Il portatore dell'aquila - Cap. 27 e 28
Cap. 27
Solo contro tutti.
Trekkar vide il capo delle guardie che tornava di corsa verso il palazzo a riferire. Allora si staccò dalla finestra portandosi al centro della stanza, lo sguardo fisso alla porta. Aivar si affrettò ad aprirla, restando sull'uscio in attesa.
Mirja e Nita, che non avevano visto niente, non capivano e non sapevano cosa aspettarsi. Mirja era sconcertata. Cos'era successo? E di chi erano quelle grida? Le sembrava di aver riconosciuto la voce di Huamar, ma non era sicura. E che senso avrebbe avuto gridare tanto per attirare l'attenzione dei soldati? A meno che non sia stata un'azione diversiva per consentire a Bjorn di scalare le mura e introdursi all'interno. Ma ce l'aveva fatta? E che sistema potevano aver usato?
Mirja si voltò a guardare Nita, ma la donna piangeva, coprendosi il volto con le mani. Era completamente sconvolta dalla paura e Mirja ebbe un momento di profonda compassione per lei.
Il capo delle guardie arrivò pochi secondi dopo. Era trafelato e impugnava ancora la spada. Aivar si scostò per farlo passare, indicandogli il re e lanciandogli un'occhiata di fuoco per spingerlo a far presto.
«Parla!» gli disse.
L'uomo rinfoderò la spada e si inginocchiò, fin quasi a toccare il pavimento con la fronte.
«Un mostro spaventoso ha attaccato il castello, mio re. Una creatura della notte generata da un grande incantesimo. Abbiamo reagito e lo abbiamo scacciato, e abbiamo catturato un uomo che lo governava con delle redini. Certamente un grande stregone.»
«Un grande stregone, dici? - rispose Trekkar sarcastico – Non è tanto grande se si è fatto catturare così da quattro cenciosi soldati pieni paura. Dov'è adesso quest'uomo? E' ancora vivo?»
« Si, mio re. I miei uomini lo stanno portando qui. Non aveva armi e, francamente, non sembra adatto a combattere. Ho anche ordinato che una pattuglia scenda alla base del castello per controllare la bestia che abbiamo ucciso. E' caduta lentamente e forse é soltanto ferita. O forse ce ne sono altre. Staremo in guardia e siamo pronti a morire per difenderti.»
«Non ho dubbi.» rispose Trekkar con sarcasmo.
Il capo delle guardie si alzò, lanciando un'occhiata ad Aivar, cercando la sua approvazione, ma l'ufficiale lo guardò sprezzante. Allora questi si portò accanto alla soglia, guardando impaziente verso il corridoio da dove avrebbero dovuto arrivare i suoi uomini con il prigioniero. Era sulle spine perché voleva dimostrarsi efficiente e lo stesso dovevano essere loro. Se non fossero arrivati entro brevissimo tempo, si ripromise di punirli duramente.
Per loro fortuna pochi secondi dopo si udirono rumori di passi e di ferraglia e due soldati entrarono nella stanza trascinando un piccolo uomo sanguinante e con le mani legate da una grossa corda.
Con orrore, Mirja riconobbe subito Huamar, che però, sollevando distrattamente lo sguardo verso di lei, non diede il minimo accenno di conoscerla. Era pesto e sporco di sangue che gli colava da un taglio sulla fronte, e un piede doveva essere slogato, visto che era piegato in modo innaturale e i due uomini dovevano sostenerlo, perché non cadesse. Trekkar si avvicinò guardandolo incuriosito.
«E così tu saresti un mago – disse – un mago domatore di mostri!»
«Ma che mago! – rispose subito lui con voce stridula – Io sono solamente un saltimbanco che stava provando la sua attrazione al riparo da occhi indiscreti. Così mi avete rovinato tutto. Mi avete salvato, é vero. Sono rimasto impigliato nelle corde e la colomba mi ha trascinato in aria e se non era per voi sarei morto. Di questo vi ringrazio. Ma forse sarebbe stato meglio che mi fossi schiantato a terra o fossi volato in cielo fino a perdermi per sempre. La mia attrazione è distrutta e nessuno verrà a vedere il mio spettacolo. Come potrò riprendere il mio denaro, adesso? E poi non solo ho già pagato le vostre ignobili tasse, ma mi avete pestato e legato come fossi un ladro!»
