Il portatore dell'aquila - Cap. 3 e 4


Le navi vichinghe lasciano la foce del fiume e si dirigono verso altri obiettivi, ma una tempesta le investe con violenza...




Cap. 3

LA TEMPESTA 

Un'ora dopo, levatasi la foschia del mattino, le navi lasciarono l'isola di sabbia e puntarono verso il mare, mentre l'aria più chiara e un pallido sole lasciavano sperare una giornata tiepida, dopo i rigori dell'inverno recente. C'era poco vento, per cui i vichinghi diedero mano ai remi per immettere le navi nella corrente di marea diretta verso la foce. Presto furono in mare aperto e allora occorse fare forza sulla voga perché, per bordeggiare la costa come aveva indicato Bjorn, occorreva vincere una brezza contraria che aveva cominciato a sollevare onde brevi e fastidiose a tre quarti di prua, che inzuppavano tutti quelli che erano a bordo.

Come sempre, in quelle condizioni, metà dell'equipaggio lavorava curvo sui remi e l'altra metà sgottava l'acqua che entrava dal basso bordo e si accumulava sul fondo della nave, poche decine di centimetri sotto il tavolato dell'unico ponte.

A poppa, in piedi sul lato opposto del timoniere, Bjorn contemplava la sua ciurma, ammirandone inconsciamente il ritmo perfetto nella voga che faceva filare la nave come un animale marino: lo scafo lungo e flessibile si torceva e si adattava alle onde scivolando sopra di esse invece di sfondarle, come avrebbe fatto una nave molto più pesante e con maggiore pescaggio, e le tavole sovrapposte del fasciame, formando una serie di scalini lungo tutta la fiancata, limitavano e smorzavano il rollio dovuto alle onde che vi si infrangevano di lato. Il prezzo da pagare per quella leggerezza e flessibilità, e quindi velocità, era appunto l'acqua che superava facilmente la sponda a poco più di un metro dal livello del mare o si infiltrava tra i corsi del fasciame, e che doveva essere continuamente ributtata in mare.

La nave continuò così per diverse ore mentre il mare ingrossava sempre di più e una nuvolaglia scura si addensava all'orizzonte. Le navi si mantenevano in vista della costa lungo la quale, ad un certo punto, si scorsero dei cavalieri che sembravano seguire la loro direzione. Nel timore che fossero soldati accorsi a causa dell'attacco al villaggio del giorno prima, le navi riguadagnarono il largo, consapevoli che quella minaccia avrebbe impedito loro di approdare liberamente in caso di maltempo; timore, quest’ultimo, che sembrava avverarsi sempre di più, man mano che il cielo diventava più scuro e il vento più teso e sempre contrario.

Rivedi (Segnaposto)

Bjorn sentì un singhiozzo dietro di sé e si voltò a guardare. Nel suo anfratto all'estrema poppa, Virgil era accucciato avvolto nel suo mantello e piangeva. Grosse lacrime gli scendevano dalle guance mentre lui guardava basso davanti a sé, scosso da singhiozzi silenziosi.

Bjorn si avvicinò, accucciandosi davanti a lui. I vichinghi non erano teneri con i loro figli, ma quel ragazzino piangente intenerì il cuore del feroce guerriero, che restò a guardarlo senza sapere cosa dire; né Virgil lo guardò, continuando a piangere corrucciato. Poi si scosse e si pulì il volto e gli occhi con la manica. Infine, con il volto asciutto e senza più piangere, alzò lo sguardo su Bjorn, con un lungo sospiro.

«Piangi per i tuoi genitori? - chiese finalmente Bjorn – Sono morti al villaggio?»

«Piango per mio nonno – rispose il ragazzo, tornando a guardare le assi del ponte – e per mio fratello, che é morto con lui. Li ho visti da una fessura mentre ero nell'altra stanza. Spero che gli altri siano riusciti a scappare.»

Poi il ragazzo rialzò lo sguardo sul vichingo. «Non erano proprio miei fratelli, ma vivevamo vicini e giocavamo insieme. Erano tutti come me.» E, senza volerlo, si toccò il pendaglio con l'aquila che portava al collo.

Bjorn si massaggiò il mento, pensieroso. «Come te, hai detto. Vuoi dire che ti assomigliavano? Quanti eravate?»

«Quattro, ed eravamo identici in tutto. Era un gioco che aveva inventato mio nonno. Lui cercava di riconoscerci uno a uno e noi dovevamo ingannarlo.»

«E portavano anche loro un pendaglio come il tuo?»

«Sì. Anche se solo il mio era così pesante. Quelli degli altri erano uguali, ma più leggeri.» rispose Virgil.

«Dallo a me.» – disse Bjorn allungando una mano verso il ragazzo e guardandolo negli occhi.

Virgil si tolse il pendaglio e glielo porse senza obiettare.

«Sembra che chi porta questo pendaglio abbia molti nemici – disse il vichingo, soppesandolo e poi mettendoselo al collo – d'ora in poi lo porterò io, e se qualcuno vorrà prenderlo, dovrà chiederlo a me.»

Il ragazzo non rispose e tornò a stendersi nel suo angolo, senza più badare a Bjorn e senza più piangere.

