacchi del mostro che lo incalzava e ad arretrare cercando di colpire la testa con la spada, ma il serpente sembrava non sentire i colpi e avanzava srotolandosi spaventosamente sul pavimento.

Mentre schivava i morsi del serpente, che lo aveva spinto quasi con le spalle al muro, Bjorn sentì Ursea urlare terrorizzato, portandosi le mani al collo e dimenandosi come se una bestia feroce lo avesse azzannato.

In quel momento, Trekkar sollevò la lancia e allontanandosi dalla finestra, puntò decisamente sul vichingo, piantandogli la lancia nel ventre.

Bjorn urlò imbestialito nel vedere il compagno trafitto, e si lanciò in avanti incurante del serpente che però, stranamente, era sparito, forse infilandosi in qualche buco segreto. Bjorn si scagliò furioso verso Trekkar che, vedendolo, era arretrato tornando verso la finestra. Bjorn lo aveva quasi raggiunto quando un'altra figura si materializzò davanti a lui, un uomo possente coperto di ferro, armato di mazza e protetto da un lungo scudo.

Bjorn si lanciò istintivamente di lato, accucciandosi per evitare il colpo che l'altro gli aveva sferrato. Cadde a terra, ma subito si rialzò controllando l'avversario che si era girato e puntava nuovamente su di lui alzando nuovamente quella terribile arma contro la quale, Bjorn lo sapeva, avrebbe dovuto avere uno scudo come quello del suo avversario.

La mazza dotata di micidiali spuntoni di ferro calò su di lui e Bjorn solo per miracolo riuscì a deviare il colpo colpendola con la spada. Ma il manico era bordato di metallo e la lama lo aveva appena scalfito. L'avversario continuò ad avanzare implacabile; il peso dell'armatura lo rendeva più lento di Bjorn, ma spaventosamente efficace. Per un attimo, mentre caricava un altro colpo, spostò lo scudo e Bjorn lo vide in faccia.

Aveva un elmo di acciaio che gli copriva in parte le gote, con un lungo paranaso mobile collegato ad una vite sulla fonte. Gli occhi erano incavati e iniettati di sangue. Il naso aquilino, due baffi neri e spioventi. Bjorn trasalì perché aveva già visto quell'uomo molto tempo prima. Lui stesso lo aveva ucciso!

Era proprio lui, non c'era dubbio. Adesso gli sembrava di vedere anche la fenditura sull'elmo dovuta al colpo d'ascia che Bjorn era riuscito a sferrargli dopo una lotta durissima in cui aveva creduto di dover morire.

Lui e altri compagni erano sbarcati per rifornirsi d'acqua ed erano stati attaccati dalla guarnigione di un forte di vedetta che era nascosto tra le rocce. Uomini induriti da un lungo isolamento che avevano aspettato a lungo la loro occasione e che in quell'imboscata vedevano il mezzo per tornare tra i loro simili da eroi. Bjorn era molto più giovane, allora, e anche inesperto e la lotta con quell'uomo fu davvero all'ultimo sangue. Alla fine ne aveva avuto ragione... e ora se lo ritrovava di nuovo di fronte. Per molti notti Bjorn aveva sognato e rivissuto quella battaglia e ogni volta si era svegliato madido di sudore e con il terrore della morte. Com'era possibile? Quale stregoneria possedeva Trekkar, da riuscire a risuscitare i morti e farli combattere al suo posto?

L'avversario caricò di nuovo calando un colpo che colpì Bjorn di striscio su un braccio causandogli un dolore bruciante mentre il sangue cominciò ad uscire copioso. Tuttavia il vichingo riusciva ugualmente a muovere la spada, con la quale riuscì a colpire ripetutamente lo scudo e l'elmo dell'avversario. Ma questi, pur arretrando, sembrava non sentire i colpi. Anzi, sembrava sdoppiarsi... a volte i guerrieri sembravano essere due! Due furie gemelle che volevano solo vendicarsi. Non poteva che essere un'allucinazione, che però era dura come il ferro e poteva fracassargli la testa con la mazza.