Mirja, che aveva assistito in disparte, rimase allibita, passando in un istante dalla più terribile angoscia alla sorpresa, e infine all'ammirazione per lo spirito di Huamar che, nonostante la situazione, aveva parlato in modo assolutamente naturale e convincente dimostrando in incredibile sangue freddo.
Sospirò di sollievo nel pensare a quanto si erano rivelate giuste le precauzioni prese da Bjorn al loro arrivo: Huamar si era accampato in luogo diverso da quello di Mirja; nessuno lo avevo visto insieme a lei e nessuno insieme a Bjorn. La sua spiegazione era plausibile e infatti Trekkar lanciò un'occhiata interrogativa ad Aivar che non seppe cosa rispondere.
In quel momento alla porta arrivò di corsa un altro soldato che si fermò restando rigido in attesa. Il capo delle guardie lo raggiunse subito e questi gli parlò rapidamente in un orecchio.
Il capo delle guardie lo congedò nervoso, poi si voltò verso Aivar che gli fece cenno di venire avanti e parlare, senza far attendere oltre il re. L'uomo quindi si inginocchiò di nuovo, parlando con voce decisamente spaventata:
«I miei uomini mi hanno riferito che sotto la rupe non c'è nessuno, mio signore. Solo i resti di un fuoco e un ammasso di tela e di corde... che doveva essere il mostro. O almeno, quello che a noi è sembrato tale – precisò con voce sempre più incerta – c'erano alcune delle nostre frecce conficcate. Ma era buio e non avevamo mai visto un simile prodigio.»
Trekkar era furioso. Guardò con rabbia il capo delle guardie e poi Aivar, infine Huamar, che nonostante fosse piegato e dolorante, non riuscì del tutto a trattenere un'aria di derisione.
Trekkar non poteva permettere che i suoi uomini fossero considerati degli imbecilli. Lui lo pensava, ma gli altri non potevano. Solo per quell'ironia quel lurido vecchio meritava di essere punito.
«Un saltimbanco, dici! - disse con voce tagliente, curvandosi per fissare Huamar dritto in faccia - Chissà invece che tu non sia davvero un mago... o un impostore, o chissà che altro. Questa storia è molto strana e ha molti lati oscuri che dobbiamo chiarire. Resterai in prigione il tempo sufficiente per ammorbidire la tua arroganza e ripensare per bene a quello che dovrai spiegarmi,... che tu abbia pagato le tasse, o no!»
Trekkar voltò le spalle ad Huamar, che ne approfittò per lanciare una rapida occhiata a Mirja che, pallidissima, aveva ovviamente assistito a tutta la scena. Anche Trekkar si voltò a guardare la donna; nel trambusto Trekkar si era dimenticato di lei e si lisciò la barba pensoso, riflettendo se e quanto avesse sbagliato a lasciare che Mirja rimanesse ad assistere a quello che era accaduto.
Mirja stava riflettendo. Con quella occhiata, Huamar le aveva lanciato un messaggio chiarissimo: non tutto era perduto. Era sconcertante. Come faceva Huamar ad essere così tranquillo? La sua posizione era gravissima. In questo momento nessuno sapeva nulla di lui perché, ovviamente, nessuno dei presenti lo aveva mai visto prima, ma Huamar le aveva raccontato, come lo aveva detto a Bjorn, che era stato spiato quando era andato la prima volta a far visita a Woizeck. Quindi qualcuno delle spie di Trekkar lo conosceva e per questo era stato inseguito fino alla locanda e quasi assassinato. Se una di quelle spie lo avesse riconosciuto in prigione, la sua posizione sarebbe stata molto diversa. Altro che saltimbanco che stava provando la sua attrazione! Trekkar avrebbe avuto la certezza che stava tramando qualcosa contro di lui.