Anche Bjorn si sedette sul ponte posandosi con la schiena alla murata per riflettere. Il nonno di Virgil, se era davvero suo nonno, era stato in gamba a trovare ben tre sosia per proteggere la vita di quel ragazzino. Lui era morto, ma il suo sistema aveva funzionato. Evidentemente i sicari che cercavano il ragazzo non lo conoscevano di persona, ma dovevano cercarne uno che portasse il pendaglio a forma di aquila.
Avevano già ucciso uno dei quattro, credendolo quello giusto, salvo ricredersi quando ne avevano visto un altro scappare e rifugiarsi tra il fieno. Bjorn era arrivato giusto in tempo... e forse la razzia in quel villaggio non era stata del tutto inutile se gli aveva permesso di salvare e di impadronirsi di una preda così ambita.

Ma ambita da chi? E perché quel ragazzino era così prezioso? Chi era il padre? Da dove veniva? Chi l'aveva affidato ad un vecchio e relegato in un miserabile villaggio di pescatori, se era così importante? Era stato solo per proteggerlo, era chiaro; per nasconderlo in un luogo insignificante in attesa che crescesse e diventasse adulto... e magari potesse pretendere quello che gli spettava!

Sì, doveva essere così – pensava Bjorn sempre più convinto – forse era il figlio di qualche re spodestato; l'erede di un regno; un ostaggio fuggito ai suoi carcerieri e portato al sicuro da un vecchio servitore. E adesso lui, Bjorn Rasmussen, era il suo padrone e protettore. Gli aveva salvato la vita e forse avrebbe potuto pretendere un regno in suo nome e...
La nave ebbe uno scossone per un'onda più alta delle altre che si frantumò sull'alta prua per poi riunirsi e percorrere spumeggiando il resto della nave, bagnando tutti quelli che erano a bordo e che, istintivamente, si raggomitolarono sui banchi.

Rivedi (Segnaposto)
Bjorn si rizzò a metà, aggrappandosi con le braccia larghe al parapetto a mettendosi davanti a Virgil per ripararlo, anche se inutilmente.
Fradicio come tutti gli altri, Bjorn si alzò in piedi del tutto, tenendosi in equilibrio sul ponte che si contorceva scricchiolando, mentre la nave cadeva nel cavo dell'onda successiva per poi tornare subito a sollevarsi all'arrivo della nuova cresta.

Il timoniere spingeva sulla barra per mettere la nave contro le onde che erano ingrossate quasi all'improvviso, spinte e increspate dal vento ora ancora più freddo e teso. Avevano doppiato un promontorio roccioso ed evidentemente erano incappati in una corrente d'aria e acqua più violente, prima nascoste proprio dalla presenza del promontorio. Bjorn svolse febbrilmente la sua mappa di pelle per cercare qualche indicazione, ma il profilo della costa non era ben tracciato e non c'era traccia di quelle rocce che si protendevano sul mare. Occorreva navigare a vista e l'acqua ribollente indicava la presenza di scogli e lingue di sabbia a pelo dell'acqua, da evitare ad ogni costo. Bjorn gridò l'ordine di puntare verso il mare aperto, e il timoniere eseguì prontamente mentre tutti si rimettevano a fare forza sui remi. Rizzandosi in piedi sul dritto di poppa, Bjorn segnalò la manovra alla nave che seguiva, qualche centinaio di metri più indietro, perché anche i suoi compagni non fossero colti di sorpresa. Gli altri capirono i suoi gesti e manovrarono di conseguenza, virando anche loro a fatica verso il largo.

Il sole era sparito e il fronte di nuvole basse e scure avanzava in fretta e occupava gran parte del cielo. Ormai sulle navi si era compreso in pericolo incombente e tutti si impegnavano nel loro compito senza sprecare energie. I marinai alla voga spingevano sui remi mentre gli sgottatori non smettevano un momento di mantenere lo scafo più asciutto possibile. Con un grugnito di approvazione, Bjorn vide che anche le poche donne prigioniere, trascinate a bordo dopo la razzia, si davano da fare in tal senso, consapevoli che la salvezza della nave significava la salvezza di tutti. La zona intorno al promontorio era troppo pericolosa per tentare un approdo a causa delle secche e degli scogli e inoltre c'era sempre da temere il pericolo dei soldati, quindi non c'era alternativa che guadagnare le acque più profonde cercando di superare il promontorio sperando di farcela prima che il tempo peggiorasse troppo. Le onde, dalle cime spumeggianti e sfilacciate dal vento, si facevano sempre più alte e inondavano la nave sempre con maggiore violenza facendola beccheggiare violentemente.
A poppa, Virgil si teneva ad un gancio della murata, con una mano sullo stomaco per trattenere i crampi che cominciavano a tormentarlo. Bjorn era in piedi accanto al timoniere, aiutandolo a tenere la rotta della nave e scrutando verso la costa, ora più lontana, in cerca di indizi di una via di salvezza.

Improvvisamente si mise a piovere violentemente tanto che la visibilità si dimezzò in pochi secondi, mentre il vento spingeva raffiche d'acqua che tempestavano i rematori. All'acqua che cadeva dal cielo si aggiungeva quella che il mare scagliava addosso alle navi, ormai scuotendole e flagellandole in modo indescrivibile.

Bjorn notò con disappunto che, nonostante l'azione dei vogatori, non riuscivano ad allontanarsi a sufficienza dalla costa irta di scogli a causa di una corrente che ora riusciva ad individuare grazie ad un diverso colore dell'acqua.



