Il portatore dell'aquila - Cap. 33 e 34 - FINE


Cap. 33
Fino all’ultimo uomo




I tiratori sulla torre avevano dimostrato una volta di più che dovevano essere eliminati al più presto. Con un ghigno di soddisfazione, Bjorn tornò di corsa dai suoi uomini, mentre Mirja restò nella stanza, pronta a calare nuovamente la corda dal balcone appena Bjorn le avesse lanciato il segnale.

Di fronte alla porta i suoi uomini erano pronti. Bjorn, la spada in una mano e il pugnale nell'altra, fece un cenno con la testa e subito uno dei suoi liberò la puleggia che manovrava il ponte levatoio esterno. Da oltre la porta si udì un boato mentre il ponte cadeva urtando violentemente il pavimento di pietra. Poi il vichingo spalancò la porta e Bjorn per primo si lanciò in avanti seguito dagli altri, urlanti come furie.

Sul corridoio davanti al ponte c'erano solo sei soldati che, per di più, erano seduti su una panca, convinti che mai gli invasori avrebbero lasciato la loro sicura posizione per tentare una sortita. Tutti i loro compagni erano stati richiamati alla porta del castello, dove era in corso l'attacco, e loro avevano solo l'incarico di restare di guardia attendendo rinforzi per quando Aivar avesse potuto occuparsi degli uccisori di Trekkar.

Bjorn percorse i pochi metri che lo separavano dai suoi nemici in meno di un secondo e passò attraverso di loro superandoli come una furia, colpendone due al volo. Poi, mentre gli altri cercavano di fronteggiare frastornati gli altri vichinghi che seguivano Bjorn, lui li colpì alle spalle, eliminandone altri due. Gli ultimi furono atterrati da terribili colpi d'ascia dei suoi compagni.

Bjorn ansimava, con gli occhi spiritati di una belva. Vide con un ghigno di approvazione che i suoi uomini rimasti all'interno sbarravano nuovamente la porta rialzando il ponte levatoio. Quindi scese velocemente la scala elicoidale nella direzione dove doveva trovarsi l'ingresso della torre. Poche decine di metri dopo vide un ingresso aperto che portava in un lungo corridoio, ma prima che potesse imboccarlo, un gruppo di soldati, attirati dalle grida della battaglia di poco prima, apparvero davanti a loro salendo lungo la rampa. Bjorn evitò un colpo di lancia del primo, uccidendolo con un fendente al collo, e rovesciò di lato un secondo appoggiandosi con forza al suo lungo scudo ovale e mandandolo a fracassarsi contro la parete. Poi, mentre i suoi uomini impegnavano gli altri, superò tutti infilandosi di corsa nell'apertura prima che qualcuno potesse chiuderla.

All'inizio del corridoio che portava alla torre incrociò infatti un soldato che stava venendo a vedere cosa stava succedendo e che subito morì per un colpo di pugnale che gli si infilò in bocca. Bjorn estrasse a fatica la lama incastrata nel cranio, mentre con la spada parava il colpo di un altro che seguiva il primo soldato. Questi aveva un lungo scudo, ma l'ambiente era troppo stretto per manovrarlo a dovere e Bjorn ebbe buon gioco nell'afferrarne il bordo e sbatterglielo in faccia rompendogli il naso. Mentre l'uomo boccheggiava per il dolore, il pugnale colpì ancora.

Ma ormai l'allarme era dato. Bjorn sapeva che non doveva fermarsi se voleva sorprendere gli arcieri nella torre. Raccolse lo scudo e continuò ad avanzare lungo lo stretto corridoio curvandosi per ripararsi dietro ad esso. Irruppe così nella stanza della torre intercettando una tempesta di frecce che si piantarono nello scudo. Una lo colpì ad una gamba, ma ormai era troppo lanciato perché lo fermassero. Prima che i quattro arcieri presenti potessero riarmare gli archi, Bjorn fu su di loro, colpendoli come una furia con lo scudo come ariete e poi a colpi di spada. Due furono subito falciati come frutti maturi, un altro tentò di estrarre la spada, ma non fece in tempo, mentre il quarto, preso per la gola e all'inguine dalle mani di ferro del vichingo, fu semplicemente scaraventato giù da una delle strette finestre.