Mirja si rese conto che anche lei sarebbe stata nei guai perché lei e Huamar avevano fatto il viaggio insieme e, tutto sommato, anche la precauzione di essersi divisi all'arrivo in città, accampandosi in luoghi diversi per far credere di essere due viaggiatori che si erano incontrati casualmente e si erano uniti per dividere i rischi del viaggio, non avrebbe avuto un grande valore. Il loro incontro poteva essere una coincidenza, certo, ma Trekkar ci avrebbe creduto? O avrebbe pensato, come sarebbe stato molto probabile, che Huamar e Mirja e la locanda erano in qualche modo legati insieme?
Era solo questione di tempo, purtroppo, e prima o poi questi collegamenti sarebbero certamente emersi perché loro erano ormai prigionieri e non avrebbero certo potuto fuggire facilmente.
Ma perché allora Huamar era così tranquillo? La domanda tornava insistente. A meno che... la risposta arrivò nella mente di Mirja come un colpo di spada, che le fece martellare il cuore nel petto.
Bjorn aveva usato la colomba di Huamar per salire lungo il precipizio ed entrare nel castello! Non c'era altra spiegazione a quanto era accaduto. Era semplicemente assurdo che Huamar avesse davvero gonfiato la colomba per sperimentarla di nuovo; proprio sotto il castello, poi. Ma poteva essere un disperato tentativo di Bjorn per realizzare in fretta il suo piano. Ma lui da solo, però... la colomba non poteva trasportare più di uno o due uomini, e uno dei due era stato Huamar che forse aveva detto il vero quanto raccontava di essersi impigliato casualmente nelle corde.
Bjorn da solo! Se la sua intuizione era giusta, si stava realizzando il suo incubo peggiore: Bjorn da solo contro tutti in un ambiente che non conosceva. Sempre che l'impresa di salire fosse riuscita. I soldati di Trekkar non avevano trovato nessuno alla base della rupe, ma se Bjorn avesse fallito sarebbe certamente morto nella caduta e i suoi uomini sarebbero fuggiti portandone via il corpo per non lasciare tracce.
Lo avrebbero sepolto in segreto e sarebbero tornati alla locanda per avvertire gli altri e magari fuggire ancora più lontano per mettere al sicuro Virgil. Non c'era dubbio, infatti che, alla fine di tutto, gli assassini di Trekkar sarebbero arrivati anche lì.
Bjorn morto e la locanda perduta per sempre!
Mirja non poteva sopportare una simile eventualità. Gli occhi le si riempirono di lacrime e solo con molta fatica riuscì a ricacciarle indietro. Lo fece aggrappandosi all'unica tenue speranza che ancora le restava: che Bjorn fosse ancora vivo, fosse riuscito ad entrare nel castello e potesse ancora combattere. Lei avrebbe combattuto con lui e per lui, e per Huamar, se non altro resistendo in qualsiasi modo e cercando di restare viva.
Trekkar decise con un'alzata di spalle che non importava che Mirja fosse stata presente; anzi. Aivar non era del tutto stupido come sembrava e controllava le carovane in arrivo ben prima che arrivassero in città; a suo tempo lo aveva informato che quella di Mirja era arrivata insieme ai carri del saltimbanco, quindi i due si erano già visti. Strano che nessuno avesse detto qualcosa quando si erano rincontrati, in quella stanza. Non era da escludere che, se Mirja avesse avuto qualcosa da nascondere, fosse la stessa cosa di quel vecchio. Tenendoli divisi, avrebbe potuto interrogarli separatamente e confrontare le risposte... e sapendo di essere ambedue prigionieri ognuno di loro sarebbe stato demoralizzato e avrebbe ceduto più facilmente.
«Portate il saltimbanco nella torre – disse quindi ai soldati. E poi, rivolgendosi ad Aivar – le donne tornano nella loro camera che sarà controllata dai soldati. Sono stanco, adesso, e devo pensare a cosa fare di loro. Eseguite!»