Rivedi (Segnaposto)

Bisognava assolutamente uscire da quel flusso mortale se volevano salvarsi. Uno dei marinai, salito sul dritto di prua per annusare il vento, lanciò un urlo e agitò il braccio verso Bjorn che comprese al volo. Puntando con i remi verso il mare aperto, la direzione del vento rispetto alla nave era cambiata e ora forse avrebbe potuto aiutarli nella loro fatica. Bjorn lanciò un ordine e immediatamente alcuni vichinghi si misero ad armeggiare intorno al gigantesco pennone e cominciarono ad alzarlo, spiegando parzialmente la grande vela colorata. Subito il vento iniziò a gonfiarla, quasi con uno scoppio, mentre altri si aggrappavano alle scotte per trattenerla e orientarla. Contemporaneamente, gli uomini ai remi raddoppiarono gli sforzi per mantenere la nave in assetto. La manovra sembrò funzionare e la nave accelerò visibilmente lottando contro le onde e puntando verso il largo. Ma la maggiore velocità aumentò il beccheggio e gli scossoni mentre tutta la nave si contorceva cigolando.

Improvvisamente Virgil non ne poté più e si alzò di scatto dal suo anfratto, dov'era rintanato, portando le mani alla bocca per trattenersi e allungandosi fuori dalla murata. Bjorn lo vide con la coda dell'occhio e si lanciò per fermarlo, ma proprio in quel momento una ondata spazzò la poppa investendo Bjorn con un muro d'acqua che lo costrinse ad aggrapparsi ad una drizza dell'albero. Quando si scosse l'acqua dagli occhi, si accorse che Virgil era sparito!

Rivedi (Segnaposto)

Bjorn corse alla murata, appena in tempo per vedere il ragazzo che gesticolava tra gli spruzzi della scia, già decine di metri più indietro. La sua preziosa preda rischiava di svanire per sempre. Bjorn lanciò un grido al timoniere, che lo fissava con occhi spiritati, e un secondo dopo scavalcò la murata all'estrema poppa gettandosi in acqua nella direzione in cui il ragazzo era ormai sparito.

In un inferno di onde e spruzzi, Bjorn diede poche vigorose bracciate per poi immergersi decisamente sotto le onde, inarcando vigorosamente la schiena come facevano i delfini e così percorrendo rapidamente alcune decine di metri. La mossa risultò vincente perché Virgil, esausto, stava già affondando e la sua sagoma risaltava chiaramente , circondata da una nuvola di bollicine, nella massa traslucida dell'acqua, sconvolta nella parte superiore, ma densa e omogenea più in profondità. Il ragazzo stava lentamente svanendo nel buio dell'acqua più profonda, quando Bjorn riuscì ad agguantarlo per la giubba, dando poi delle violente scalciate per risalire.
Rivedi (Segnaposto)

Al contrario di molti marinai, Bjorn era un validissimo nuotatore ed emerse di slancio aspirando rumorosamente e tirando a sé il ragazzo. Virgil era svenuto, ma appena Bjorn lo scosse, tenendolo sopra il pelo dell'acqua, tossì violentemente roteando gli occhi e vomitando un getto d'acqua e cibo. Al vichingo parve un ottimo segno e, tenendo il ragazzo su una spalla, continuò a sostenerlo mentre si guardava intorno.

Il mare adesso era un inferno di onde e di spruzzi e le due navi erano lontane. Si erano divise e andavano in due direzioni diverse, ma era evidente che, con quelle onde e il rischio degli scogli, quella da cui si era lanciato in acqua non poteva assolutamente virare per tornare a riprenderlo, anche se probabilmente aveva tentato. La tempesta si avvicinava sempre di più e il cielo era ormai di piombo. Adesso gli uomini delle navi dovevano lottare per la loro sopravvivenza. Bjorn si augurò che non perdessero altro tempo e puntassero decisamente verso il largo come aveva ordinato.

Quanto a lui, si sarebbe abbandonato alla corrente, visto che con quel mare e con il suo fardello non avrebbe certamente potuto opporvisi, sperando di essere trascinati verso terra, come poco prima avevano rischiato le navi. Un uomo era meno ingombrante e magari le onde lo avrebbero condotto in qualche cala riparata dove guadagnare la riva con facilità. Doveva solo evitare gli scogli.

Si avvide ben presto che le sue speranze erano troppo ottimistiche: la corrente lo portava sì verso terra, come aveva fatto poco prima con le navi, ma la costa era tutt'altro che facile da raggiungere. Si vedevano lunghe file di onde spumeggianti, indice di una barriera di scogli quasi continua sui quali il mare si infrangeva con gran fragore.

Bjorn fu sollevato da una gigantesca massa d'acqua e portato di peso sopra un enorme spuntone, scavalcandolo per miracolo. Oltre la prima barriera di scogli l'acqua aveva cambiato colore a causa del continuo ribollire. Facendo galleggiare Virgil sulla schiena e trattenendolo perché non scivolasse, Bjorn poteva nuotare con un braccio solo e questo bastava a farlo stare a galla nell'acqua impazzita, ma niente di più.

Adocchiando un'altra onda in arrivo, Bjorn si portò nel punto migliore per essere trasportato da questa per un altro tratto. La massa liquida lo avvolse trascinandolo con sé e per un momento lui e Virgil si mossero a velocità pazzesca. Il cavallone lo spinse improvvisamente in basso e Bjorn sentì un urto violento al fianco e uno strappo sulla coscia. Aveva urtato uno scoglio sommerso e le rocce taglienti e irte di conchiglie agirono come spade affilate sul suo corpo.