Mentre l'urlo dell'uomo ancora risuonava, nella stanza irruppero gli altri vichinghi, guardandosi intorno con occhi iniettati di sangue e digrignando i denti come lupi. Anche loro stavano gustando il furore della battaglia e, completamente invasati, cercavano prede da sterminare. Bjorn ordinò a due di loro di sbarrare la porta di accesso alla torre e poi inviò gli altri su per una scala di legno che portava ai piani superiori dove probabilmente c'erano altri soldati. Le urla e il cozzare di spade che seguirono subito dopo gli diedero ragione.

Bjorn si sedette su una panca, spezzando l'asta della freccia che gli aveva trapassato la coscia, per fortuna in una parte superficiale, dove c'era solo il muscolo. Staccata la punta, fu semplice sfilare il moncone. Dalla ferita sgorgò un fiotto di sangue che però Bjorn riuscì a fermare premendovi un tampone di stoffa, presa dall'abito di uno dei morti e fasciandosi poi stretto con una benda.

Si drizzò in piedi per saggiare la tenuta della gamba, constatando con un grugnito che le fitte erano più che sopportabili, nel corso di una battaglia.

Attraverso le feritoie vide dei corpi precipitare in basso, all'esterno. Non gridavano, per cui erano già morti e infatti uno dei vichinghi scese la scala di legno per dirgli che anche il piano superiore era sgombro. Bjorn annuì soddisfatto, sporgendosi da una delle finestrelle che dominavano la parete, agitando una mano verso il balcone, dietro il cui parapetto era appostata Mirja. Appena vide il suo segnale, Mirja scattò in piedi agitando un braccio festosa per poi tornare subito a ripararsi. Poi, affacciandosi cautamente, lanciò nel vuoto la grossa corda che aveva pronta accanto a sé.

In basso, due uomini emersero dai cespugli afferrando l'estremità della corda, subito raggiunti da altri che già portavano sulle spalle scudi e armi, per non essere impacciati durante la salita. Uno di essi iniziò subito ad arrampicarsi molto agilmente e Bjorn pensò, dalla sua abilità, che doveva essere un marinaio che forse lavorava su una delle navi che percorrevano il fiume.

In pochi minuti l'uomo arrivò al balcone scavalcando il parapetto e subito, in basso, un altro cominciò ad arrampicarsi a sua volta mentre si facevano avanti due uomini che trasportavano un grosso involto di funi che, srotolandosi a terra, mostrò essere una scala di corde come quelle usate per arrampicarsi sugli alberi delle navi. Appena anche il secondo arrampicatore giunse in cima, i due cominciarono a recuperare la corda, sollevando lentamente la scala di corde che era formata da tre corsi affiancati in modo da poter essere usata da almeno tre uomini alla volta. La scala era pesante, ma i due che la sollevavano erano molto robusti, vista la velocità con cui si erano arrampicati poco prima, per cui il lavoro fu eseguito in meno di un quarto d'ora. Fissata la scala, subito tre guerrieri alla volta cominciano a risalirla e in breve Bjorn contò più di trenta uomini arrivati nella stanza dove si trovava Mirja.

Poiché tra di essi aveva individuato uno dei suoi vichinghi, Bjorn si sporse da una feritoia della torre, urlando verso i guerrieri che si voltarono verso di lui. Quindi, ottenuta la loro attenzione, urlò in lingua normanna quello che dovevano fare: uscire subito tutti insieme sulla scala elicoidale, sgominando chiunque incontrassero, mentre lui e i compagni della torre avrebbero fatto lo stesso, prendendo il nemico tra due fuochi.

Il vichingo che era presente tra i nuovi venuti comprese il messaggio e lo trasmise agli altri, aiutato da Mirja e dal linguaggio dei segni. I guerrieri sul balcone fecero cenno di aver capito alzando le braccia e agitando le spade tutti insieme, lanciando grida guerresche. Poi sparirono all'interno, mentre lungo la scala altri guerrieri continuavano a salire.

All'interno della torre Bjorn avvisò i suoi uomini, che nel frattempo si erano radunati intorno a lui, avendo sentito anche loro le sue urla. Uno solo di loro era ferito e non poteva combattere, per cui fu lasciato nella torre, in attesa di essere curato più tardi.

Bjorn controllò le sue armi e poi, zoppicando solo un poco per la ferita alla gamba, si avviò verso l'uscita seguito dai suoi.