I soldati scattarono trascinando via con uno strattone il povero Huamar, che lanciò un'ultima occhiata a Mirja. Aivar invece si rivolse a lei con un inchino, indicandole però la porta con uno sguardo per niente cavalleresco. Mirja si incamminò altera e impassibile, come sempre, mentre Nita la seguì curva e spaventata. I due soldati si misero arcigni alle loro spalle.
Cap. 28
Odore di morte.
Bjorn era rimasto steso sul pavimento di legno del camminamento, per non farsi vedere dai soldati sulle mura. Ma nessuno guardava in alto perché tutti seguivano il lento afflosciarsi della colomba che calava sempre più rapidamente oltre i merli. Inoltre Huamar occupava completamente la scena con le sue urla, generate dai colpi che i soldati, ancora nervosi e spaventati, gli davano in abbondanza.
Spiando tra le fessure del tavolato, Bjorn temette seriamente per la vita dell'amico. Per fortuna una delle guardie intervenne abbaiando ordini che fermarono i violenti, che si ritirarono lasciando Huamar a terra dolorante. Ma imprecava e si lamentava, per cui era ancora vivo.
Subito due gli legarono le mani con una corda e poi lo rialzarono bruscamente. In piedi, Huamar gridò di dolore e sarebbe caduto se i due non lo avessero sostenuto. Così lo trascinarono via verso il palazzo sullo sfondo, sparendo in fretta oltre una porta che dava sul cammino di ronda. In breve tutto ritornò tranquillo con solo alcuni soldati che si sporgevano dalle mura per cercar di vedere dove fosse finito il “mostro”. Ma in basso c'era solo oscurità.
La luna era riemersa sotto le nubi e illuminava con un debole chiarore il camminamento di legno su cui si trovava Bjorn.
Il pavimento era mezzo marcio e per niente sicuro. Bjorn capì che era per quello che non vi si trovavano soldati. Doveva essere stato costruito anni prima in previsione di qualche assedio e poi lasciato lì, invece di essere smontato come accadeva di solito. Un'altro colpo di fortuna. Cominciò a strisciare cautamente lungo di esso raggiungendo la parte in ombra cercando una via per entrare nella torre. Trovò una porta, ma era sbarrata dall'interno e rinforzata di ferro, impossibile da forzare.
Poiché ormai era sul lato più buio, si arrischiò a salire sul parapetto del camminamento sbirciando verso il tetto che era un prolungamento di quello della torre. Era molto ripido e coperto sulla parte verso l'esterno delle mura da larghe tegole di piombo, per proteggersi dalle frecce incendiarie, in caso di assedio, mentre più indietro, verso il cortile, le tegole erano di ardesia e poi di legno. A circa metà si aprivano alcuni abbaini.
Bjorn si allungò più che poté piantando il più silenziosamente possibile il pugnale nel foglio di piombo e ruotandolo in modo che resistesse alla trazione quando lui si issò con tutto il corpo. Ancoratosi con l'altra mano, riuscì ad avanzare ancora, sempre piantando il coltello come appiglio, arrivando ad uno degli abbaini.
Come aveva sperato era molto malandato, con il legno degli infissi marcio per la pioggia e il tempo. Forzandone uno riuscì ad aprirlo ed ad infilarci la testa per guardare all'interno.
Fu assalito da un fetore terribile che lo fece ritrarre di colpo. Poi però capì di cosa si trattava e tornò a guardare dentro, trattenendo il fiato. L'interno era buio; Bjorn stette immobile per lunghi minuti ascoltando. Gli sembrò di udire un respiro. Qualcuno dormiva, lì dentro, ma era un respiro affannoso, debolissimo e sibilante. Il respiro di un ammalato. Lentamente la vista ai adattò e l'ambiente fu meno oscuro grazie ad un po' della luce della luna che filtrava da un altro abbaino, sulla parte opposta del tetto.
Bjorn capì subito che lo stanzone sottotetto era un' unica grande prigione: c'erano dei pagliericci disposti lungo le pareti e su tre di essi c'erano degli involti più scuri. Erano prigionieri, legati con catene che pendevano da grossi anelli infissi nel muro.