Lanciò un urlo di rabbia e di dolore mentre le onde lo riprendevano e lo precipitavano contro un ampio tavolato di roccia al quale riuscì ad abbarbicarsi. Per lunghi secondi resistette contratto sulla roccia, mentre il reflusso dell'acqua cercava di strapparlo via a trascinarlo nuovamente in mare. Oltre a se stesso doveva pensare a Virgil, che teneva schiacciato con un ginocchio contro la pietra. Il ragazzo era incapace di fare qualsiasi cosa, ancora svenuto, pallido come un morto.

I dolori al fianco e alla coscia erano lancinanti. Le dita contratte su ogni minimo appiglio, Bjorn riuscì a resistere alla corrente inversa per poi sollevarsi carponi nel momento di pausa prima della prossima ondata. Stravolto e boccheggiante per il dolore, tossendo e sputando l'acqua che aveva bevuto, si trascinò come un automa verso la pozza di acqua più bassa che era oltre il tavolato di roccia, posando per la prima volta i piedi sulla sabbia morbida e vischiosa del fondo. Trascinava Virgil sulla schiena tenendolo per la giubba. Il ragazzo sembrava uno straccio bagnato.

Una nuova ondata colpì il vichingo alle spalle facendolo cadere in avanti, ma ormai le rocce che c'erano tra lui e l'acqua più profonda avevano smorzato la furia del mare e la riva era ormai vicina. Bjorn tremava violentemente mentre a fatica, trascinando la gamba ferita, riuscì ad avanzare nell'acqua bassa, sempre trascinandosi dietro Virgil. In poco tempo la pozza d'acqua divenne rossa del suo sangue. Poi, raggiunto un punto più alto, dove la risacca arrivava appena a raggiungerli, un denso strato di alghe fradicie lo fece inciampare e crollò a terra esausto, restando immobile.

Pochi metri più indietro, nell'ululare del vento, le onde martellavano la scogliera con possenti colpi di maglio, spumeggiando piene di rabbia per aver perso la loro preda.


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Rivedi (Segnaposto)


Sul letto di alghe, Virgil si svegliò con un conato di vomito seguito da un violento brivido di freddo. L'acquazzone scrosciante era cessato e si era tramutato in una pioggia più leggera ma insistente. Il cielo era basso e scuro e la luce scemava rapidamente per la sera anticipata a causa della tempesta.

Il ragazzo si rizzò a sedere di colpo vedendo vicino a sé il corpo di Bjorn, steso su un fianco. Virgil si trascinò su di lui e si acquietò un poco vedendo che il gigantesco guerriero respirava. Ma il colorito era terreo e il sangue, che era colato dal fianco e dalla gamba sinistra, aveva colorato le alghe sotto di lui.

Camminando carponi, il ragazzino gli girò intorno e gli tolse i capelli fradici dal volto, toccandolo sulle guance e sul naso, cercando di svegliarlo. Ma Bjorn non si mosse.

Il ragazzo si alzò, barcollando e posando una mano su una roccia per non cadere. Poi, muovendo i primi passi con cautela, si avviò lungo uno stretto passaggio sabbioso tra le rocce, risalendo la riva che in quel punto era alta una decina di metri e coronata da una duna di sabbia ed erba. Il buio scendeva rapidamente e Virgil percorse gli ultimi metri a quattro zampe, aggrappandosi ai ciuffi di erba che costeggiavano lo stretto varco sabbioso.

Arrivato in cima alla duna, Virgil si guardò intorno a lungo, mentre un vento impetuoso lo scuoteva. Più in basso, riparato dalla duna, non lo aveva sentito così forte, ma lassù riusciva a malapena a stare in piedi, sferzato da sabbia, paglia e foglie. Virgil guardò verso il mare, sconvolto da onde altissime e con le creste piene di schiuma bianca. Le navi non si vedevano più e il ragazzo si chiese se non fossero già affondate, piuttosto che trascinate chissà dove. Il cielo era sovrastato da una densa cappa di nuvole scure e una sola lama di cielo chiaro era visibile sullo sfondo, bassissima all'orizzonte e arrossata dal sole al tramonto. Tutto intorno si estendeva una landa scura cosparsa di basse alture ricoperte di dense boscaglie, anch'esse agitate dal vento. Al limitare di una di queste Virgil scorse una sola luce tremolante, che si accese proprio in quel momento, quasi volesse chiamarlo o attirare la sua attenzione. Il ragazzo la fissò per qualche istante poi, rapido, tornò sui suoi passi scivolando lungo la duna. Arrivato nuovamente dove si trovava Bjorn, lo scrutò per un momento, senza trovare nulla di cambiato. Allora lo spinse faticosamente con le due braccia fino a stenderlo sulla schiena. Lavorando rapidamente finché c'era ancora un po' di luce, gli tolse la cintura cui era fissato il fodero con il pugnale, di forma tipicamente vichinga; poi la giubba di cuoio, tagliandola con il coltello sulle spalle e sfilandogliela con grande sforzo, e poi i due bracciali di cuoio, un braccialetto d'oro fatto come due sottili serpenti che si intrecciavano nella lotta, e un anello con un sigillo, anch'esso d'oro, che portava alla mano sinistra. Infine gli sciolse le trecce che gli ornavano i capelli ai lati del volto. Ora Bjorn non aveva più gli abiti e la foggia di un guerriero vichingo, o almeno non troppo, e poteva essere scambiato per un viaggiatore qualsiasi o un marinaio gettato sulla costa dopo un naufragio. Rapidamente, Virgil fece un involto di tutti gli oggetti raccolti gettandolo in un anfratto tra gli scogli dove nessuno avrebbe potuto trovarlo.