Arrivato vicino alla porta di accesso alla torre, che i vichinghi avevano sbarrato dall'interno, Bjorn appoggiò l'orecchio al battente ascoltando i rumori che provenivano dall'esterno. Improvvisamente si udirono urla, schianti e cozzare di spade, segno che la sortita era cominciata.

Allora aprì anche lui la porta e si lanciò in avanti seguito dai suoi. Sulla rampa la battaglia tra gli uomini usciti dall’appartamento di Trekkar e i soldati che lo stavano assediando era in pieno svolgimento. I soldati erano numerosi, ora, avendo saputo dell'attacco alla torre, ma, ignari dell'espediente della scala di corda, non si aspettavano che anche gli avversari fossero in così gran numero, così cominciavano già ad arretrare intimoriti. Quando Bjorn e i suoi arrivarono alle loro spalle la battaglia diventò una carneficina, visto che, come Bjorn aveva previsto, l'avversario era stato preso tra due fuochi. In breve quel manipolo di soldati fu sterminato, con uno solo di essi che riuscì a fuggire, urlando per dare l'allarme. Ma Bjorn e tutti i guerrieri si misero alle sue calcagna correndo alla stessa velocità lungo la rampa in discesa cosicché arrivarono tutti insieme nel cortile interno del castello dov'erano ammassati tutti gli altri soldati, intenti a costruire il nuovo muro dietro alla porta.

Molti di essi, impegnati nel lavoro, non erano preparati a combattere e ancora una volta la sorpresa diede un grande vantaggio a Bjorn e ai suoi che penetrarono in velocità e con grande impeto nella massa avversaria, tempestando di fendenti e affondi tutti quelli che incontravano.

La battaglia si divise ben presto in una serie di duelli individuali, ma mentre i ribelli di Woizeck erano relativamente poco abili e riuscivano a malapena a tener testa ai soldati di Trekkar, Bjorn e i suoi vichinghi, anche se pochi, erano delle vere furie e mietevano i loro avversari con impressionante rapidità. Totalmente dimentico della ferita alla gamba, Bjorn era finalmente nel suo elemento e scartava, schivava e colpiva con la rapidità del fulmine, combattendo insieme ad uno dei suoi vichinghi più abili, armato di un'ascia terrificante dotata di un lungo manico bordato di ferro.

La spada di Bjorn deviava i colpi dei nemici e li costringeva ad abbassare lo scudo, così l'ascia si abbatteva su elmi e spalle, sfondando crani e staccando arti come in uno spaventoso lavoro da macellaio.

Il pavimento era inondato di sangue e i combattenti ormai calpestavano i corpi dei morti e dei feriti. Tra i soldati di Trekkar cominciò a diffondersi il panico perché sempre nuovi ribelli scendevano dalla rampa e irrompevano nel cortile, visto che dall'esterno la scala di corda continuava ad essere usata senza sosta, alimentando i rivoltosi di forze fresche. I ribelli assalirono l'armeria e si impadronirono di numerose lance e picche con le quali avevano miglior gioco a tenere a bada i soldati colpendoli insieme e da lontano. Così molti arretravano e fuggivano la battaglia, sperando di rifugiarsi nei meandri del castello mentre quelli rimasti venivano abbattuti sempre più ferocemente.

Nel culmine della lotta, Bjorn abbatté l'ennesimo avversario trovandosi di fronte Aivar che, con la spada malamente agitata dalle mani tremanti, era arretrato terrorizzato fin con le spalle al muro, sperando fino all'ultimo di essere risparmiato dalla lotta.

Nella foga del combattimento Bjorn non rallentò nemmeno un istante e, deviando con il pugnale la spada dell'uomo, menò un terribile fendente che gli tagliò in due il viso schizzando denti e brandelli di carne. Aivar crollò a terra come un sacco vuoto, accatastandosi nell'angolo di una parete.

Vedendo morire il loro capo i soldati rimasti gettarono le armi, cadendo in ginocchio e implorando clemenza, mentre i ribelli li circondavano con una selva di lance. Ci fu solo un momento di attesa e di indecisione, poi nella mente dei ribelli tornò il ricordo delle mille angherie subite, le mogli e le sorelle violentate, i padri uccisi. Le lance si mossero come una sola e tutti uomini inginocchiati furono trafitti in una spaventosa cacofonia di rabbia e di dolore.