Almeno uno di essi doveva essere morto perché non era solo di sudore e sterco l'odore rivoltante che aveva assalito Bjorn. C'era anche odore di morte. La prigione di Trekkar era davvero terribile e costringeva vivi e morti a stare insieme, finché l'orrore e la pazzia non avrebbero ucciso tutti.
Con molta cautela, riuscì a varcare la finestra dell'abbaino e a calarsi all'interno. Appena toccato terra, restò accucciato e immobile, per ascoltare, ma nessuno si mosse. Il pavimento era coperto di paglia maleodorante e costrinse Bjorn a camminare molto lentamente per non fare rumore.
Pochi metri più in là c'era una pesante porta di legno e ferro sulla quale si apriva una piccolissima grata che lasciava passare appena un dito. Era sbarrata dall'esterno, naturalmente, e Bjorn pensò che entrare in una prigione non era il massimo che poteva capitargli. Ma almeno lui era libero di muoversi, mentre tutti gli altri occupanti sembravano bloccati dalle catene. Avvicinandosi all'involto più vicino vide spuntare da sotto una coperta una gamba magrissima e cerea con un anello al piede che la legava alla catena fissata al muro. Spostò la coperta lurida che copriva il corpo e non ebbe dubbi che l'uomo cui apparteneva, magro come uno scheletro, fosse morto già da diversi giorni. Alcuni topi si allontanarono squittendo tra la paglia.
Stava per avvicinarsi all'altro involto, quando udì dei rumori e un parlottare lontano.
Qualcuno stava salendo una scala avvicinandosi alla cella sulla sommità della torre. Si guardò intorno rapidamente cercando un angolo dove nascondersi, ma a parte l'oscurità non c'era nulla di abbastanza sicuro.
Bjorn sentì distintamente la voce di Huamar che si lamentava della puzza. Si trattava di lui, dunque, che era destinato a quella lurida prigione.
Alzò lo sguardo sulle grosse travi che sorreggevano il letto e che formavano una complicata intelaiatura triangolare sopra la sua testa con alcune disposte orizzontalmente. Una di queste passava a circa mezzo metro sopra e parallelamente alla porta.
Si aggrappò a questa proprio mentre dalla grata sulla porta balenava la luce di una lampada. Huamar e i suoi carcerieri erano arrivati in cima alla scala e si sentì armeggiare alla serratura. Bjorn si rannicchiò sulla trave in alto, preparandosi a saltare, con la spada in una mano e il pugnale nell'altra.
La porta si aprì cigolando sui cardini e i due trascinarono dentro Huamar che continuava a lamentarsi. Uno di loro appese la lampada con la candela ad un gancio sulla parete. Come Bjorn aveva immaginato, nessuno guardò in alto e i tre passarono sotto di lui lasciando la porta aperta.
«Senti come puzzano queste carogne.» commentò sprezzante uno dei soldati, dando una pedata al sacco d'ossa sotto la coperta.
Poi, rivolgendosi a Huamar: «Un giorno o l'altro te le farò portare giù a seppellire. Intanto resta qui e fai amicizia, eh?»
Bjorn saltò giù in silenzio e, cadendo, affondò il pugnale nella nuca di uno dei soldati, uccidendolo all'istante. L'altro sobbalzò voltandosi e strabuzzando gli occhi, ma prima che potesse lanciare un grido la spada del vichingo, che si era rialzato veloce come un gatto, gli tranciò letteralmente le parole in gola, quasi decapitandolo. I due caddero a terra come sacchi vuoti di fronte ad Huamar che li fissò sbalordito.
Il tutto era durato meno di un secondo.
«Bjorn, allora ce l'hai fatta! - esclamò Huamar voltandosi e alzando lo sguardo sul guerriero che lo fissava sbuffando, ancora contratto per l'azione fulminea – Lo sapevo che non eri morto. Lo sentivo! Siano ringraziati gli dei!»
«Come stai, amico mio? » rispose Bjorn rilassandosi e lasciando cadere le armi sui due cadaveri, per non fare rumore.