Poi, dopo un'ultima carezza sulla fronte del vichingo, rifece la strada di prima, risalendo la duna. Ma arrivato in cima non si fermò e continuò veloce nell'erba verso la luce che ormai brillava nella notte, unico faro verso la salvezza.

Rivedi (Segnaposto)


Cap. 4

LA LOCANDA DEL CROCEVIA


Bjorn emise un lungo sospiro, e poi un colpo di tosse che gli provocò una fitta fortissima al fianco che lo svegliò del tutto. Restò un momento boccheggiante, prima di sbattere le palpebre e guardare il cielo scuro, ancora intontito. Respirare rinnovava il dolore e di colpo ricordò le onde impetuose, gli scogli... e l'urto contro di essi che lo aveva quasi fatto annegare. Si passò una mano sul volto, stropicciandosi gli occhi arrossati dall'acqua salata, poi si ricordò di Virgil, tirando su la testa di scatto per guardarsi intorno.

La fitta al fianco arrivò immediatamente, ma lui resistette, roteando la testa. Il ragazzo era sparito... anche se ora ricordava bene di essere arrivato a riva con lui.

Si accorse in quel momento di essere senza la giubba, e anche senza il pugnale e il suo bracciale! Cosa significava, questo? Quel ragazzo era una continua sorpresa, maledizione! Cosa aveva intenzione di fare? E dov'era finito con la sua unica arma? Un ladro, ecco per chi aveva rischiato la vita! Quel piccolo serpente aveva finto di essere calmo e ubbidiente per poi derubarlo e filarsela alla prima occasione propizia. Era stato fortunato che non gli avesse piantato il coltello nel cuore, prima di filarsela.

Con enorme fatica si rizzò a sedere, tenendosi il fianco dolorante e subito le ferite si rimisero a sanguinare. Soprattutto quella alla coscia, che si era gonfiata e ora pulsava in modo terribile lanciandogli fitte di dolore lunga tutta la gamba fino all'inguine.

Ma era abituato al dolore e quindi continuò a sollevarsi fino a restare in piedi quasi dritto, torcendo il busto per evitare le fitte al costato, indice probabilmente di qualche costola rotta. Temette di avere danni ai polmoni ma, concentrandosi a gustare la propria saliva, non sentì il gusto del sangue e questo lo tranquillizzò.

Si sforzò di fare qualche passo, ma la testa gli girò furiosamente e ricadde in ginocchio tra dolori terribili. Eppure doveva togliersi di lì. Il peggio della tempesta era passato, ma il mare non si era calmato e le onde che si infrangevano rabbiose sugli scogli lanciavano ancora spruzzi fino a raggiungerlo. Doveva trovare un riparo, e anche il modo di ricongiungersi ai suoi prima che qualcuno scoprisse che lui era un vichingo appartenente ad un gruppo guerriero.

La gente che abitava le zone costiere, infatti, aveva un vero odio per i predoni come lui che apparivano dal nulla sulle loro navi e razziavano e uccidevano senza alcuna pietà. Spesso quelle stesse navi piene di guerrieri naufragavano lungo la costa a causa delle tempeste e allora, quando i sopravvissuti guadagnavano la riva, stremati e disarmati, gli abitanti della zona, che magari avevano subito una razzia tempo prima, si trasformavano da vittime in carnefici e si vendicavano torturando i naufraghi fino alla morte.

Bjorn aveva perso alcuni amici in quel modo. Ora era lui a rischiare e doveva assolutamente evitare di essere sorpreso in quelle condizioni. Si obbligò a rialzarsi di nuovo, appoggiandosi ad una roccia per non cadere. Fatti pochi piccoli passi, riuscì ad agguantare un grosso ramo contorto che era stato lasciato dal mare tra gli scogli, usandolo come stampella per dare un po' di sollievo alla gamba ferita. Ma tenerlo sotto l'ascella gli faceva dolere terribilmente il costato, così dovette tenerlo con le due braccia e aggrapparvisi come un vecchio. Con l'aiuto del bastone cominciò a risalire il sentiero verso la cima della duna. Cominciava ad albeggiare e una luce pallida si faceva largo tra nuvole basse e gravide di pioggia. Bjorn pensò confusamente che doveva essere stato svenuto per diverse ore. Man mano che saliva sentiva una brezza tesa e fredda che gli gelava le ossa e lo faceva tremare furiosamente. All'improvviso vide le impronte lasciate da Virgil tra i ciuffi d'erba.

Ecco per dove era passato il ragazzo! Bjorn pensò che forse poteva raggiungerlo e forse... ogni pensiero svanì, mentre un velo nero calò di colpo sugli occhi di Bjorn, che cadde a terra pesantemente per un nuovo collasso, senza però perdere del tutto conoscenza. Si costrinse a rimanere sveglio mentre il sangue, grazie alla posizione prona, gli tornava alla testa. Aveva perso molto sangue... forse troppo, pensava. E' così dunque che morirò? Come un qualsiasi contadino che si é sbudellato cadendo sulla sua falce... quale vergogna per un guerriero che voleva essere capo di molti e guadagnarsi un regno con le sue imprese. Perché quello era il desiderio di tutti i vichinghi: non essendoci nulla, dopo la battaglia finale nel Wahalla tra gli dei e i demoni, alla fine del mondo, ognuno sarebbe stato ricordato solo dal valore delle sue imprese e dal bottino che avrebbe speso per il piacere dei suoi uomini.