In piedi tra una montagna di corpi, coperto del sangue dei nemici uccisi, Bjorn assistette impassibile alla scena. Non avrebbe potuto fermare il massacro, né lo aveva voluto. Quando tutti si voltarono verso di lui, si limitò a sollevare la spada in segno di vittoria e tutti subito lo imitarono, sollevando le armi al cielo e urlando come impazziti. La tirannia di Trekkar era definitivamente cessata.


«»


Pochi attimi dopo sul cortile cadde improvvisamente il silenzio. La battaglia era finita, la fatica e il dolore dei colpi subiti si facevano sentire e molti avevano amici e parenti tra i ribelli morti e feriti. Cessata bruscamente l'euforia per la vittoria, tutti si misero a cercare tra i corpi, per aiutare a vivere o a morire.

Superando il muro in costruzione, alcuni abbassarono quello che restava del ponte levatoio che, abbattendosi pesantemente sulla spalletta opposta, di frantumò in parte. Tuttavia restavano alcune travi ancora valide, anche se annerite e in parte consumate dal fuoco, e i più ardimentosi si arrischiarono a passare, unendo così i ribelli nel castello con la gente che affollava la piazza antistante. Risuonarono altre urla di gioia, ma poi anche queste si spensero, quando tutti si resero conto di quanto la vittoria era costata cara.

Bjorn si guardò intorno a cercare Mirja, ma vide solo Nita che era scesa fino al piano terra lungo la rampa circolare ed era rimasta impietrita, con le mani sul volto, nel vedere il massacro che riempiva il cortile.

Bjorn la raggiunse in pochi passi, ma quando lei lo vide arretrò fissandolo inorridita. Solo allora Bjorn si rese conto di essere spaventoso, così coperto di sangue e di lividi; ma non aveva nessuna voglia di essere comprensivo. Prese la ragazza per le braccia e la scosse.

«Torna su e dì a Mirja di non scendere se non quando il castello sarà definitivamente sicuro. Nel frattempo andate nella stanza del balcone e aspettate. Io devo trovare Huamar, hai capito?»

Nita fece di sì con la testa, ancora incapace di parlare, così Bjorn la costrinse a voltarsi e la spinse verso la rampa. La ragazza si avviò di corsa. Sul vestito e sulle braccia le erano rimaste le impronte insanguinate di Bjorn.

Bjorn chiamò due dei suoi uomini e si avviò con loro verso la torre della prigione. Non aveva dimenticato le terribili condizioni in cui aveva lasciato Huamar e aveva fretta di tirarlo fuori da quell'antro infernale. Tuttavia doveva stare attento perché il castello era certamente infestato di sbandati che potevano ancora essere pericolosi. Infatti, appena raggiunse la base della torre e aprì la porta di accesso, un uomo urlante gli si scagliò contro agitando una mannaia e urlando come un forsennato. Bjorn gli agguantò il braccio armato con una mano, sferrandogli con l'altra, che teneva la spada, un pugno formidabile che stese letteralmente in aria il malcapitato, facendolo poi precipitare al suolo.

«E' solo uno degli sguatteri della cucina! - disse Bjorn, bloccando uno dei suoi guerrieri che stava per finirlo con la scure – Lascialo stare.»

E così dicendo, scavalcò il corpo dell'uomo infilandosi su per la scala che portava alla torre. Grazie ai formidabili riflessi del vichingo, che gli avevano consentito di vedere il grembiule di cuoio dell'uomo e di sentire l'odore di cibo che ne permeava gli abiti, questi poté continuare a dormire, pronto per cucinare l'indomani per i suoi nuovi padroni. Di certo con un forte mal di testa, ma ancora vivo.

Bjorn saliva i gradini tre a tre, seguito dai suoi compagni. Ad ogni rampa di scale si fermava un istante tendendo l'orecchio per sentire eventuali pericoli in cima alla rampa successiva. Irruppero in una stanza vasta come la torre, dove c'erano tre uomini disarmati che, vedendoli con le armi in pugno, alzarono subito le braccia inginocchiandosi. Non erano combattenti e si erano rifugiati lassù per scampare la battaglia. Bjorn li affidò ai suoi compagni e proseguì rapidamente per una scala di pietra che continuava a salire in un angolo della stanza, nello spessore del muro. Riconobbe l'odore disgustoso che scendeva dall'alto e proseguì angosciato nel pensare a come avrebbe trovato Huamar a cui, se n’era reso conto con stupore, si era sinceramente affezionato. Finalmente, dopo innumerevoli gradini lungo i quali non incontrò nessuno, arrivò alla porta della prigione. La lampada era spenta ma la chiave era ancora appesa al gancio sulla parete.