Poi accadde una cosa che Huamar non si sarebbe mai aspettato: Bjorn lo abbracciò, stringendogli la testa contro il torace e quasi fracassandogli le costole in quella stretta di affetto che era al tempo stesso sollievo nel rivederlo vivo e sincera gratitudine per tutto quello che aveva reso possibile verso Mirja.
Huamar non poteva crederci. Una tigre che abbracciava un agnello. Un uomo potente e invincibile nella sua giovinezza, che rendeva onore ad un povero vecchio, finora sempre ignorato, quando non deriso o maltrattato.
Huamar sentì un groppo salirgli alla gola, mentre un'intensa commozione lo pervase con un brivido intenso di riconoscenza verso Bjorn, e Mirja e la vita stessa che gli stavano regalando quell'ultima intensa emozione.
L'abbraccio durò a lungo, fino a che Bjorn lo lasciò andare e Huamar quasi cadde a terra con un gemito, a causa della caviglia dolorante. Bjorn si affrettò a sostenerlo e a farlo sedere a terra. Con il coltello lo liberò rapidamente della corda che gli serrava i polsi e poi si mise ad esaminare il piede.
Per fortuna la caviglia non sembrava rotta, così, usando le gambe di uno sgabello che era in un angolo della stanza, lo fasciò con due stecche in modo che Huamar potesse camminare senza posare a terra il piede.
Visto che adesso aveva una lampada, Bjorn ne approfittò per dare un'occhiata agli altri prigionieri che, nonostante il trambusto non si erano mossi. Il vichingo temeva di sapere il perché di tanta immobilità e infatti il pagliericcio subito oltre quello con il cadavere accoglieva una donna, anch'essa senza vita. Mentre Bjorn scostava cautamente la coperta che la ricopriva, anche Huamar si era avvicinato e fu il primo a notare come essa doveva essere morta da poco perché i topi non l'avevano ancora attaccata. La pelle era livida, il volto tirato in un'espressione di sofferenza e tumefatto in più punti per le percosse ricevute. I polsi erano stretti da anelli di ferro che le avevano lacerato la carne. E soprattutto le gambe erano coperte da rivoli di sangue raggrumato. Dovevano averla violentata in molti per ridurla in quello stato e non c'era dubbio che fosse morta per l'emorragia dovuta alla violenza. Un animale non avrebbe dimostrato tanta crudeltà. Solo uomini, miserabili e senza onore, potevano aver fatto una cosa simile.
Huamar pensò che, grazie a Bjorn, almeno due di quelli avevano avuto ciò che si meritavano.
Ma Bjorn era già passato oltre, accucciandosi vicino al terzo giaciglio che si trovava nell'angolo opposto, vicino all'abbaino da cui era entrato. Gli era sembrato di aver udito un respiro affannoso ed infatti, semicoperto dalla paglia lurida, c'era un vecchio che ansimava debolmente, apparentemente addormentato. Era riverso su un fianco, la testa all'indietro, con la barba lunga e bianca e i radi capelli appiccicati al volto, le ossa del viso visibili come in un teschio. Anche lui, secondo Huamar, prossimo alla morte per fame, incatenato alla parete con un anello al collo che gli aveva lacerato e infettato la carne in modo orribile.
Bjorn lo scosse debolmente, insistendo quando vide che l'uomo si era scosso, tossiva e cercava di aprire gli occhi. Poi, lentamente, emerse dall'oblio e voltò la testa verso la luce della lampada che Huamar teneva sopra di lui. Aveva un occhio bruciato, chiuso e solcato da una orribile cicatrice e la bocca sdentata, probabilmente per le percosse.
«Anya – disse gorgogliando – Anya, sei tu?»
Poi si mise a singhiozzare lamentandosi, mentre un filo di bava gli cadeva dalla bocca.
«Chi è Anya? – gli chiese Huamar – E' forse in prigione insieme a te?»
«Sì, sì – rispose l'uomo, agitando debolmente le dita e cercando di ruotare la testa per guardarsi intorno, ma senza riuscirci – é qui con me, ma lei non c'entra. Ci hanno legati come cani... ma perché non rispondi a tuo padre? Anya!»