L'uomo con lo scudo tornò ad essere uno, ma alle sue spalle apparve una nuova figura che atterrì Bjorn, facendogli rizzare i capelli sulla nuca: stesa sul tavolo c'era la figura diafana di Mirja, morta, con un pugnale infisso nel petto e il serpente che si avvicinava a lei aprendo la bocca mostruosa. Bjorn si sentì trafitto al petto da un dolore lancinante. Ma il guerriero coperto di ferro lo incalzava e Bjorn era costretto ad arretrare sommerso dall'angoscia. Mirja morta e lui stesso prossimo a morire... tutto era perduto. Lanciò un'occhiata disperata a Trekkar che, dopo aver colpito l'altro vichingo con la lancia, era tornato vicino alla finestra, allungando la testa verso l'esterno come per ricercare di nuovo aria pura. La stanza era infatti invasa dal fumo acre che arrivava dal braciere. Era questo che Trekkar cercava di evitare? Eppure non sembrava così soffocante, anche se...

L'intuizione arrivò come un lampo nella mente di Bjorn: non respirare! Ecco cosa stava facendo Trekkar, cercava di non respirare i vapori che venivano dal braciere. Ed era quello che gli aveva sussurrato il vecchio nella prigione prima di morire! Non si riferiva a se stesso, ma era l'ultimo avvertimento che voleva dare a chi cercava di aiutarlo. Non respirare, se non vuoi cadere nella trappola di quel maledetto!

Quel vapore infernale, dovuto alla polvere misteriosa lanciata da Trekkar nel fuoco, doveva essere la causa di quello che Bjorn stava vedendo e non riusciva a capire. Allucinazioni generate dal fumo... ecco perché vedeva animali incredibili e vecchi avversari. Riviveva i suoi incubi peggiori, destinati a distrarlo mentre Trekkar cercava il momento buono per colpirlo, come aveva fatto con il suo compagno.

Bjorn lanciò un urlo terribile e, incurante di mazze ferrate e denti laceranti, si lanciò in avanti verso gli avversari, uomini e bestie che lo stringevano sempre di più, attraversandoli come nebbia, mentre anche il sangue sul braccio si dissolveva nel nulla, insieme al dolore.

Bjorn corse implacabile verso Trekkar che, vedendo la determinazione del suo nemico, lasciò cadere la lancia e si mise a correre disperatamente verso la porta scartando Bjorn che cercò di colpirlo, ma invece cadde scivolando nel sangue di Ursea che si era sparso sul pavimento. Trekkar riuscì a prendere un po' di vantaggio e, raggiunta la porta della sala, si mise a strattonare la maniglia accorgendosi solo allora, con un urlo di furore, che Bjorn l'aveva bloccata per precauzione con un tratto di corda, per impedire di essere preso alle spalle.

Senza un coltello, Trekkar si mise furiosamente e sciogliere la corda, voltandosi a guardare Bjorn che intanto si era rialzato e, invece di seguirlo, si era avvicinato alla finestra per respirare un po' di aria pura e snebbiarsi definitivamente il cervello.

Trekkar ebbe un grido silenzioso di trionfo. Forse ce l'avrebbe fatta. Sarebbe sfuggito a quella furia indomabile e i suoi soldati lo avrebbero difeso. Il palazzo ne era pieno e lui doveva solo uscire di lì.

Con la calma di una tigre che ha deciso dove attaccare, Bjorn si staccò dalla finestra e raccolse la lancia sporca di sangue che Trekkar aveva lasciato cadere. La bilanciò, mentre allungava il braccio all'indietro caricando i muscoli della spalla, per poi lanciarla con tutta la violenza di cui era capace. La lancia volò sibilando attraverso la stanza e inchiodò Trekkar sulla porta, tranciandogli la spina dorsale proprio mentre questi scioglieva l'ultimo nodo. Il tiranno lanciò un urlo stridulo, come lo squittio di un topo, e poi morì, vomitando un fiotto di sangue e afflosciandosi come uno straccio appeso ad un chiodo.