Bjorn aprì la porta chiamando Huamar e, quando aprì, si sentì rispondere con un gemito. L'odore all'interno era ancora più spaventoso, a causa del calore del giorno, e Bjorn vide un braccio levarsi debolmente dal fagotto steso a terra che era Huamar, incatenato alla parete.

Il vichingo si inginocchiò accanto al vecchio e subito lo liberò dalle catene, mentre l'egiziano si aggrappava a lui, incapace di parlare.

Il vichingo lo sollevò come fosse una piuma, povero sacco d'ossa, e subito lo portò vicino all'abbaino da dove entrava un po' d'aria più pura. La testa di Huamar ciondolava come se fosse slegata dal corpo. Eppure l'egiziano sembrò sorridere e Bjorn ebbe l'impressione che si fosse ripreso almeno un poco. Così tornò verso la porta e, sempre portandolo in braccio come un bambino, ridiscese velocemente le scale.

Tornato nella stanza dove c'erano i suoi uomini e dove l'aria era più respirabile, Bjorn depositò con delicatezza l'egiziano su un giaciglio in un angolo, coprendolo con una coperta, perché era scosso dai brividi. C'era anche un tavolo con dell'acqua e del cibo, per cui il vichingo versò un po' di liquido in una ciotola e fece bere lentamente l'amico.

Poi inzuppò del pane nell'acqua e continuò a nutrirlo con pazienza. Huamar deglutiva a fatica, ma mangiando sorrideva, guardando il suo feroce amico e, ad un certo punto, riuscì perfino ad accarezzargli i capelli.

Bjorn fu molto turbato da quel gesto. Non disse nulla, ma continuò a farlo bere lentamente. Dopo un po' Huamar ne ebbe abbastanza e si abbandonò sul cuscino chiudendo gli occhi con un sospiro.

Bjorn lo fissò allarmato, curvandosi per ascoltargli il cuore posandogli un orecchio sul petto, ma Huamar si era solamente addormentato, cedendo finalmente alla fatica e all’emozione di quella incredibile giornata.

Bjorn si rialzò rassicurato e, vedendo un buon segno in quell'abbandonarsi al sonno, affidò Huamar alle cure dei due vichinghi, scendendo poi nuovamente in cortile.





Cap. 34
La confessione



I popolani avevano ormai invaso il castello, superando il ponte che era stato restaurato alla meglio. La folla invadeva ormai tutti i piani e ognuno vagava con la testa per aria per vedere come viveva re Trekkar. Bjorn alzò lo sguardo in alto e vide che il corpo del tiranno ucciso era stato rimosso, mentre altri stavano accumulando i cadaveri dei soldati in un angolo del cortile. I morti tra i ribelli, invece, erano stati allineati sotto una tettoia e coperti con dei teli, mentre poco più in là diverse donne si prendevano cura dei feriti. Altri uomini si avvicendavano intorno al pozzo per spazzare con secchiate d'acqua il sangue che imbrattava le pietre del cortile.

Bjorn si avvicinò e si fece dare un secchio d'acqua con il quale si ripulì le braccia e il viso, rovesciandosi il resto sopra la testa. Dopo così poco tempo i segni della battaglia stavano già sparendo – rifletté Bjorn – la gente aveva fretta di dimenticare l'orrore della lotta. Era pronta però a ricordare, e avrebbe ricordato per sempre il coraggio e l'eroismo di chi aveva combattuto e vinto. I vinti sarebbero stati dimenticati, ma lui, Bjorn Rasmussen, detto Manodiferro, sarebbe stato ricordato per sempre.

Pieno di soddisfazione si incamminò veloce verso l'ingresso della rampa circolare e sentì un tuffo al cuore nel veder scendere Mirja, che era accompagnata da Woizeck, che la teneva per mano, mentre quattro vichinghi armati la seguivano per proteggerla. Mirja aveva l'abito lacerato e sporco di sangue, i capelli un po' arruffati, ma era comunque splendida e tutti si voltavano a guardarla e alcuni anche si inginocchiavano, intuendo che quella donna aveva avuto un ruolo importante nella caduta del tiranno. Lei e Woizeck scambiavano sorrisi con tutti e, man mano che avanzavano, la folla si apriva per lasciarli passare.