Bjorn si sentì per un momento terribilmente triste, ma poi la sua forza di carattere ebbe nuovamente ragione di ogni debolezza e si costrinse ad alzarsi di nuovo, continuando ad avanzare verso la cima della duna, anche se più lentamente.

Un passo dopo l'altro raggiunse la cima e poi proseguì, sempre curvo sul suo bastone, seguendo confusamente le tracce di Virgil, che ancora creavano una scia nell'erba alta e si perdevano in lontananza.

Dopo circa un'ora, Bjorn non vedeva quasi più niente. Un lungo filo di bava gli pendeva dalla bocca aperta, mentre avanzava come un automa lungo la traccia fangosa lungo la quale continuava a lasciare una scia di sangue. Gli parve di sentire delle voci e si guardò intorno intontito senza vedere più lontano di un paio di metri... in realtà non riusciva più a sollevare la testa.

Fece l'errore di fermarsi e quando tentò non fu più capace di ripartire... così cadde in ginocchio, in tempo per vedere un uomo che gli correva incontro. Su un carro alle sue spalle c'erano altri uomini, e Virgil, che lo chiamava a gran voce, agitando un braccio.

Cadde in avanti e il nuovo venuto lo prese al volo evitandogli di piombare con la faccia nel fango. Poi la notte calò di nuovo.

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Frusciare di stoffe, odore di incenso e altre spezie... dita che lo sondavano lungo la schiena e sul costato... fitte di dolore e sussurri... acqua tiepida che gli scorreva addosso... qualcuno lo stava lavando... palpebre nuovamente pesanti, una spossatezza che sembrava preludere alla morte...

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Bjorn tornò in vita lentamente, sollevando le palpebre pesantissime, abbastanza per vedere una stanza ampia, immersa in una calda penombra, odorosa di incenso e altre fragranze. Sulla parete di fronte c'era un vasto camino pieno di braci scoppiettanti. Si rese conto di essere steso su un ampio letto, morbido e dotato di lenzuola di tela leggera, con una coperta di lana che lo copriva fino al petto. Richiuse gli occhi, già stanco per lo sforzo, ma li riaprì quando sentì un fruscio. Una donna si sedette accanto al letto e spostò coperta e lenzuola per scoprirgli la gamba. A quel contatto, Bjorn ebbe un sussulto e cercò di afferrarle un braccio, ma lei si divincolò facilmente chinandosi poi velocemente su di lui, posandogli la lama di un coltello alla gola e la bocca a pochi centimetri da un orecchio.

«Se sei malato posso curarti, ma se sei un nemico, posso ucciderti » sibilò.

Lui si rilassò, senza dire nulla. Lei lo fissò per qualche secondo, poi ritirò il coltello e riprese il suo lavoro, scoprendogli del tutto la gamba e cominciando a svolgere la lunga fasciatura che la copriva dal polpaccio all'inguine. Lavorava velocemente e con molta abilità.

Bjorn la osservò senza muoversi, con gli occhi socchiusi. Una donna alta e con un corpo splendido, a quanto pareva. Lunghi capelli neri chiusi mollemente sulla nuca da un fermaglio di avorio e oro, la veste a più strati di lana colorati e sottili, stretti da una cintura fatta di strisce di pelle intrecciate. Pesanti orecchini di filigrana e collane d'oro e di pietre dure che ricadevano sulla pelle dorata del seno, sodo e abbondante. Mentre lei gli puliva delicatamente la ferita con una lunga pinza e una pezzuola, un'altra donna si avvicinò al letto portandole un catino con delle altre bende. Anche la nuova venuta era curata e piacente, pur essendo piuttosto imponente, di età indefinibile e con un seno prosperoso, generosamente mostrato da una veste ampia e scollata, senza maniche e decorata da ricami colorati lungo le spalle.

Chi erano quelle donne? E che luogo era quello?

Bjorn roteò gli occhi a fatica, esplorando l'ambiente e scorgendo all'improvviso Virgil, che lo guardava, seduto su uno sgabello all'altra estremità della stanza. Accorgendosi che lo aveva visto, Virgil gli sorrise debolmente, sollevando una mano. Indossava una tunica nuova e aveva i capelli puliti e ben pettinati, che gli ricadevano sulle spalle. Anche lui era stato trattato generosamente.

E non era un ladro, dunque! Anzi, senza dubbio era stato lui a salvarlo, correndo in cerca di aiuto e venendogli incontro con un carro sul quale era stato evidentemente trasportato in quella casa. Ora Bjorn cominciava a ricordare... e a capire anche perché il ragazzo lo avesse spogliato di quelli che erano chiari indizi della sua identità di vichingo. Anche lui aveva intuito il pericolo: pugnale, giustacuore di cuoio, bracciale d'oro, erano tutti oggetti di chiara fattura normanna e quelli che lo avevano trovato, riconoscendo in lui uno dei predoni che terrorizzavano i villaggi della costa, lo avrebbero ucciso subito, piuttosto che soccorrerlo. Grazie a Virgil, invece, gli avevano concesso il beneficio del dubbio e ora quella donna lo stava curando, anche se si manteneva vigile, con un pugnale pronto.