Bjorn restò per qualche secondo a guardare il suo nemico, respirando profondamente. Era finita, finalmente. Ce l'aveva fatta. L'ultimo trucco di quel miserabile assassino di donne e bambini era fallito. Lo scopo di mesi di sforzi, progetti e congetture era raggiunto.

Un lamento di Ursea lo riportò al presente. Bjorn si avvicinò subito, inginocchiandosi vicino all'amico che si teneva le mani sul ventre per fermare il sangue che continuava a sgorgare copioso. Bjorn aveva visto troppe ferite per non sapere che quella era senza rimedio. Sostenne la testa di Ursea guardandolo negli occhi, mentre questi rispondeva al suo sguardo prima con paura e poi, comprendendo, con la rassegnazione e la fierezza del guerriero che ha combattuto con coraggio.

«Che Odino ti accompagni - disse Bjorn all'amico - avrò cura dei tuoi figli.»

Ursea annuì, accennando un sorriso incrinato dal dolore, poi chiuse gli occhi, esalando un lungo ultimo respiro.

Bjorn rimase qualche minuto pensieroso, rivivendo i momenti trascorsi con Ursea, che era stato suo compagno fedele in molti viaggi e avventure, durante le quali aveva condiviso con lui il pane, la paura e momenti di allegria. Quei ricordi erano il giusto discorso funebre per un guerriero.

Poi ricompose il corpo, stendendolo sulla schiena e incrociandogli le mani sul petto, a stringere l'ascia che aveva usato in vita e che lo avrebbe seguito nella tomba.

Infine si alzò, raccolse la spada e si diresse verso la porta.




Cap. 32
Non é finita.


Bjorn aprì il portone facendo ruotare l'anta sulla quale era inchiodato il corpo di Trekkar , che lasciò a terra una densa scia di sangue. Un fiotto d'aria entrò dal corridoio spazzando via il fumo del braciere e i suoi orrori. La punta della lancia aveva trapassato anche il legno, oltre che il corpo di Trekkar, per cui Bjorn dovette tagliare l'asta con un colpo di spada per poter sfilare il cadavere. Poi lo prese per la collottola e lo trascinò lungo il corridoio come un sacco vuoto, verso i suoi compagni.

Mirja, con l'abito lacerato e sporco di sangue, lo vide arrivare e gli andò incontro di corsa abbracciandolo angosciata. Aveva temuto per lui e soltanto la cura dei compagni feriti l'aveva trattenuta dal seguirlo. Bjorn lasciò cadere Trekkar e rispose all'abbraccio con trasporto, baciandola e gustando come fosse la prima volta le sue labbra calde e sensuali. Poi, ricordandosi che era in presenza dei suoi uomini, si staccò da lei, limitandosi a sorriderle.

Solo allora Mirja si accorse del corpo di Trekkar, steso a terra scomposto. Sul viso aveva ancora il ghigno di dolore del colpo subito e un occhio semichiuso. La pelle era già molto raggrinzita e di un colore grigio inconsueto, cosicché sembrava morto da giorni, invece che solo da qualche minuto. Con stupore di Bjorn, Mirja si chinò su di lui e gli annusò il viso, trattenendo una smorfia.

«Cos'hai sentito?» le chiese, quando si alzò.

«Droghe. Sospettavo che ne facesse uso, ma l'odore della pelle è inconfondibile. Non mi sorprenderebbe se avesse fatto uso di qualche forma di triaca»

«Triaca?» Bjorn inarcò un sopracciglio.