Quando Mirja vide Bjorn gli occhi le si illuminarono. Era già stata avvertita da Nita che lui era vivo, ma nel vederlo la preoccupazione e la stanchezza si dileguarono istantaneamente e il sorriso che gli rivolse, Bjorn non l'avrebbe mai più dimenticato. Si staccò da Woizeck e gli andò incontro abbracciandolo con forza e stringendosi a lui come se volesse fondere il suo corpo a quello di lui. Poi gli diede un bacio dolcissimo, morbido e profondo che cancellò mesi di tensione, paure, ansie e fatica. Bjorn ne fu stordito e quando si staccò da lei, a malavoglia, era incapace di parlare. Si limitò ad un profondo sospiro, guardando Mirja con enorme soddisfazione.

«Vi bacerei anch'io, ma non credo che sarebbe altrettanto piacevole – intervenne Woizeck, osservando Bjorn e Mirja con ammirazione – tuttavia dovrei, perché quello che avete fatto è stato veramente grandioso e incredibile. E anche questa dolce signora, da quello che mi hanno raccontato, è stata estremamente coraggiosa e abile. Forse potrei limitarmi a baciare lei» concluse con un largo sorriso.

Mirja gli si avvicinò e lo abbracciò cordialmente baciandolo su una guancia.

«Lo abbiamo fatto per Virgil … o meglio Helfred – disse con tono serio – presto potrete abbracciare anche lui.»

Anche Bjorn era tornato serio e vigile, fissando Woizeck. Questi capì a cosa lui e lei stavano pensando e si affrettò a dissipare ogni dubbio.

«Helfred è il legittimo signore di questo regno – disse con tono grave – e prima tornerà, meglio sarà per tutti. Non ho nessuna intenzione di lasciare i miei affari per occuparmi di quella spiacevole attività che è la conduzione di un regno. O almeno, non in modo ufficiale. Ma io sono un suo lontano parente, dopotutto; un vecchio zio che si era affezionato a lui e che ha sofferto per la sua lontananza, per cui resterò vicino ad Helfred per proteggerlo e aiutarlo fino a che non sarà abbastanza grande da poter fare da solo.»

Woizeck si avvicinò a Bjorn, guardandolo negli occhi.

«Ma avrà bisogno anche di una guardia che lo protegga, e di un comandante che possa guidarla. Siete pronto a lasciare i panni del predone e a diventare qualcosa di più? In fondo é per questo che avete combattuto, no?»

«Sì. Voglio un regno – rispose Bjorn – anche se non tutto per me. Questa non è la mia terra, né la mia gente. Non ho mai avuto l'intenzione di rubarlo a Virgil... o Helfred, comunque vogliate chiamarlo. E in ogni caso, ultimamente i miei desideri sono molto cambiati e ciò che mi sembrava importante un tempo, adesso lo è molto meno. Ora ci sono altre cose che mi premono.»

E così dicendo, Bjorn si voltò verso Mirja che gli sorrise radiosa.

«Allora prenderete questa splendida creatura e nient'altro? - rispose Woizeck, deluso – Diventerete solo un marito?

«Certo che no – rispose Bjorn – non ho combattuto per nulla, né lo hanno fatto i miei uomini. Helfred non avrà solo un vecchio zio che veglierà su di lui, ma anche un fratello e una sorella, che però vivranno anche la loro vita, pur restandogli vicino.

Quanto al predone che ero una volta, ho imparato molto da quanto é successo. Ho visto che ci sono modi molto meno pericolosi per diventare ricco e credo che anche a me serva non solo una buona moglie capace di pensare e far di conto, ma anche uno zio che possa guidare i miei passi. O fare affari insieme a me. Noi vichinghi amiamo viaggiare, soprattutto. Sappiamo viaggiare e difendere noi stessi e la nostra mercanzia... non sono le qualità di un perfetto mercante?»

«Sì, é proprio quello che serve – disse Woizeck sorridendo chiaramente risollevato - Era quello che vi avrei proposto, in effetti, quindi non posso che essere felice di quello che mi dite.

Faremo affari insieme – continuò, tornando scuro in volto - ma prima dobbiamo risolvere quello che resta da fare. Come vi dicevo, Helfred deve tornare qui il più presto possibile.»