Non se ne preoccupò più di tanto. Bjorn aveva guadagnato del tempo, e ne aveva bisogno per guarire e recuperare le forze. Mascherare la sua identità era un problema che poteva aspettare e lui ci avrebbe pensato più tardi. Adesso poteva rilassarsi e lasciare che quelle donne misteriose si prendessero cura di lui. Una situazione decisamente interessante e lui era tanto tempo che non si divertiva come era necessario ad un uomo. Non adesso, però; non certo in quelle condizioni e con una donna così diffidente e pericolosa... anche se il pericolo lo aveva sempre eccitato. Richiuse gli occhi esalando un lungo sospiro. Poi si addormentò.

Il risveglio successivo fu pieno di dolore. La gamba pulsava terribilmente e fitte acutissime gli trafiggevano il torace ad ogni respiro. La donna dal seno grosso, vedendolo sveglio, lo aiutò alla meglio a tirarsi su quanto bastava per poterlo imboccare con un cucchiaio, dandogli da mangiare una specie di zuppa densa e acidula che apparve celestiale allo stomaco di Bjorn, vuoto ormai da giorni. La donna era materna e premurosa e aspettava paziente che lui inghiottisse dolorosamente ogni boccone prima di offrirgli il successivo. Intanto lo guardava con evidente ammirazione e si faceva anche guardare, curvandosi maliziosamente su di lui ad ogni occasione per mettere in mostra la sua abbondante mercanzia femminile. Profumava come un emporio di essenze esotiche e il vichingo né fu presto stordito, complici la sonnolenza dovuta alla sazietà e le fitte di dolore.

Mentre lo accudiva, però, la donna gli sussurrava anche qualche informazione.

Lei si chiamava Anita, mentre Bjorn si trovava in quella che i viandanti della zona chiamavano la Locanda del Crocevia, che apparteneva a Mirja, maga e sacerdotessa, che si diceva fosse la donna più bella del mondo e che l'aveva ereditata da sua madre, maga e guaritrice anche lei, ma che Mirja aveva ampliato e resa più frequentata che mai. Bjorn comprese che proprio Mirja era stata la prima a curarsi di lui, minacciandolo con il coltello, ma anche occupandosi personalmente delle cure più urgenti e delicate.

Grazie soprattutto all'opera di Mirja, la Locanda del Crocevia era in realtà diventata nel corso degli anni un insieme di cose: bordello di lusso per i mercanti più facoltosi; caravanserraglio per le carovane provenienti dalle steppe dell'Est e dirette ai mercati del Sud; luogo di sosta e ristoro per ogni sorta di pellegrino diretto ai santuari che si trovavano a Ovest o ai porti lungo la costa. Tre grandi strade si incontravano sulla pianura e la locanda ne intercettava il traffico, intenso soprattutto durante la buona stagione, ma presente anche durante l'inverno. E sempre i viaggiatori lasciavano laggiù una parte della loro ricchezza che andava così ad arricchire Mirja, le sue donne e i numerosi lavoranti che facevano funzionare la locanda e anche ne assicuravano la protezione.

Era stata Mirja in persona a incontrare Virgil mentre si avvicinava alla locanda. Il ragazzino era stremato e in condizioni terribili, coperto di lividi e di fango dopo quella terribile marcia attraverso la spianata che terminava sulle dune lungo la costa.

Mirja stava tornando alla locanda dopo un breve viaggio per affari in un villaggio vicino e viaggiava, come sempre, su un carro chiuso trainato da quattro cavalli e scortato da quattro uomini. Solo per miracolo il carro non aveva investito Virgil che era sbucato dall'erba alta a lato della strada e stava attraversando, troppo inebetito dalla fatica per accorgersi del pericolo. Il conducente aveva fermato i cavalli appena in tempo, facendoli scartare e uno dei cavalli aveva urtato il ragazzino spingendolo a terra. Mirja era subito scesa a vedere e, vedendo le condizioni del piccolo, lo aveva caricato sul carro e portato alla locanda dove gli aveva prestato i primi soccorsi. Ma appena ripresosi, Virgil aveva subito riferito di Bjorn, dicendo che lui e suo zio erano naufragati quando la loro barca era finita sugli scogli a causa della tempesta. Volutamente confuso, Virgil aveva accennato ad un viaggio di pellegrinaggio verso un porto a Ovest, una grave malattia superata grazie ad un voto e al viaggio periglioso per esaudirlo... comunque suo zio era ancora in pericolo e aveva supplicato perché qualcuno accorresse in suo aiuto. Era quindi stato lui stesso, a bordo di un carro prontamente approntato alle prime luci dell’alba, a guidare i soccorsi verso Bjorn, incontrandolo per strada e portandolo in salvo prima che fosse troppo tardi.

Grazie alle cure ricevute e grazie alla sua tempra superiore alla media, Bjorn migliorava a vista d'occhio e dopo pochi giorni trascorsi in grave pericolo per un rischio d'infezione a causa della ferita alla gamba, i dolori scemarono e la sua situazione divenne quella di un convalescente che doveva solo aspettare che la natura facesse il suo corso. Lui dava il suo contributo mangiando avidamente tutto quello che la giunonica Anita gli portava. Inoltre camminava a lungo percorrendo in cerchio la stanza per riabilitare la gamba ferita ed esercitava le braccia sollevando ripetutamente due grandi secchi pieni d'acqua che Virgil gli aveva procurato a quello scopo.