«Una mistura di erbe e minerali che dovrebbe funzionare da antidoto contro ogni sorta di veleno - rispose Mirja – La formula migliore é attribuita ad un certo Andromaco, il medico personale di Nerone, che era un antico imperatore romano. Ma sembra che Andromaco abbia perfezionato una ricetta ancora più antica. Provò a prepararla anche mia madre, ma non osò mai sperimentarla se non nei maiali. In effetti ci sono molte leggende su di essa ma nessuno sa se funziona... o se la ricetta tramandataci nei libri é quella giusta.»

«E tu pensi che Trekkar ne facesse uso?»

«Può darsi. L'odore è simile a quello che avevo sentito nel laboratorio di mia madre. Per quel poco che ho visto, Trekkar aveva uno strano modo di comportarsi. Il viso, la pelle, gli occhi rivelano molto di noi e di quello che abbiamo dentro. Le droghe sembrano dare beneficio, a volte, ma provocano sempre danni maggiori, anche se chi le usa non sempre se ne accorge. Secondo me Trekkar era pazzo o lo stava diventando... e quello che assumeva, qualunque cosa fosse, ne era in parte la causa. Certamente il potere non lo aveva reso un uomo felice.»

«Usava le sue misture per fare del male anche agli altri - rispose Bjorn - ha buttato nel fuoco una strana polvere che provocava visioni. Mi ha fatto rivivere le mie paure e lo stesso dev'essere capitato a Ursea. Ha smesso di combattere e Trekkar ha potuto colpirlo impunemente. Per un pelo non é capitato anche a me. E' così che ha creato il suo potere.»

«C'è qualcosa che ti fa paura? - disse Mirja, accarezzandolo su una guancia come una madre fa con il suo bambino – non sei forte e indistruttibile come sembri?»

«No, non lo sono – rispose Bjorn, sogghignando – ma non dirlo a nessuno.»

Bjorn si voltò verso i suoi uomini. Nel corridoio la situazione era relativamente tranquilla anche se i suoi uomini si erano piazzati alle estremità pronti a qualsiasi evenienza. Contro la porta d'ingresso al piano erano stati accumulati diversi mobili, cassapanche, tavoli e alcune pesanti statue per sbarrarla perché dall'esterno arrivavano urla e colpi. Gli altri soldati nel castello avevano sentito le urla della lotta e cercavano di entrare dalla rampa principale, ma avevano trovato il ponte levatoio alzato e ora dovevano superarlo e sfondarlo per arrivare alla porta che era comunque ben chiusa. Da quella parte Bjorn e i suoi sarebbero stati al sicuro per un po' di tempo.

Ma i soldati avrebbero cercato altre vie, o forse c'erano dei passaggi segreti che loro non conoscevano. Bjorn doveva approfittare in fretta del tempo a disposizione.

Percorse il corridoio individuando una stanza che aveva delle finestre che si affacciavano sull'ingresso del castello e, oltre quello, sulla piazza antistante.

Chiamò due dei suoi uomini e ordinò loro di costruire una croce con i pezzi di legno recuperati da due panche. Sulla croce legò il corpo di Trekkar e poi, aiutato dagli altri, lo issò oltre la finestra sospendendolo alla parete al di sotto di questa. Trekkar sembrava crocifisso ed era perfettamente riconoscibile grazie alla sua veste svolazzante.

Poi lui e i suoi compagni si affacciarono battendo con i pugnali sugli elmi di metallo. Un altro di loro si mise a suonare un lungo corno.

Il rumore attirò immediatamente gli sguardi dei soldati che erano sulle mura, ma anche quelle dei popolani che cominciavano a movimentare la piazza. Alcuni riconobbero subito Trekkar e lo indicarono agli altri urlando. In breve si radunò una folla esultante che cominciò a serrarsi verso il ponte levatoio che però era stato chiuso quando si era diffuso l'allarme per la lotta scoppiata all'interno.