«Temete che qualcuno possa opporsi? Che mi dite delle altre città del regno?»

«Kraslav, sulla costa, é ormai decaduta a poco più di un villaggio di pescatori e saranno tutti soddisfatti per la caduta di Trekkar; dalla sua morte non può venir loro che bene. Pescas, invece, a metà del corso del fiume, mi preoccupa di più. Il suo governatore, pur nominato da Trekkar, si é ritagliato una certa autonomia da quando Trekkar si é rinchiuso nel suo castello e so per certo che ha stretto accordi con le tribù della steppa.

Potrebbe non essere d'accordo con il ritorno del legittimo re sul trono di Koogard. Sa che verrebbe certamente sostituito e difenderà il suo potere. Gran parte dei mercenari pagati da Trekkar li ha trovati lui.»

Bjorn restò per un momento silenzioso, riflettendo.

«In tal caso non diremo a nessuno che Helfred sta per tornare. – disse finalmente – Non dite nulla, non confermate quello che avete già detto e lasciate che la gente faccia pure le sue congetture. Occupatevi della ripresa del commercio e distribuite al popolo parte delle ricchezze di Trekkar per continuare ad averlo dalla vostra parte. Nel frattempo invierò due dei miei vichinghi, accompagnati da vostre guide, verso il luogo dove si trova Helfred e lo farò condurre qui scortato da tutti i miei uomini.

Un grosso gruppo dei vostri dovrà andargli incontro e tutti insieme assicureranno la sua sicurezza nel tratto più pericoloso. Ci vorrà almeno un mese, perché i miei siano di ritorno, quindi avrete tempo per scegliere i più fidati.

Intanto vi occuperete voi delle questioni del regno, mentre io e i miei uomini resteremo qui, aiutando i vostri affinché tutto fili liscio. Quando Helfred tornerà, nessuno sarà in grado di cambiare la situazione.»

«Bene – annuì Woizeck, leggendo la stanchezza nel volto di Bjorn – mi sembra un buon piano. Ma ora basta parlare di lotte e intrighi. Abbiamo fatto abbastanza per cui riposiamoci tutti, curiamo le nostre ferite e festeggiamo la caduta del tiranno. I messaggeri partiranno domani.»



«»



Mirja e Bjorn passarono la notte nella stanza del balcone, dove era cominciato tutto. Mirja si era occupata a lungo di Huamar e lo aveva lasciato nella stanza a fianco, sotto la sorveglianza di Nita. L'egiziano si era ripreso in fretta dalla terribile esperienza e, saputo della vittoria di Bjorn, non solo si era alzato, ma aveva perfino ballato ed esagerato con i brindisi, per cui più tardi si era profondamente riaddormentato per altro motivo.

Bjorn e Mirja restarono svegli a lungo, parlando e commentando quanto era accaduto. La luce della luna illuminava d'argento la stanza e la brezza che veniva dal fiume muoveva le tende leggere dell'alcova in cui erano stesi, vicini, le gambe intrecciate l'uno all'altra.

«E così diventerai un mercante – sussurrò lei, tracciando con un dito un percorso sul petto di lui, seguendo il profilo dei muscoli – te ne andrai lontano e ti troverai molte mogli. Una in ogni mercato...»

«Tu mi aspetteresti?» rispose Bjorn.

«Certo che no. Verrei con te, piuttosto!»

«E lasceresti la tua casa? Vivresti in una tenda e sopporteresti le fatiche del viaggio?» Lui stette al gioco, sogghignando. Ma non era del tutto un gioco.

«Mi costruirei una casa in ogni porto, perché no? La locanda continua a rendere bene e quelle che costruirei lungo il fiume sarebbero altrettanto redditizie, se grazie alla protezione dei tuoi vichinghi e ai consigli di Woizeck il commercio diventasse più fiorente.»

Bjorn la fissò senza più sorridere, mentre l'immagine evocata dalle parole di Mirja si dispiegava nella sua mente: un largo fiume navigabile che si snodava in un territorio vergine, lungo migliaia di leghe e pieno di navi che trasportavano ogni sorta di mercanzia. Migliaia di mercanti e marinai pieni d'oro che avrebbero avuto bisogno di cibo, legname per le loro navi, artigiani per ripararle e donne per rilassarsi durante il viaggio. Decisamente Mirja vedeva sempre più in là di chiunque altro.