La voce gli morì in un gorgoglio, mentre perdeva nuovamente conoscenza. Bjorn e Huamar si scambiarono un'occhiata. Anya doveva essere la ragazza morta pochi metri più in là.
Bjorn gli accarezzò una spalla e l'uomo ansimò tornando in sé, cercando di aprire l'occhio rimasto, ma troppo esausto per riuscirci
«Chi è stato a farvi questo?» - chiese il vichingo, scosso da tanta sofferenza. Morire legato ad una catena, nel buio puzzolente di una prigione come quella era il suo incubo più spaventoso – E' stato Trekkar? Perché?»
«Trekkar... sì, Trekkar - l'uomo biascicava a occhi chiusi, rantolando – guidato dal demonio... rubato, rubato tutto... stai lontano da lui... non respirare... non respirare..».
Poi tacque di nuovo ansimando terribilmente.
«Non riesce a respirare - disse Huamar - prova a stenderlo sulla schiena.»
Bjorn provò a farlo ma era difficile muovere l'uomo senza che il collo fosse tormentato dalla catena e le ferite erano già in suppurazione. Ma il vichingo capì che ormai non era più necessario: quel povero vecchio non sarebbe durato a lungo. Il respiro era un rantolo, ormai, e certamente sarebbe morto senza più riprendere conoscenza.
I due si rialzarono senza parlare. Erano ambedue scossi da quanto stavano vedendo e ognuno restò per qualche minuto immerso nei propri pensieri. Rischiavano tutti di finire così se avesse vinto Trekkar. Dovevano assolutamente combattere e vincere.
Bjorn si voltò ad osservare Huamar che ricambiò lo sguardo con un sospiro. Lui non avrebbe mai potuto seguire Bjorn nell'impresa che lo attendeva, nella quale avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza e agilità.
«Per prima cosa devi raggiungere Mirja e metterla al sicuro.» disse l'egiziano.
«Sai dove si trova?» Al pensiero di Mirja, Bjorn recuperò immediatamente tutta la sua concentrazione.
«Ho sentito Trekkar che ordinava di riportarla nella sua stanza – rispose Huamar, riprendendo anche lui coraggio al pensiero che, grazie a lui, Bjorn poteva fare qualcosa per Mirja – Dev'essere la stessa da dove ha tentato di calare la corda. Nello stesso piano dove si trova Trekkar.»
«Camminerò sui tetti – rispose Bjorn, pensando ad alta voce – E' ancora buio e non mi vedranno. E ho una corda, con la quale potrò calarmi dall'alto. Se riesco ad entrare nella sua stanza, nessuno potrà più toccarla.»
«Avrà guardie alla porta» rispose Huamar.
Bjorn si limitò a sorridere.
«Non potrò venire con te – concluse Huamar – quindi dovrò restare qui. E' il posto più sicuro per me, dopotutto. Ma dovremo far sparire i cadaveri. Se verranno qui e mi troveranno in catene penseranno che i due di guardia si sono ubriacati da qualche parte. Se li trovassero morti, capirebbero che qualcuno è entrato nel castello e la tua sorpresa svanirebbe. Pensa tu a farli sparire da dove sei entrato; io pulirò il sangue con questa paglia. Ce n'è tanto qui dentro che un po' di più non farà differenza.»
Bjorn annuì, contento che Huamar avesse capito perfettamente la situazione. Se avesse voluto seguirlo sarebbe stato di peso condannando tutti e due al fallimento. Restando in cella, invece, Huamar dava un grande contributo all'impresa, evitando che l'allarme si diffondesse prima del tempo, togliendogli il vantaggio della sorpresa.
Quel vecchio gracile e mite si stava rivelando un uomo abile e pieno di coraggio; molto più di tanti feroci guerrieri che Bjorn aveva conosciuto. Doveva tenerne conto, in futuro, ed evitare di dare troppo rapidi giudizi su ciò che si poteva chiamare forza e debolezza.