Dalle mura partì un fitto lancio di frecce verso le finestre dove si erano affacciati Bjorn e i suoi, che però si ritirarono all'interno. Ma poiché alcuni dardi colpirono anche il corpo di Trekkar, i lanci cessarono ben presto. Lungo la scala quindi si intensificarono i tentativi di accedere al piano dov'erano rinserrati i vichinghi.

All'interno, Bjorn era tornato nella stanza dov'era stata rinchiusa Mirja e osservava dal balcone verso la vallata sottostante, facendo attenzione però a non sporgersi troppo per non essere preso di mira da qualche arciere sulla torre vicina. Dalla finestra si vedevano un gruppo di soldati che stavano risalendo la strada in salita di accesso al porto per condurre rinforzi per il castello.

All'improvviso Bjorn scorse, tra i cespugli sul fondo della scarpata della strada, uno dei suoi uomini che stava sventolando una bandiera. Era il segnale, convenuto in precedenza, che quello che Bjorn stava aspettando stava finalmente per accadere.

I soldati procedevano lungo la strada in file di tre, con gli scudi serrati e le lance pronte. Improvvisamente dal muro che circondava la piazza e sovrastava la strada di accesso partirono diversi lanci di frecce e dardi che colpirono i soldati di fianco. Molti furono trafitti dall'attacco che non si aspettavano e caddero mentre gli altri serrarono gli scudi per proteggersi, accelerando l'andatura per arrivare in cima alla rampa.

Dal suo punto di osservazione Bjorn assistette a tutta la scena, comprendendo che, appostati dietro il muro di cinta, c'erano i ribelli che Woizeck aveva promesso e che ora, avendo saputo della morte di Trekkar, entravano in azione come concordato. Erano vestiti in modo normale, senza armature, e Bjorn pensò che, avvicinandosi con noncuranza ai pochi soldati di guardia alla porta della strada che conduceva al porto, li avessero assaliti di sorpresa, impadronendosi della porta fortificata e sbarrandola per impedire proprio l'arrivo dei soldati che stazionavano al porto.

Il piano era riuscito e ora i soldati, trovando la porta di accesso chiusa, erano completamente alla mercé dei tiratori dietro alle mura, perché la strada che conduceva al porto era stata pensata senza parapetti proprio per non dare riparo ad eventuali assalitori che arrivassero dal fiume. I trucchi escogitati da Trekkar si rivoltavano contro di lui.

Uno dei vichinghi venne ad avvertire Bjorn che qualcos'altro stava accadendo nella piazza antistante al castello. Bjorn seguì il suo uomo nella stanza che aveva le finestre sulla piazza e vide che la folla si era divisa in più parti per far passare gruppi di soldati che trasportavano grandi travi di legno, montandole proprio di fronte al castello. Non ci volle molto a vedere che si trattava di due catapulte che, preparate evidentemente a pezzi in segreto e così nascoste all'interno del paese, ora venivano assemblate nella posizione più favorevole.

Il montaggio procedeva alacremente e ogni volta che una fase era conclusa la folla prorompeva in grida di esultanza e di incitamento. Dagli spalti del castello cominciarono lanci di frecce, cui però risposero decine di tiratori appostati tra i tetti delle case o nei vicoli che costrinsero gli arcieri di Trekkar a stare riparati, diminuendo di molto l'efficacia dei loro tiri. Per quanto i soldati nel castello fossero numerosi, gli abitanti della città erano molti di più e, visto che Trekkar era morto, ogni timore delle sue vendette era svanito e di ora in ora nuovi combattenti si univano ai rivoltosi. Praticamente quasi tutti i cittadini convenuti nella piazza davano una mano nel montaggio delle macchine da assedio.