«Già. Perché no? - disse – E magari arrivare fino al sud del mondo, dove le leggende narrano di un regno ricchissimo, sulle rive di un grande mare, con città di marmo e i templi pieni d'oro.»

Lei lo guardò divertita, interrogandolo con gli occhi.

«Bisanzio – rispose lui, stendendosi più comodo, con le mani dietro la nuca – La capitale di un regno millenario che ha dominato il mondo. Ora é in declino, ma le ricchezze accumulate nei secoli sono inestimabili. Conosco qualcuno che l'ha vista.»

Si voltò verso Mirja con gli occhi brillanti, ma vide che lei taceva, ridiventata seria. Pensò di intuire suoi pensieri e si curvò verso di lei accarezzandole il viso e baciandola.

«Ma prima di andare così lontano ho tante cose da fare – le sussurrò - Il ritorno di Virgil, per esempio, e poi questo castello... e una moglie. Il viaggio può aspettare. Ne riparleremo e lo faremo solo se sarai d'accordo.»

Devo dirti una cosa – disse lei, senza cambiare espressione – devi saperla prima di decidere se vuoi che stiamo insieme.»

Lui la fissò serio, interrogandola con lo sguardo. Mirja continuò abbassando lo sguardo.

«Quando ti ho raccontato la storia di mia madre, non ti ho detto tutto. Lei lanciò quella maledizione contro i suoi oppressori, ma non fu la sua magia a ucciderli. Fu un veleno che io misi nei loro piatti.»

«Ma mi hai detto che ne mangiasti anche tu!»

«Sì, ne mangiai anch'io, ma...»

«Aspetta! - la interruppe Bjorn, credendo di capire – Quella cosa che mi hai detto quando hai visto il cadavere di Trekkar. La... triaca, o come si chiamava. Tua madre aveva creato l'antidoto! Ce l'aveva fatta, ma mi hai detto che non l'aveva mai sperimentato sulle persone. E l'hai usato tu?»

«Mia madre non aveva scoperto la triaca, ma un antidoto contro un unico particolare veleno, molto efficace, che decise avrei usato nella sua vendetta.

Prima di morire mi insegnò la sua arte, apparentemente per preparare delle medicine, in realtà per darmi le ultime istruzioni per un piano disperato che aveva ideato per salvarmi. Mi insegnò a preparare un veleno che creava nelle vittime un irrefrenabile eccitazione, facendo accelerare il battito del cuore fino a morirne, ma non lasciando alcuna traccia nel corpo della vittima. Poi mi insegnò a prepararne anche l’antidoto. Non era molto efficace, ma in quella grave occasione sarebbe servito ugualmente. Io imparai tutto perché mi aveva insegnato molte cose già da anni e, come lei, ero dotata per l'arte di manipolare le erbe e i decotti.

Quando, molto tempo prima, aveva fatto gli esperimenti con i maiali per trovare l'antidoto, aveva lavorato in segreto e alla fine diede loro un veleno diverso per cui, naturalmente, morirono tutti, proprio per far credere ad eventuali curiosi che aveva fallito. Invece il veleno e l'antidoto funzionavano, eccome. Così, quando io li ho usati per uccidere Marek e Kalju, nessuno ha sospettato nulla.

Riuscii a mettere il veleno nel loro piatto e, come mi aveva insegnato mia madre, prima bevvi una dose di antidoto e poi un intero bicchiere di olio per creare nello stomaco uno strato impermeabile che mi avrebbe impedito di assorbire del tutto il veleno. Stetti male anch'io, ma riuscii a sopportarlo e non darlo a vedere, così nessuno se ne accorse.»

Mirja tacque e ambedue restarono a lungo in silenzio.

«Quindi anche tu hai ucciso – disse finalmente Bjorn – è questo che vuoi dirmi?»

«Sì.»

Bjorn sorrise divertito.

«Hai fatto bene a dirmelo. - disse - Sei una donna pericolosa, e quindi dovrò comportarmi da bravo marito. Ho ricevuto il messaggio»

Poi si curvò verso di lei parlandole vicino al viso e intanto baciandole l'orecchio e il collo.

«In ogni caso io non ho paura di nessuno e saprò tenerti testa; antidoto o no.»

Lei rise mentre lui le faceva il solletico respirandole sulla nuca. Quindi si voltò e rispose ai baci, stringendosi a lui.




Fine






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