Poiché il tempo passava in fretta e Bjorn doveva agire assolutamente durante il buio per sperare di avere successo, il vichingo si mise subito al lavoro. Grazie ad uno spezzone della corda che aveva portato con sé, riuscì a sollevare i due cadaveri, uno alla volta, attraverso l'abbaino da cui era entrato fino a raggiungere il tetto. Lassù, dopo essersi legato con il resto della corda ad una delle travi interne, riuscì a trascinare i cadaveri lungo la pericolosa pendenza, lasciandoli poi cadere al di là della copertura del camminamento che sporgeva direttamente nel vuoto. Grazie al buio e cadendo alla base della rupe, nessuno si sarebbe accorto dei cadaveri prima di qualche giorno. C'era il rischio che qualche sentinella di Trekkar fosse rimasta nella zona dove Huamar aveva acceso il fuoco per gonfiare la colomba, e in tal caso avrebbe sentito il tonfo della caduta. Ma era un rischio che Bjorn doveva correre.
La fortuna volle che non solo alla base della rupe non ci fosse più alcuna guardia di Trekkar, ma che il tonfo provocato dalla caduta dei due cadaveri fosse sentito dai vichinghi di Bjorn che si erano nascosti tra i canneti della riva, sentendo arrivare i soldati.
Quando questi se n'erano andati portando con loro i resti della colomba per fare rapporto a Trekkar, i vichinghi erano usciti dai loro nascondigli, riavvicinandosi alla rupe, ansiosi di sapere che ne era stato del loro capo. All'arrivo a terra del primo cadavere, i vichinghi accorsero allarmati vagando nel buio per cercare il corpo, temendo che fosse quello di Bjorn.
Trovato il cadavere, che si era smembrato cadendo in un anfratto tra le rocce, accesero una piccola lampada per riconoscerlo e tutti si fecero intorno ansiosi, per tirare subito dopo un sospiro di sollievo nel vedere che non era lui. Ma l'uomo non era caduto da solo perché la gola tagliata di netto, che si distingueva chiaramente nonostante le ferite dovute alla caduta, poteva essere stata fatta solo da un coltello o una spada.
Quando poi arrivò anche il secondo cadavere, che per pura fortuna non colpì uno di loro, anche questo ucciso da un colpo di pugnale, capirono tutti che non solo Bjorn stava benissimo, ma che era entrato in azione secondo i piani.
Guardando in alto, infatti, non udirono nessun rumore, né sentirono grida di sentinelle. Il loro capo stava agendo nel buio e in segreto, come desiderava. Tutti furono sicuri che prima o poi altri cadaveri sarebbero piovuti dal cielo.
Si ritirarono quindi nuovamente tra i cespugli, in attesa di entrare in azione.
Nella prigione, Bjorn era rientrato e aveva recuperato le corde e richiuso l'abbaino. Nel frattempo, Huamar aveva pulito il pavimento dal sangue dei carcerieri uccisi, nascondendo la paglia sporca negli angoli più bui e rimettendone di relativamente più pulita vicino alla porta, dov'era avvenuta l'uccisione. Per fortuna la lampada era rimasta intatta e la luce, per quanto fioca, gli consentì di fare un lavoro accurato.
Poi, grazie alle tenaglia che era appesa ad un chiodo fuori della prigione, Bjorn serrò al collo di Huamar un grosso anello di ferro, collegato alla parete da una catena. Huamar, che si era tolto anche la fasciatura alla gamba, diventava in tutto un prigioniero di Trekkar, condannato come gli altri alla morte per fame. La sua unica speranza di salvezza era nelle mani del vichingo.
«Ma é sempre stato così, dopotutto – commentò il vecchio egiziano, mentre si metteva comodo sedendosi nella paglia con le spalle al muro – uno dopo l'altro tutti noi abbiamo messo il nostro destino nelle tue mani.»
Strinse quindi le mani di Bjorn con affetto « Vai e fai un buon lavoro» concluse.
Bjorn annuì con un ghigno, posando una mano di ferro su una spalla di Huamar e stringendola solo un poco, in segno di saluto. Poi si alzò e uscì dalla prigione, portando con sé la lampada.
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