Dietro alla porta sbarrata dai vichinghi cessò ogni rumore perché i soldati erano accorsi tutti sulle mura per contrastare un pericolo maggiore. Ben presto infatti le macchine furono ultimate e si disposero ad attaccare: una delle catapulte caricò un barilotto di pece che fu incendiata un momento prima del lancio. Il tiro risultò troppo lungo per colpire il portone e il ponte levatoio sollevato, com'era nelle intenzioni degli attaccanti, ma si schiantò sul tetto del barbacane che proteggeva l'ingresso e subito le fiamme si sparsero ovunque, mentre la pece infiammata colava anche sul ponte levatoio sottostante. Immediatamente dall'interno del castello furono lanciate secchiate d'acqua sopra le fiamme, ma un secondo barilotto si schiantò contro il ponte estendendo ancora di più l'incendio.

All'interno la confusione era al massimo perché, con la morte di Trekkar, nessuno dei difensori sapeva con certezza quale sarebbe stato il suo futuro. Aivar aveva perso la testa e lanciava ordini contraddittori a chiunque incontrasse, scontrandosi con altri cavalieri che lo contestavano e pensavano di avere diritto più di lui a comandare le truppe.

Odi e invidie trattenute a lungo si destavano senza freno e ognuno cercava di riprendersi il potere che aveva perso negli anni a causa di lotte senza fine per i favori del tiranno. Tuttavia queste discussioni potevano avvenire relativamente al sicuro perché il castello era ben munito e la guarnigione numerosa, mentre gli attaccanti, anche se in maggior numero, erano in maggioranza semplici contadini o artigiani, in gran parte inesperti nell'arte della guerra. I pochi rivoltosi veramente capaci di combattere erano coloro che abitualmente scortavano i convogli di Woizeck e dei suoi amici durante i loro pericolosi viaggi nelle terre del sud infestate di briganti. Ma erano appunto troppo pochi, anche se guidavano con impegno tutti gli altri.

Così le catapulte continuavano a tempestare di proiettili le mura e qualche parete cominciava a sgretolarsi, mentre il ponte levatoio, benché sollevato, ardeva ormai furiosamente, con le fiamme che cominciavano ad intaccare anche la porta. Presto sarebbe crollato nel precipizio antistante il castello e il varco che si sarebbe venuto a creare avrebbe potuto essere superato con qualche specie di ponte mobile che infatti gli attaccanti avevano cominciato ad assembrare in un angolo della piazza. Inoltre dai tetti delle case continuava una fitta pioggia di frecce che ostacolava i difensori nel tentativo di versare acqua per spegnere le fiamme.

All'interno le polemiche si placarono e Aivar, recuperando un poco della sua freddezza, riuscì a lanciare l'ordine di costruire un muro intorno alla porta che minacciava di crollare, in modo che gli assalitori, superato quel primo ostacolo, ne trovassero un altro di imprevisto. La partita era tutt'altro che perduta e la battaglia avrebbe potuto durare abbastanza a lungo da esaurire le forze degli attaccanti.

Dal suo punto di osservazione, Bjorn se n'era reso conto e sbuffava furioso nel vedere che la situazione era tutt'altro che avviata alla conclusione. Se i difensori avessero messo al sicuro il castello, avrebbero potuto rivolgersi nuovamente contro le minacce interne e assalire lui e i suoi vichinghi che, a quel punto, non avrebbero avuto vie di scampo.

Occorreva assolutamente riprendere l'iniziativa.

L'unico mezzo per farlo in modo efficace era far salire nel castello altri uomini in modo che il gruppo all'interno potesse attaccare decisamente la guarnigione. Ma ora salire lungo la corda era pericoloso a causa della torre d'angolo che dominava d'infilata proprio la parete, mettendo gli assalitori alla mercé di eventuali arcieri piazzati su di essa. Occorreva assolutamente impadronirsene e sloggiarne i soldati, visto che Bjorn sapeva esattamente dove si trovava l'ingresso: glielo aveva spiegato Nita, quando gli aveva fatto rapporto, istruita da Mirja stessa. L'ingresso era circa mezzo piano più in basso e si apriva anche quello sulla rampa elicoidale.