La posizione privilegiata del suo alloggio – incredibilmente continuava ad essere alloggiato al terzo piano, in quello che era il quartiere personale di Mirja – gli consentiva anche di osservare l'interno della locanda, misurandone e valutandone le difese.

Dei numerosi garzoni, cuochi e stallieri che lavoravano nel recinto, molti erano giovani e vigorosi e, in caso di necessità, se ben armati, avrebbero costituito una difesa molto valida. Inoltre erano aiutati da un lungo muro, alto quasi quattro metri, che circondava il vasto cortile interno, ed era rinforzato da torri quadrate dotate di ripidi tetti di legno e opere di difesa sporgenti tutto intorno. La più alta e massiccia delle torri sovrastava l'ampio portone di ingresso che, all'occorrenza, poteva essere sbarrato da una doppia porta rinforzata di ferro. Chiunque lo varcasse doveva svoltare bruscamente di lato e percorrere un lungo tratto stretto tra il muro esterno e un altro muro interno, lungo quasi dieci metri, trovandosi poi di fronte ad un altro portone, anch'esso ben difeso.

In quel corridoio ben delimitato, il nuovo venuto era esposto all'attacco degli uomini appostati sopra le mura e avrebbe potuto anche essere imprigionato tra le due porte, se i difensori avessero deciso di chiudere quella principale alle sue spalle.

All'interno del recinto l'ampio cortile era diviso in due parti. Una, grande circa un quinto del totale, era un giardino con una grande piscina e ricco di alberi, cespugli e fiori, ad uso di Mirja e dei clienti più facoltosi. Il resto era destinato alle carovane che potevano scambiare e trasbordare le merci o depositarle in uno dei capaci magazzini addossati alla parte interna delle mura. Qui si trovavano anche stalle e depositi di fieno e cereali per gli animali e, soprattutto, una grande fontana, alimentata da una condotta che portava acqua fresca e abbondante da una sorgente che si trovava nella vicina collina.

La locanda vera e propria era situata in un'ampia costruzione che dominava il grande cortile ed era addossata alla torre principale e al giardino interno. Costruita a tre piani degradanti ospitava al piano terra la cucina, la dispensa, una grande sala da pranzo e poi vari salotti e stanze separate dove i pellegrini potevano incontrarsi, giocare d'azzardo e trattare i loro affari, allietati, se richiesto, dalle numerose e compiacenti cameriere che servivano nel locale. Intorno a due lati del piano terra vi era un profondo portico con un lato che aggettava sulla piscina, cosicché sembrava che la casa fosse costruita sull'acqua. Al piano superiore vi erano numerose camere dove i viaggiatori potevano alloggiare per trascorrere la notte, sempre con la possibilità di essere in lieta compagnia. Le camere erano lussuose, dotate di capaci camini, mobili decorati e tappeti. Parlando con Virgil e con la loquace Anita, Bjorn apprese che erano molti i mercanti che godevano abitualmente di tale ospitalità, ripetendo le loro visite negli anni e spesso arrivando a sposare le prostitute che li avevano accuditi e alle quali si erano affezionati.

All'ultimo piano, infine, dotato di un'ampia terrazza utile per vigilare su tutta l'area, si trovava l'alloggio di Mirja, servita da altre donne particolarmente capaci e fedeli.

Ma la locanda e le sue opere di difesa, benché notevoli e ben costruite, avrebbero potuto poco contro un attacco ben coordinato. In realtà l'arma più potente di Mirja per proteggere i suoi averi era la sua fama: quella di una donna onesta negli affari, intelligente, discreta, capace di soddisfare ogni passione e di conoscere ogni segreto.

Mirja non si concedeva a nessuno, a quanto si diceva, dedicandosi alla gestione delle sue proprietà, e alle arti magiche, che le consentivano di sapere sempre tutto di tutti e di usare queste informazioni per fornire consulenze negli affari dei suoi clienti, organizzare incontri e accordi commerciali che le procuravano nuova fama e laute provvigioni. Si diceva che, grazie ai suoi filtri magici, sapesse leggere nel cuore e nella mente degli uomini cosicché nessuno poteva ingannarla... in realtà Bjorn aveva intuito che le informazioni che usava erano quelle che otteneva dalle sue prostitute che, giacendo con i clienti, li stimolavano abilmente e ascoltavano le loro confidenze, o quanto dicevano nel sonno, riferendole poi fedelmente alla loro padrona.

Ma Mirja era anche generosa con i suoi sottoposti, che trattava con giustizia e onestà; e anche con la gente dei paesi vicini, che spesso ricorrevano a lei per ottenere aiuto in caso di carestie o avversità, o un giudizio imparziale in caso di controversie di ogni tipo.

Insomma, Mirja e la sua locanda erano considerate una ricchezza per quella regione e molti sarebbero corsi in suo aiuto se i vichinghi avessero tentato qualche colpo di mano. E poi Bjorn non era un ingrato, e Mirja e le sue donne gli avevano salvato la vita.

Tuttavia, dopo quel primo fugace incontro durante il quale Bjorn era più morto che vivo, lei e il vichingo non si erano più incontrati e Bjorn smaniava per rivederla di nuovo. Non sospettava che lei, invece, lo aveva guardato eccome, soddisfacendo la sua curiosità grazie ai passaggi segreti, inseriti nello spessore delle mura, di cui era ricca la locanda in tutte le sue parti e che erano un'altra preziosa fonte di informazioni.








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