Bjorn radunò i suoi uomini e li divise in due gruppi. Due vichinghi validi, più il ferito ancora in grado di combattere, sarebbero rimasti all'interno di quel piano, per difendere le donne e la porta di accesso, mentre gli altri, insieme a Bjorn, sarebbero usciti sulla scala elicoidale, raggiungendo la torre e cercando di eliminarne tutti gli occupanti, prendendone il posto. Quindi avrebbero avvertito gli uomini di Woizeck in modo che altri di loro scalassero la parete fino al balcone, ingrossando il gruppo di incursori guidato da Bjorn, che a questo punto avrebbe potuto portare un attacco dall'interno, prendendo i difensori del castello tra due fuochi.

«Sei impazzito? - esclamò Mirja, appena Bjorn la mise al corrente del suo piano - Non potete farcela in cinque uomini solamente. Qui siamo relativamente al sicuro. Aspettiamo che il castello venga espugnato, piuttosto, e vincerai senza rischiare più nulla.»

«Non è detto che questo avvenga – rispose Bjorn, scuro in volto – Ho sopravvalutato la forza di Woizeck, mentre gli uomini di Trekkar, adesso che il loro re è morto, sanno che verrebbero tutti uccisi in caso di sconfitta e quindi combattono per la loro vita. I rivoltosi potrebbero fallire e, se si ritirassero, noi dovremmo combattere da soli contro tutti. Ogni piano è abbastanza sicuro, è vero, ma non abbiamo viveri e il tempo è contro di noi. Dobbiamo reagire adesso, quando sono ancora tutti impegnati sulle mura. Dopo sarebbe troppo tardi.»

Mirja tacque, rendendosi conto che Bjorn aveva ragione. Erano tutti nel suo elemento, adesso, nel pieno della battaglia, dove Bjorn aveva dimostrato di saper prendere sempre la decisione giusta; di osare dove sapeva di poter colpire con forza ed efficacia. Quindi tacque, né il vichingo le diede tempo di pensare qualcos'altro e fece un cenno ai suoi che, intanto, avevano cominciato ad indossare le armature dei nemici uccisi e si erano muniti di scudi e altre armi che non avevano potuto portare salendo la corda. Diede quindi ordine di sgomberare, nel più assoluto silenzio, tutti i mobili e le statue che barricavano la porta, in vista della sortita.

«Tu devi fare una cosa per me – disse Bjorn, tornando a voltarsi verso Mirja – Devi scrivere un messaggio per Woizeck in modo che lui possa sapere del mio piano. Deve radunare i suoi uomini migliori e farli salire fino a noi, magari procurando una scala di corda in modo che possano salire più agevolmente e che noi potremo issare fino al balcone. I miei uomini non sanno leggere le rune e io non so scrivere nella sua lingua.»

Mirja annuì. «Scriverò in latino – disse – é la lingua di tutti i commercianti e lui la conoscerà di sicuro.»

Felice di poter nuovamente fare qualcosa di utile, Mirja corse con Bjorn nella stanza del balcone dove scrisse rapidamente il messaggio su un largo lembo di stoffa, usando un pezzo di carbone preso da un braciere. Poi Bjorn lo annodò ad un grosso vaso di rame presente nella stanza e, restando accucciato per non farsi vedere dalla torre, lo lanciò giù dal balcone, nella boscaglia sottostante. Il vaso, cadendo al suolo, risuonò come una campana.

Come Bjorn aveva previsto uno dei suoi uomini, rimasto di guardia, uscì dalla boscaglia e lo raccolse. Immediatamente dalla torre diverse frecce furono lanciate verso di lui, ma il vichingo si riparava con uno scudo e riuscì ad evitarle. Riparandosi dietro ad una roccia, disfece il nodo e vide il messaggio. Quindi uscì nuovamente all'aperto, sfidando gli arcieri, alzando le braccia e incrociandole sopra la testa per simboleggiare che aveva capito. Un secondo dopo, evitando ancora una volta le frecce per un soffio, sparì nuovamente tra i cespugli.


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